DESIDERI TARDIVI


Era stata la prima a sposarsi, alla fine del liceo.
Aveva aspettato settembre per non scontentare parenti e amici.
Aveva indossato l’abito bianco, illudendosi di essere la protagonista di un bel film d’amore.
Aveva innalzato il calice nel grande parco della villa del nonno, brindando alla propria felicità.
Aveva fatto sogni grandiosi a New York, in viaggio di nozze.
E era finito tutto lì.

Era stata la prima anche a divorziare.
Sei anni dopo aveva in mano la sentenza definitiva.
Si era laureata e l’ex marito aveva regolarizzato la nuova famigliola, divenuta oramai numerosa. La compagna gli aveva regalato, una dopo l’altra, due bambine bionde e capricciose.
Teneva la loro fotografia in cucina, sul frigorifero. Perché tutti vedessero come era evoluta. Le piaceva chiamarle: “le figlie del mio ex”. La faceva sentire tenera.
Incompatibilità di carattere. Questa era stata la scusa. Solo lei sapeva che in realtà si erano lasciati a causa loro. Lei non le voleva.
Non voleva avere figli. Né allora , né mai.

Erano passati gli anni. La fotografia, oramai superata, era stata messa in un cassetto.
Aveva cambiato casa e aveva completamente dimenticato l’ex e le sue due figlie, buttandosi nel lavoro.
Si era messa in proprio e aveva aperto con successo un’agenzia editoriale, trasformandosi in una consulente molto pagata e richiesta.
E così aveva ridotto l’amore a un dolce sottofondo. Non era mai sola, perché era una bella donna. Ma nessuno era per sempre.

Fino a quando sua sorella non aveva messo al mondo un bambino.
Sul frigorifero era riapparsa la solita cornice e la fotografia di un nuovo bambino aveva sostituito la vecchia.
Lo stesso giorno, strana coincidenza, il nuovo compagno le aveva proposto di “diventare grandi insieme”.
Anche lui aveva un divorzio alle spalle. Trentacinque anni e la voglia di poter parlare con qualcuno, la sera, tornando a casa.
Avevano comprato l’appartamento, cambiato il frigorifero con uno più capiente, e avevano continuato a vivere come prima. Si incontravano solo di sera, per parlare di lavoro e week-end. Ed erano andati avanti così per un anno.
Quando cominciarono a parlare d’altro finì tutto.
Lui, molto civilmente, le vendette la sua quota di casa e uscì senza neppure un litigio.
Neanche due mesi dopo seppe che si era sposato con una collega.
Non erano restati amici e per puro caso lo incontrò alla festa di un comune conoscente, scoprendo con piacere che stava per diventare padre.
La moglie la sfidò, mostrando con orgoglio la pancia. Ma aveva i capelli sfibrati, il viso sfigurato da venuzze e le caviglie gonfie.
Le sorrise. Avrebbe voluto farle comprendere che non le serbava rancore, anzi che doveva ringraziarla perché stava facendo quella ‘cosa’ al suo posto. Ma rinunciò. Non avrebbe mai capito.
Tre mesi dopo la invitarono per il battesimo. Lei portò in regalo una tutina comprata a San Francisco e loro le diedero una fotografia del neonato.
La fece sparire subito, dentro al cassetto insieme alle altre. E riprese la vita di sempre.

Ma tutto questo era accaduto prima.
Prima che lo incontrasse.
Prima che se ne innamorasse.
Prima che andassero a vivere in quella casa con il terrazzo con vista sulla città. E con una stanza in più.
Prima.
Da un anno abitavano insieme.
Si svegliavano tutte le mattine al canto degli uccellini che chiedevano il cibo, svolazzando nella voliera sul terrazzo.
Lei era la prima a uscire e la prima a rientrare. Non passava più tutta la sua giornata in studio. Si fidava dei collaboratori e demandava il lavoro.

Il giorno del suo trentanovesimo compleanno aveva appuntamento con il ginecologo. Alle quattro del pomeriggio. Aveva saltato l’ultimo ciclo e presupponeva di essere incinta.
Non ne avevano mai parlato. Lui non le aveva fatto richieste e a lei era insorto improvviso un desiderio di maternità.
Era cominciato silente, con un sentimento d’invidia per una nuova collaboratrice. L’aveva appena assunta e quella si era messa a fare un figlio. Aveva provato a licenziarla, ma aveva dovuto assoggettarsi alla legge e sopportarne i costi. E invece di odiarla e trattarla male prese a curarla come non aveva mai fatto con la sorella.
Ammirata la osservò trasfigurarsi nell’arco della gravidanza. Le dava l’impressione di irradiare luce. La pelle sembrava tendersi sotto i suoi sguardi indiscreti. La sentiva forte come avrebbe voluto essere lei.
E immortale.
Era passato il tempo in cui studiava il proprio corpo, nell’ossessiva ricerca delle imperfezione. Una leggera rotondità rendeva la sua figura più dolce. E ora che aveva imparato ad accettare le trasformazioni, poteva finalmente accettare anche quella che l’avrebbe aiutata a diventare immortale.
Questi erano i pensieri con cui si era abituata a convivere.
Anche quella mattina.

Quattro candele rosse illuminavano il caffè fumante al centro della tovaglia bianca.
Di lui non c’era traccia. Si era nascosto per spiare la sua sorpresa.
Notò, appoggiato al muro, un pacco incartato goffamente. Era un grande quadro. Scartò con foga l’involucro e la testa del cavallo parve girarsi apposta per fissarla, altera.
L’aveva vista appesa da mesi nella vetrina di un’antiquaria, all’angolo della loro strada. E, passandole accanto, ogni volta sospirava di desiderio.
«Felice?» l’abbracciò alle spalle.
«Immensamente…» lo baciò. Poi abbassò gli occhi e disse tutto quello che gli doveva dire. «Ho un ritardo. Forse sono incinta…
«Sarebbe meraviglioso…» la interruppe.
«Vado dal ginecologo oggi.
«Se vuoi ti accompagno.
«Preferisco di no…
Lui prese in mano il quadro.
«Dove lo appendiamo?
«Di fronte al letto, voglio vederlo quando mi sveglio.
Mangiarono, appesero il quadro e si salutarono.
Lei non andò in studio.
Lui non tornò per pranzo.
Le telefonò per avvertirla che sua sorella aveva organizzato una festa di compleanno a casa sua, quella sera.
Si diedero appuntamento alle otto direttamente là.
Per far trascorrere le ore si occupò dei fiori sul terrazzo. Concimò i gerani e sfrondò l’edera. Pulì la voliera e si accorse che in un nido erano apparse delle uova.
Si accorse di aver fatto tardi e corse in bagno. Avrebbe voluto fare un bagno ma si accontentò di una doccia.
Preferì prendere il tram. Trovare parcheggio in centro a quell’ora era impossibile.
Arrivò trafelata alla fermata mentre la vettura cigolando fuggiva via e dovette rassegnarsi ad aspettare la prossima. E quando arrivò, il 19 era così pieno che preferì attendere ancora.
Le era capitato di rinunciare anche a qualche serata al cinema, se era troppo affollato. Per fortuna, qualche minuto dopo, apparve all’orizzonte un altro tram. Vuoto.
S’infilò i guanti e una volta salita si appese alla maniglia. Provava piacere nel compiere quel gesto, ricordandosi di quando bambina sognava di poterlo fare. Teneva in borsa, dentro un sacchetto, un paio di guanti apposta per simili occasioni. Provava ribrezzo nel toccare qualcosa che mille altre mani avevano anche solo sfiorato. Scendendo se li sfilò e fece di corsa l’ultimo tratto.
Riuscì a presentarsi all’appuntamento con soli cinque minuti di ritardo. Nervosissima.
La sala d’aspetto era vuota.
Tirò un sospiro di sollievo. Odiava le lunghe attese. Oltrepassò l’angolo e si trovò di fronte l’infermiera sorridente.
«Buongiorno signora, come va?
Sentì un bisbiglio alle sue spalle e si voltò. Nel buio della stanzetta che faceva da antibagno, intravide una donna sdraiata su un lettino. Di fianco a lei il marito le teneva la mano.
«Ha le contrazioni da questa mattina, ma l’ospedale non l’ha accettata e l’ha rimandata a casa. Allora il dottore le ha detto di venire qui…» le spiegò l’infermiera. «Si accomodi, è la prossima. Oggi ci sbrighiamo in fretta. Ho telefonato alle altre pazienti di non venire.
Prese una rivista e si accomodò nella saletta.
Dalla poltrona non riusciva a vedere né la segretaria né la donna. Il muretto grigio le nascondeva, ma poteva sentirne i sospiri. E, a tratti, il mormorio consolatorio dell’uomo.
Il telefono continuò a squillare, mentre l’infermiera, come un automa, raccontava a tutti che in studio c’era una donna che stava per partorire e che il dottore doveva accompagnarla in ospedale. Non sembrava minimamente colpita e neppure si annoiava di ripetere sempre la stessa storia.
Allungò una mano e prese una caramella. Lo stropiccio della carta la infastidì. Cominciò a succhiarla delicatamente. Aveva paura di far rumore.
Fissò i quadri alle pareti e soprappensiero cominciò a sfogliare il giornale. Rabbrividì all’ennesimo caso di baby killer negli States. Un quattordicenne aveva freddato il professore con un colpo alla testa.
Al suono del campanello fece un balzo. Una signora sui quaranta, molto elegante, fece il suo ingresso.
«Buongiorno.» salutò.
«Buongiorno.» dovette rispondere. Riabbassò subito lo sguardo.
«Normale controllo?» sentì chiedere l’infermiera dietro il muro. «Non so se il dottore farà in tempo a visitarla. Ho provato a chiamarla, ma era già uscita. Vede…» e informò anche l’ultima arrivata della presenza della partoriente nell’antibagno. «Se vuole aspettare…
«Non ho nulla da fare. Provo… E’ il primo figlio?» domandò la signora elegante. Aveva uno strano accento. Straniero.
«No, il secondo.» ebbe il tempo di rispondere l’infermiera prima di riattaccarsi al telefono.
Entrando nella sala d’attesa la signora le lanciò un sorrisetto complice e, nonostante ci fosse tanto spazio, dopo aver preso una rivista, le si sedette proprio accanto.
Si trovò a riflettere che anche sulla spiaggia libera la gente tende a infilare gli ombrelloni uno di fianco all’altro. Chissà, forse per sentirsi più sicura. E l’altra, quasi per darle ragione, si adagiò sulla poltrona e s’immerse nella lettura di un articolo. Incuriosita cercò di sbirciare e vide che parlava del serial killer del treno.
La partoriente, al di là del muro, lanciò un debole gemito. Sentì un caldo improvviso e provò imbarazzo. Allungò la mano per prendere un’altra caramella.
«Una ogni cinque minuti…» sentì l’uomo che informava l’infermiera.
La porta dello studio si aprì e ne uscì una ragazza. Aveva appena terminato la visita e mostrava un piccolo pancino. Forse era di quattro mesi.
«Vengo subito… Vuole la fattura?» le si rivolse l’infermiera. «Avverto il dottore…» disse rivolta all’uomo, e venne inghiottita nello studio.
Plof, fece la porta. Le venne voglia di tornare a casa.
Quando riuscì l’avvertì che poteva entrare. Aveva l’aria confusa.
«Tocca a lei…
Si alzò a fatica. Sentiva le gambe pesanti e uno strano torpore lungo le braccia. Fece quei pochi metri quasi fluttuando. Ogni suo gesto veniva rallentato dall’impatto con l’aria. Sentiva il pulviscolo contro la pelle.
«Come va?» l’accolse il ginecologo andandole incontro. «Mi hai portato il risultato delle analisi che ti ho chiesto?» La baciò in fronte, come faceva da sempre. Erano amici.
Si sedette dietro l’imponente scrivania e le fece segno di accomodarsi.
«Belle scarpe…» commentò.
Conosceva la sua passione per le scarpe. E aveva scelto di mettere quel paio apposta per lui. Sapeva che le avrebbe notate.
Gli consegnò gli esami. La sua mano tremò, come se stesse facendo uno sforzo sovraumano.
Ora aveva la percezione sgradevole di aver perso il corpo. L’aveva sentito volatilizzarsi ed era rimasta là solo come pensiero. Cercò di ricomporsi, ma inutilmente. Annaspò. Quello ricominciò a parlare, e lei fece fatica a seguirlo.
«Questi esami mi dicono che non sei incinta. Comunque vieni che ti visito…» stava dicendo.
Ma lei non aveva sentito.
Lo seguì come un ombra, nell’altra stanza, si spogliò e si sdraiò sul lettino.
Inerme come la vittima di un sacrificio.
Il soffitto le sembrò un lontanissimo cielo artificiale. Sentì la sua mano calda sul ginocchio, in un gesto di conforto.
«Rilassati…»
La dilatò delicatamente e in segreto introdusse il sensore per l’ecografia interna. Il monitor cominciò a svelare le sue immagini. Le parve che le stesse frugando dentro. E temette che potesse arrivare fino ai suoi pensieri nascosti e rubarglieli.
«No, non aspetti un bambino. Ma va tutto bene.» Aveva un tono serio. «Mia cara, non devi preoccuparti, non sei un caso raro, succede a molte donne e comunque non ti cambierà la vita…» Lo lasciò parlare. «Sei entrata in menopausa…
Non ebbe il tempo di realizzare il significato di quella parola. Ma la sentì risuonare dentro.
«Dottore sta per nascere!» vennero interrotti dalle urla dell’infermiera.
«Non andare, aspetta di là, voglio parlarti…» le ordinò, correndo a vedere la donna che nell’antibagno in silenzio stava portando a termine la sua gravidanza.
Si rivestì e tornò nella sala d’aspetto. Dietro il muro i rumori si erano fatti affannosi.
«Si vede la testa,» sentì la voce del dottore forte e sicura. «… è troppo tardi per portarti in ospedale, nascerà qui.» La partoriente non disse niente. «Chiama l’ambulanza.» intimò all’infermiera che si attaccò immediatamente al telefono.
«Oh, un parto in diretta! Che bello!» s’infiammò la signora elegante.
«Oh Dio…» mormorò un’altra voce.
Solo allora si accorse che la ragazza al quarto mese non se ne era ancora andata. L’osservò mentre si sedeva su una poltrona. Aveva l’angoscia disegnata sul volto.
Lei rimase immobile, attaccata allo stipite, incapace di un qualsiasi movimento. Il rumore intorno si smorzò e tutto divenne più scuro.
Ebbe come una rivelazione, e il pensiero l’attraversò fugace. Quel bambino che stava per nascere un po’ le apparteneva. Era destino che altre donne facessero i figli per lei.
Menopausa, risuonò.
E le venne da ridere, ma si trattenne. All’improvviso vide l’uomo con la moglie in braccio sparire nello studio, dietro il dottore.
Le arrivò di nuovo la voce dell’infermiera che al telefono raccontava concitata tutta la storia alla Croce Bianca.
«… e allora stava per partorire…
Poi anche lei seguì gli altri nella stanza. Ed era l’unica ad avere l’aria spaventata.
«Ha visto,» disse con foga la signora elegante. «neanche un lamento. Così si partorisce. Non come nei film. Dove tutte urlano… Lei ha figli?» le domandò.
«Uno…» mentì.
«Tre…» affermò di rimando, orgogliosa. «Il primo ci ha messo due giorni a uscire, ma gli altri li ho espulsi come supposte….
Sarà elegante ma parla a sproposito, pensò.
La ragazza al quarto mese le fissava muta. Solo allora la signora si accorse del suo pallore e tacque.
Rimasero in silenzio. Pronte a percepire ogni piccolo fruscio che proveniva dalla porta chiusa. In attesa. E finalmente si sentirono i vagiti. Forti e sicuri.
La signora scoppiò in un applauso liberatorio. E anche lei, contro la sua volontà. Come se le sue mani lo facessero da sole.
I lettighieri arrivarono proprio in quel momento. La signora rispose al citofono e li accolse sulla porta. Erano in quattro, tre uomini e una donna.
«E’ il mio primo parto.» confessò emozionato quello più giovane.
L’infermiera apparve sulla soglia con l’aria invasata e li fece accomodare nella stanza. Per un attimo riuscì a vedere la donna. Le avevano appoggiato il bambino sulla pancia.
«Ho assistito a un parto…» andava intanto ripetendo l’infermiera. «Ho usato degli stracci… Ha fatto tutto il dottore…
E solo andando a sedersi al suo posto, di fianco al telefono, ritrovò la tranquillità e il silenzio.
Lei dovette spostarsi dallo stipite per far passare i lettighieri che trasportavano la donna.
La scala era troppo stretta e avevano deciso di portarla via con una barella di fortuna, fatta da una coperta.
Vide la donna adagiata, con la sua creatura nuda accanto. Le passò tanto vicino che se avesse voluto, invece di ritrarsi, avrebbe potuto sfiorarla.
Era una donna normale. Un volto che avrebbe dimenticato subito. Quello, era un piccolo mostro tutto rosso. E non piangeva già più. Osservava il mondo con gli occhi spalancati.
«La avvolga con questo…» disse un lettighiere, commosso.
E apparve il padre, felice e rilassato.
«Un ottimo assistente!» si complimentò il ginecologo, dietro di lui.
«Un applauso per il papà!» suggerì la signora elegante. Ma questa volta fu l’unica a battere le mani.
Il padre chinò la testa vergognoso, e seguì i lettighieri per la scala.
Il ginecologo s’infilò la giacca e vedendola là in piedi le si avvicinò:
«Io devo andare in ospedale con loro. Se vuoi puoi aspettarmi, ci metterò un’oretta. Altrimenti passa domani…» le disse prima di uscire.
Fu l’ultima a lasciare lo studio. L’infermiera le fece un cenno con la testa. Continuava a ripetere nella cornetta quello che era accaduto.
Tornò a casa a piedi, attraversando il centro. Si sentiva come una turista, trasparente fra la gente in una città straniera. E l’ora legale non permetteva al buio di scendere su di lei.
Si fermò alla pizzeria all’angolo e comprò due tranci. Si era completamente dimenticata della festa.
Solo aprendo la porta di casa e trovandola vuota, se ne rammentò. Si lavò le mani e la faccia, rifece il trucco e, prese le chiavi della macchina, si avviò dalla sorella.
Stavano tutti rientrando alle loro case. S’infilò nel flusso delle macchine, lasciandosi portare. Il rumore fuori la stordì. E infilò la cassetta.
Avrebbero comprato un cane, pensò.

«So maybe tomorrow / I’ll find my way home / So maybe tomorrow / I’ll find my way home»
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