GET AWAY

Aveva deciso di affrontare la situazione tappandosi il naso.
Era solo un modo di dire, come a testa alta o a testa bassa, ma a lei suonò bene. E poi i neonati puzzano veramente. Di merda e di latte rancido. Pensò.
Aspettò pazientemente prima di indossare i Doc. E la mattina in cui decise di tornare a scuola, dopo aver smaltito la vergogna, li tirò fuori dall’armadio dove li aveva riposti perché non si impolverassero.
Glieli avevano fatti trovare sulla scrivania della sua camera, in un enorme scatolone rosso, il giorno del ritorno della madre dalla clinica. E il giorno del ‘suo’ arrivo definitivo, naturalmente. Per consolarla.
Se avesse avuto tre anni le avrebbero regalato un orsetto di peluche o uno di quei bambolotti con le sembianze dei neonati, così angoscianti. Lei lo avrebbe decapitato subito e tutti avrebbero potuto mormorare, con il cuore in pace:
«Com’è gelosa, la bimba.
Ma a una quindicenne come lei, cosa si può regalare di meglio dei Dr Marten’s, se ne va matta?
Aveva tirato le stringhe con il naso tappato perché ‘lui’, adagiato nella carrozzina, stava dormendo lì vicino.
«Perché diavolo non lo ficcano nella sua stanza, invece di lasciarlo al centro della casa…» aveva borbottato.
Ma la risposta le era tornata subito alla mente. Era troppo piccolo per il lettino. L’aveva sentito dire alla madre.
Aveva raddrizzato la schiena e si era stirata per bene. Chissà perché non mi chino mai per allacciarmi le scarpe, ma me ne sto sempre piegata in due, aveva pensato.
Il mostro aveva cominciato a singhiozzare, ma lei si era ben guardata dall’avvicinarsi e per fargli un dispetto aveva sbattuto rumorosamente la porta, scappando di corsa per le scale.
All’aria aperta aveva finalmente inspirato i profumi della primavera, percorrendo i pochi metri che la separavano dal liceo fiera delle sue estremità.
Spuntavano lucide dai pantaloni militari.
Una volta in classe non andò a sedersi immediatamente al posto, ma si appoggiò alla finestra più vicina alla cattedra, posteggiando i piedi in piena luce, perché tutti potessero ammirare i suoi nuovi Doc.
«Fighi.» commentò Nicolò.
«Dove li hai comprati?» s’informò Federica.
«Provati a comprarli uguali che giuro te li taglio…» la minacciò. Quella si allontanò senza ribattere. Era proprio un coniglio.
In quel momento entrò la prof. di francese, boccheggiante come al solito, e la guardò con tenerezza, facendole segno di accomodarsi.
Stava antipatica a tutti per i suoi modi scostanti, ma con lei era sempre stranamente protettiva. Forse perché era l’unica che conoscesse bene la sua lingua, o forse, ed era più probabile, perché anche lei veniva considerata antipatica dalla stragrande maggioranza dei compagni.
Cominciò a spiegare con quel suo buffo accento da straniera, ma lei non sentì una sola parola. Stava sognando di camminare sulla spiaggia del Donegal, aspettando l’alta marea dell’Atlantico.
«Allora è nato?» le chiese alla fine della lezione, facendola sobbalzare sulla sedia.
«E già…» si limitò a rispondere, con aria imbambolata. La professoressa la scrutò cercandole gli occhi, che lei abbassò in fretta. Preferì non informarsi sulla salute della madre, come avrebbe desiderato, ma le scompigliò i corti capelli e si allontanò sotto lo sguardo critico degli allievi.
«Cosa voleva la cornacchia?» le domandò da dietro Martino, allungandosi sul banco.
Perché non si fanno un po’ gli affari loro, pensò. Ma rispose, voltandosi automaticamente.
«Niente, sfortunatamente ha conosciuto mia madre con il pancione…» s’interruppe.
Il prof. di lettere era entrato e li stava osservando. Puzzava di sigaro come sempre. Martino si ritirò al suo posto senza insistere oltre.
«Ragazzi, insomma… I pronomi personali! Non li avete ancora sulla punta della lingua come dovreste! Perciò domani compitino…» cominciò, fra il dissenso generale.
«Ci dia una possibilità!» lo implorò Luana, portavoce di tutti. Il prof. con lei non si arrabbiava mai.
Si limitò a ghignare ma quando il dissenso si fece troppo rumoroso li domò con la solita fermezza, gesticolando e promettendo che se il giorno dopo avesse piovuto non se ne sarebbe fatto nulla. E tutti acconsentirono pensando alla danza propiziatoria che avrebbero dovuto inventarsi quel pomeriggio. Riusciva sempre a prenderli in giro. Erano tre settimane che non pioveva. I giornali avevano cominciato a parlare di siccità.
Comunque non è male avere per professore un cantautore, pensò. Non è il solito adulto insoddisfatto che si sente un fallito. Almeno lui non scarica sugli studenti le proprie frustrazioni.
La mattinata volò via senza che se ne rendesse conto e la campanella suonò gettandola nello sconforto.
Non voleva tornare a casa.
Con gli occhi cercò qualcuno per farsi invitare.
«Posso venire a pranzo?» chiese a Dafne.
«Vado dalla nonna…» si giustificò quella.» Se vuoi domani…
«Oh grazie…» balbettò e non trovò il coraggio di rivolgersi a qualcun altro.
Allora, esercitandosi a tappare il naso, rifece la strada del mattino. Calpestò gli stessi tombini e attraversò la strada esattamente nello stesso punto, come se stesse seguendo la traccia lasciata dai sassolini. Quand’era piccola si riempiva le tasche di sassolini. L’aveva imparato da Hansel e Gretel, la favola preferita di sua madre.
Gliela raccontava tutte le sere.
Lei invece amava quella degli animali musicisti. Si incontravano tutti, un cane, un gatto e un asino» le sembrò di ricordare» su una strada. Stavano fuggendo dalla loro triste condizione e insieme avevano trovato la felicità.
Ma la madre non la sapeva mai e allora appena era possibile se la faceva raccontare dal padre. Stavano abbracciati sul lettone come due innamorati. Lui le bisbigliava la favola nell’orecchio.
Possedeva anche una cassetta con la sua voce registrata. L’aveva sentita e risentita. Aveva ereditato da lui la voce. Profonda e sonora. E anche la musicalità.
Lui suonava il piano.
Quando era morto erano insieme, in macchina. Il giorno dell’incidente. Sembrava, così dicevano, che lui, per accontentare un suo desiderio, l’avesse portata al mare. Al ritorno erano volati fuori strada.
Ricordava il viaggio in ambulanza. Il suono della sirena. Ma lui non ce l’aveva fatta e lei era rimasta.
Aveva cinque anni e ancora impressa nella mente la disperazione degli occhi della madre. E l’accusa che le rivolgeva, muta, tutte le volte che ne incontrava lo sguardo.
I musicanti di Brema, il nome della favola le venne in mente svoltando nella sua strada.
L’aria del selciato al sole le riscaldò le ossa. Chissà perché aveva sempre freddo. Forse l’anemia, pensò.
Cominciò a canticchiare una sua canzone. Ne aveva composte già una ventina. Ed era orgogliosa delle sue canzoni. Era scritto sul librone del destino che lei facesse la musicista. Esattamente come nella favola, stava solo aspettando di compiere diciotto anni per fare le valige e andarsene in giro per il mondo, suonando.
Per un attimo però venne sfiorata dal dubbio di non riuscire a vivere tappandosi il naso ancora per tre anni.
Quando entrò in casa il fratellastro, quello che la madre si ostinava a chiamare il suo fratellino, stava urlando. E tutti gli stavano attorno.
Se avesse fatto metà del suo casino l’avrebbero buttata fuori a calci, pensò chiudendosi nella stanza.
Il brontolio dello stomaco le ricordò che era ora di pranzo e andò in cucina, speranzosa. Ma nessuno si era preoccupato di cucinare qualcosa per lei. Frugò nel frigorifero e riuscì a imbandire un pranzetto coi fiocchi. Budino al cioccolato, cereali, latte e banana. E per completare un pezzo di focaccia stantia.
Riattraversò la casa con la convinzione di essersi trasformata in un fantasma. Era vero che lei non voleva essere vista, ma tutti sembravano felici d’accontentarla.
Per la frazione di un secondo incrociò gli occhi stanchi della madre. Erano vuoti. Come se fosse stata completamente prosciugata da ogni sentimento.
Provò un odio incontrollabile verso l’uomo che aveva preso il posto del padre e si chiuse a chiave nella sua stanza.
Cominciò a scarabocchiare sul suo quaderno, dopo aver messo il C.D. dei Nirvana.
Da settimane si era specializzata nel disegnare cadaveri. Morti per arma da fuoco. Morti impiccati. O annegati. Una marea di striminzite figure senza vita inondava i suoi fogli.
La voce di Kurt le arrivò dall’oltretomba.
Non aveva mai pensato alle parole di quella canzone. Improvvisamente riuscì a comprenderle:
“… Il suo era un odore diverso da ogni altro.
Era nato inodore ed inutile …
… Va’ via, sparisci, sparisci!”
Continuava a sbraitare:
“… Go away, get away, get away!”
Oh sì, pensò, sparisci, sparisci piccolo mostro.
Non le importò più sentire il resto della canzone. E scoppiò a ridere.
Aprì la porta in silenzio e in silenzio andò verso la culla. Si chinò sull’essere, che finalmente taceva e lo annusò, senza tapparsi il naso. Non sentì alcun odore, come aveva previsto, e decise che era un segnale per lei.
“… Go away, get away, get away!”» canticchiò in tono smorzato.
Attirata da quella immobilità, toccò con un dito il cranio pelato e provò disgusto. Il mostro sembrò girare inaspettatamente la testa. Lei, spaventata, ritirò subito la mano e quello cominciò a rognare, con uno stridio fastidioso che esplose in un urlo acuto.
Lo guardò meravigliata e pensò che per essere così piccolo faceva davvero un gran rumore. Ma per farlo tacere sarebbe stato sufficiente premergli il cuscino sulla bocca. Non avrebbe opposto resistenza.
«Sei proprio stupida.» la rimproverò l’uomo di sua madre, apparendo dal nulla. «Si era appena addormentato.»
Non lo degnò di una risposta e si rifugiò nel suo regno.
Il cielo le aveva mandato un segnale. Doveva far sparire quell’essere inodore. Eliminarlo. Questa era l’unica vera soluzione, pensò. Sua madre avrebbe avuto ancora lei. Doveva soltanto individuare chi l’avrebbe messa in atto al posto suo.
Lei doveva restare innocente.
Appoggiò i piedi alla scrivania e lasciò andare i suoi pensieri. Lentamente nella sua testa si andò formando un piano preciso.
La mattina dopo si alzò presto e cominciò i preparativi.
Ripescò dal fondo dell’armadio una mini che le aveva comprato la nonna e che non aveva mai indossato. S’infilò le calze nere e guardò nello specchio il risultato. Ributtante, pensò sconsolata.
Ma non cambiò idea e proseguì nel travestimento.
Scelse una maglietta che mettesse in mostra il seno. Di quelle stretch che si appiccicano al corpo e appena infilate sembra ti tolgano il respiro. La trovò leggermente scollata. Anche quella gliel’aveva regalata la nonna. Aveva proprio uno strano gusto.
Si sentì morire ma cercò di adattarsi.
Nello specchio una ragazza sconosciuta le sorrideva. E si spaventò scorgendo quegli occhi cattivi che la stavano fissando. Scosse la testa e l’immagine cambiò espressione.
Non incontrò nessuno dei familiari e nessuno poté fare dei commenti sul suo nuovo abbigliamento. Solo la nonna, nella breve apparizione sulla soglia, prima di sparire in bagno, le sembrò più contenta del solito.
Dopo aver ingoiato due fette biscottate e un caffè si diresse a scuola, sempre più convinta di quello che stava facendo.
La vista degli amati Doc che avanzavano sull’asfalto la rassicurò.
Affrontò la scalinata della scuola a testa alta.
«Uaoh!» fu il commento più educato.
Il professore cantautore era già in classe. La squadrò dalla testa ai piedi e si soffermò sulle gambe.
Non si lasciò sfuggire l’occasione di interrogarla. Ma solo dopo aver centrato con un gesso la testa del suo compagno di banco che si stava lanciando in commenti un po’ troppo spinti.
«Non disturbare! Tutti zitti… E tu Valentina, già che ci sei, vieni fuori.» disse fra i denti, non togliendole mai gli occhi di dosso. E pensare che per il primo mese di scuola l’aveva scambiata per un maschio. Le venne da ridere, ma si trattenne.
Riuscì a concentrarsi e a prendere un bel voto.
Quando tornò al posto, fra il mormorio generale, aveva in mente un unico pensiero. Trovare il ragazzo giusto.
Girò lo sguardo intorno. Ma nessuno dei compagni le diede la sensazione di essere un duro.
Pensò di fare un giretto per i corridoi della scuola, durante l’intervallo. O un salto al bar. Stava riflettendo quando sentì il dito puntato nella schiena.
«Vieni al cinema con me?» le bisbigliò in un orecchio Martino. Aveva assunto un timbro sconosciuto che lasciava immaginare ben altro.
Lei si voltò incuriosita. E fu come se lo vedesse per la prima volta. Due fessure sottili, chiare e distanziate, la fissavano fredde. E aveva un sorriso beffardo.
Decise di metterlo alla prova. Non era neanche brutto.
«Volentieri.» accettò.
«Ragazzi voglio attenzione…» brontolò il prof.
«Alle due e mezza sotto casa tua.» soffiò Martino.
E lei continuò a trattenere il respiro fino a quell’ora.
Ma il tempo si mise a volare.
Al suo rientro scorse il fratellastro attaccato al seno della madre e si rifugiò in cucina.
Frugò nel frigorifero e si accontentò di una mela e di un pezzetto di grana, poi si lavò i denti e si profumò.
Si presentò all’appuntamento con dieci minuti di ritardo. Era già lì ad aspettarla.
«Ciao…» mormorò.» Cosa vuoi andare a vedere?
«Un film d’amore.» lo provocò.
«Titanic ? Lo danno qui vicino…» la invitò, prendendole la mano.
«Ottima scelta…» disse lei, tanto per dire qualcosa.
Lui stirò le labbra soddisfatto e s’incamminarono mano nella mano. Non aveva mai permesso a nessuno di prenderla per mano, prima. Quella di Martino era fresca. Ed ebbe paura che il palmo della sua cominciasse a velarsi di sudore, come nelle interrogazioni. Le faceva così schifo. Ma non accadde.
Sembravano proprio una bella coppia. Così innamorati da non dover usare le parole. In realtà non sapevano davvero cosa dirsi.
Al cinema, quando il buio li avvolse, lui le mise una mano intorno alle spalle e con l’altra scivolò delicatamente sotto la maglietta. Lei sentì il contatto timido e freddo e lo lasciò fare. Gli concesse anche qualche bacio svogliato.
Ma quando s’intrufolò curioso sotto la gonna, lo scacciò.
«No.» lo intimidì seccamente.
Lui non ebbe la forza di reagire e per un pezzo rimase immobile, con gli occhi fissi sullo schermo.
Mentre Jack venne inghiottito dai flutti, con la mano tesa verso l’alto, lei versò due o tre lacrimucce e si lasciò nuovamente abbracciare. Anzi fece di meglio. Allungò le sue dita sottili fino al punto cruciale dei pantaloni e le appoggiò lì, a peso morto.
Le sembrò di avvertire nell’aria l’imbarazzo di lui. Una forza misteriosa pulsò sotto le sue dita. Trattenne la risata e si concentrò sul film, cercando inutilmente di commuoversi.
Lui per un po’ sostenne la situazione, poi si alzò di scatto.
«Seduto!» una voce sbraitò alle sue spalle.
«Ti aspetto fuori.» riuscì a sussurrarle, ma lei lo seguì subito comprensiva.
«Andiamo a bere qualcosa?» le chiese titubante, appena furono all’aperto. Non aveva il coraggio di guardarla e aveva la punta delle orecchie paonazze.
«In un posticino tranquillo.» suggerì lei.
E sentì il bisogno di prendere ossigeno, gonfiando i polmoni.
Vide i suoi occhi fissi sulla maglietta tesa.
«Oh certo…» balbettò di rimando e la condusse in una bettola a due passi da casa sua.
Appena dentro le sembrò di respirare polvere e buio, e cominciò a tossire. Di sicuro la donna grassa dietro al bancone non lavava i bicchieri con attenzione.
«Beh mi sembra un po’ squallido qui…» disse lei, arricciando il naso.
Lui parve riflettere.
«In casa non c’è nessuno, vuoi salire?» le domandò, esaminandosi le unghie.
«Hai una Coca?» chiese lei.
«Non lo so…
«Va bene lo stesso…» acconsentì frettolosa, prima che potesse cambiare idea.
La casa si trovava proprio dietro l’angolo.
Non si aspettava che abitasse in un grattacielo, al quindicesimo piano, e non gli confessò di soffrire di vertigini. Le sembrò che l’ascensore ci impiegasse un’eternità e non riuscì ad aprire bocca. Lui era imbarazzato.
L’appartamento si presentò grande e luminoso. Anche troppo.
I mobili, tutti moderni, galleggiavano nel vuoto. E i suoi passi non producevano alcun suono, sulla morbida moquette grigio perla.
Una scultura in acciaio, abbandonata in un angolo, sembrava una figura spaziale, irreale.
«Mia madre è una designer.» le spiegò, conducendola lungo un corridoio da incubo, verso la sua stanza.
Dentro regnava un disordine più umano e lei si sentì a suo agio: il poster di Kurt al centro del muro, sopra il letto, sembrava sorriderle triste.
«Hai qualche C.D. dei Nirvana?
«Certo,» si precipitò ad accontentarla. «… io suono molti loro pezzi.»
Lei notò solo allora la chitarra sulla poltrona e le prime note di Serve the Servant cominciarono a vagare nell’aria.
«Ti scoccia se uso il bagno?» s’informò vedendo una porta sulla parete di fronte.
«Figurati. E’ lì.» e lui gliela indicò.
Non aveva programmato di farlo, ma le venne spontaneo. Aveva deciso di seguire l’istinto. Così si spogliò completamente e si mise sotto la doccia. Chissà cosa pensa, si chiese divertita.
Lo scroscio dell’acqua calda sulla pelle la fece rabbrividire. Quando il locale fu completamente invaso dal vapore:
«Allungami un asciugamano!» urlò imperiosa.
Martino arrivò di corsa, come se non avesse fatto altro che aspettare quell’invito.
L’asciugamano profumava di lavanda.
Uscì dalla vasca senza vergognarsi e vi si avvolse completamente, sotto lo sguardo indecifrabile di lui. Poi prese a singhiozzare, lasciandosi scuotere dai singulti.
Lui rimase immobile, interdetto. Troppo inesperto per saper affrontare una situazione simile. Ma alla fine decise di offrirle un bicchiere d’acqua e una spalla per consolarla.
Esattamente come aveva previsto lei, che cominciò a raccontargli la sua triste vita. Dalla morte del padre all’arrivo di quel fratellastro che le aveva portato via l’amore di sua madre. Una parola dietro l’altra, senza prendere mai fiato.
Lui l’ascoltava silenzioso. Poteva avvertirne il respiro farsi sempre più affannoso. E lo sentì tremare. Allora gli confessò tutto il suo odio.
«Ho sognato di strozzarlo. Lo farò prima o poi… Giuro che lo butto giù dalla finestra!
Lasciò che l’asciugamano le scivolasse dalle spalle, scoprendo il seno.
Ma non lo aveva fatto apposta.
Lui l’accarezzò teneramente.
E lei si sentì completamente indifesa, mentre i capezzoli non volevano più obbedirle e cercavano di ottenere piacere.
Poi lo sentì strapparsi da lei e la sua voce fredda le ordinò di rivestirsi. Improvvisamente era diventato duro come un pezzo di legno.
«Potrebbe tornare mia madre…» parve giustificarsi.
Quando fu pronta si offrì di riaccompagnarla a casa.
Le prese la mano come se si sentisse il suo padrone.
«Stai tranquilla, e non fare sciocchezze. C’è sempre una soluzione…» la consolò sul portone.
Si sfiorarono le labbra e lei salì le scale di corsa.
Era felice. Aveva trovato qualcuno che avrebbe sistemato ogni cosa. E per la prima volta in vita sua pensò di essere innamorata.
Quella notte dormì profondamente.
La mattina dopo uscì di casa alla solita ora ma non andò a scuola. Entrò dal panettiere, comprò una brioche calda e sbocconcellandola si avviò verso il parco.
Aveva bisogno di girare senza meta e senza pensieri.
Cominciava a far caldo. Le cornacchie lanciavano in aria le loro strida e i cespugli erano fioriti. L’odore dolciastro stava già diventando sgradevole. In anticipo sulle stagioni.
Si sedette su una panchina e cominciò a fare un gioco che faceva spesso. Osservare curiosa tutti i ragazzi che le passavano davanti, cercando di fare una graduatoria estetica.
E quella mattina nel parco c’erano parecchi frequentatori. Molti extracomunitari con le toppe sui pantaloni e tanti perditempo che si fermavano sulla panchina di fronte sperando di attirare la sua attenzione.
Passarono pochi studenti che, come lei, avevano bigiato. Ed erano tutti decisamente brutti.
Qualcuno tentò anche di abbordarla, sedendole di fianco, ma venne dissuaso dal suo sguardo duro.
Non trovò nessuno che riuscisse a piacerle, tranne un indiano che camminava spedito, con un dobermann nero al guinzaglio.
Ma riuscì a non pensare a Martino e a scoprire che avrebbe desiderato avere un cane da portare in giro.
Si alzò e fece un ultimo passeggiata fra le aiuole, prima di tornare a casa.
A pranzo nessuno le chiese come fossero andate le interrogazioni e non fu obbligata a mentire.
La madre aveva cucinato le lasagne al forno. Dopo mesi che non metteva più piede in cucina.
Aveva riconosciuto il profumino che aleggiava nella tromba delle scale e aveva fatto i gradini a due a due. Era così tanto tempo che non sentiva più odori uscire da quella casa che se li era dimenticati.
Divorò tutto quello che aveva nel piatto, senza mai alzare gli occhi.
Le faceva schifo il modo in cui l’uomo della madre masticava il cibo, triturandolo con gli incisivi. E la sua bocca unta. Non poteva capire come sua madre desiderasse baciarlo.
Con la scusa dei compiti si ritirò subito nella sua stanza e aspettò con ansia la telefonata di Martino.
Alle quattro temette di essersi sbagliata.
Per non pensare si piazzò davanti al televisore e fece indigestione di videoclips.
Alle sette meno un quarto suonò il campanello.
Dovette andare ad aprire lei, perché la madre era alle prese con il bagnetto e la nonna era sorda.
Sul pianerottolo trovò Martino con un mazzolino di fiori di campo.
«Ciao, stai bene?» s’informò subito. «Scusa ma avevo un impegno…» La scrutava ansioso ma, sentendo il pianto dell’essere mostruoso , parve tranquillizzarsi.
«Quello piange sempre…» lo avvertì lei. «Adesso gli fanno il bagno…»
Martino si avvicinò alla carrozzina e vi gettò un’occhiata.
«E’ carino…» borbottò, a voce molto bassa.
Sembrava meravigliato, come se si fosse aspettato di vedere il figlio di Satana là dentro.
Lei lo richiamò e dopo aver messo i fiori in un vasetto con l’acqua si chiusero nella sua stanza. Tanto nessuno aveva mai nulla da ridire.
Si abbracciarono timidamente.
Martino si tolse le scarpe e si sedettero sul letto con le gambe incrociate.
«Ho un’idea.» andò subito al dunque. Aveva un tono basso e una strana luce negli occhi.
«Faremo in modo che capiti un incidente al piccolo. Non sarai tu la responsabile…» mormorò fissandola.
Aveva lo sguardo gelido e la bocca stretta in una smorfia dura. Ma lei lo trovò bellissimo e rassicurante.
Non ho sbagliato, pensò. E lo lasciò continuare, senza intervenire.
«Dobbiamo solo aspettare. Devi imparare a occuparti di lui. Conquistare la fiducia dei tuoi. E quando nessuno penserà che tu potresti fargli del male, succederà.
S’interruppe per baciarla.
«Fra qualche settimana lo porterai al parco ma mentre starai per attraversare il viale, un pazzo in moto ti verrà addosso facendoti perdere il controllo della carrozzina. In quel momento passerà la 61 e zac… ‘quello’ non esisterà più. Cosa ne pensi?»
Sembrava un bambino a cui avessero regalato un chupachups.
Rimase senza parole. E scoppiò in una risata nervosa.
«Devi aiutarmi.» disse quando riuscì a controllarsi.
«Sarò sempre con te. Ma voglio che torni a vestirti come prima.» le ordinò.
Lei non sopportava le imposizioni, ma questa volta non reagì, anche perché non avrebbe fatto nessuna fatica a rientrare nei suoi vestiti. E acconsentì contenta.
Da quel giorno continuò a dormire tranquilla e non fece più brutti sogni. Dopotutto era gradevole sentirsi amata.
Ora riusciva anche a controllare meglio il suo nervosismo. Non digrignava più i denti, né di notte né di giorno.
La mattina a scuola il tempo volava.
Non c’erano più tensioni e malumori, perché tutte le interrogazioni erano state programmate nell’ultima settimana di scuola.
Il professore cantautore poi era sempre di ottimo umore, anche se oramai era chiaro che la sua squadra non avrebbe vinto lo scudetto. Aveva finito il programma di latino e greco e si stava dedicando a spiegare storia e letteratura.
Sebbene a lei Rimbaud e i simbolisti francesi in realtà non interessassero affatto, così inutilmente pretenziosi, riusciva lo stesso a trovare piacevoli le lezioni. Sentiva alle sue spalle il respiro di Martino.
A casa, invece, almeno all’inizio, tutto scorreva lento.
Ma Martino le stava sempre accanto, come le aveva promesso. Anche quando lei doveva essere gentile con la madre.
E a poco a poco cominciò ad assuefarsi.
Prese a offrirsi di andare in farmacia per il fratellastro. Lo cullava quando piangeva e cominciò persino a cambiargli i pannolini senza trovarlo un compito tanto sgradevole.
Era così pericolosamente inodore.
Da un certo momento la madre si fidò completamente di lei tanto da permetterle di portarlo ai giardinetti. E quando le uscite divennero giornaliere, le concesse finalmente di andare fino al parco, dove si riunivano i ragazzi della scuola, anche i suoi compagni. Li trovava tutti là, al campo di pallacanestro. E divenne un’abitudine andarli a salutare.
Lei non voleva confessarlo, ma cominciava a divertirsi.
Usciva tutti i pomeriggi alla stessa ora e Martino l’aspettava fischiettando all’angolo. Teneva nascosto nel pugno un cronometro e con quello controllava quanto impiegava per arrivare alle strisce pedonali del viale alberato.Poi aspettavano insieme il passaggio della 61.
Per due settimane Martino verificò i tempi, pignolo come un allenatore.
Alla fine tirò le sue conclusioni.
«Lunedì prossimo,» le raccomandò.» esci di casa alle tre esatte.
Lui non ci sarebbe stato, perché doveva andare dal dentista. Poi non tornò più sull’argomento, ma per il week-end la invitò nella sua casa al lago
«Mio padre vuole conoscere la mia prima ragazza» disse ridendo.
Aveva dei denti perfetti.
Lei provò un sentimento nuovo: orgoglio misto a stupore, e si sentì confusa. Dimenticò quello che sarebbe successo lunedì e si concentrò sulla gita al lago.
Temeva che non le dessero il permesso. Non era mai andata da nessuna parte, prima. E questa volta lo desiderava davvero.
La madre non trovò nulla da obiettare, anzi si mostrò felice per lei. La nonna l’aiutò a preparare la borsa, perché ci teneva che facesse una buona impressione sulla famiglia di Martino.
Allora lei provò un fastidio sordo, si sentì ancora una volta esclusa dalla loro vita. Avrebbe quasi preferito un rifiuto da parte della madre. Ma ricacciò tutto giù in fondo e si occupò del beauty-case. Non poteva rischiare di dimenticare il Clearasil.
Quando passarono a prenderla era emozionata.
Sentiva i rivolini di sudore scorrerle lungo le braccia e si arrabbiò con sé stessa. Assunse così un’aria aggressiva che colpì sfavorevolmente la madre di Martino. Il padre invece ne fu incantato. Odiava le donnicciole.
«Finalmente conosciamo la famosa Va-lentina. Ma non è il nome più adatto per te, mia cara. Tu non vai di certo lenta, e oltretutto non porti bene i diminutivi.» le disse aprendole la portiera dopo aver depositato la valigia nel portabagagli.
Aveva qualcosa di stranamente sgradevole. Forse gli occhi. Ma erano identici a quelli del figlio. E a lei piacevano tanto.
Gli sorrise ugualmente, e si lasciò andare sul sedile.
«Martino mi ha detto che hai un fratellino e che te ne occupi a tempo pieno, brava. Anche a me sarebbe piaciuto tanto fare un altro figlio, ma non ho potuto…» La madre per parlare si era voltata e sul collo le si era disegnato un reticolo di pieghe. Disgustose. Sembra una gallina, pensò lei e non rispose.
Stranamente non si sentiva più così felice di non vedere per due giorni l’essere inodore.
La madre si rigirò riflettendo che era proprio bellina, ma un po’ troppo altezzosa. Si tranquillizzò al pensiero che sicuramente non sarebbe stata quella definitiva, ma solo la prima di una lunga serie, visto che il figlio aveva appena sedici anni. Avrebbe potuto ancora indirizzare i suoi gusti, pensava.
La casa era una vecchia villa nascosta dalla vegetazione.
Attraversarono un cancellata tutta lavorata e dopo una curva del viale alberato si trovarono di fronte alla facciata lilla.Un romantico gazebo sorgeva al centro del prato.
Venne loro incontro una donna con la crestina in testa.
«Buongiorno Odile.» risposero al suo saluto.
La fecero accompagnare alla sua stanza. Le avevano dato l’unica in cima alle scale, quasi in soffitta. La madre l’aveva scelta apposta più lontana possibile da quella del figlio. Ma era graziosa, tutta pizzi e di un bel rosa antico.
Si buttò sul letto a baldacchino, altissimo, ridendo. Voleva essere sicura che non ci fosse neppure un pisello sotto il materasso.
La finestra nel bovindo dava sul grande prato e oltre la siepe vide uno scorcio di lago.
«Mi piacerebbe vivere qui…» mormorò, meravigliata lei stessa di quel pensiero.
Martino la chiamò da sotto:
«Scendi che giochiamo a ping-pong…
Trovò i genitori adagiati su dei lettini, vicino al gazebo. La madre sfoggiava un castigatissimo costume da bagno viola. Non la degnò neppure di uno sguardo.
«Vieni, siamo in libera uscita fino all’ora di cena. Mia madre è una lucertola e mio padre un ghiro.» ghignò Martino.
Il tavolo si trovava dietro la casa sotto un pergolato di vite americana. Le ricordò certe vacanze al mare, a Celle, quando giocava con la mamma ed erano ancora sole.
«Fammi vedere quanto vali!» la sfidò Martino.
«Più di te, sicuro…» accettò la provocazione.
Dopo i primi palleggi capì che aveva una schiacciata fulminante. Non doveva assolutamente concedergli delle palle alte. Si obbligò a giocare teso, sfiorando pericolosamente la rete e divertendosi a mirare gli angoli. Voleva vincere a tutti i costi.
Martino per un po’ le oppose una strenua resistenza, poi cedette e cominciò a sbagliare i colpi.
«Porca…» esclamava ad ogni errore.
Non riuscì a comprendere se l’avesse lasciata vincere apposta ma si accontentò lo stesso. Solo non gli concesse la rivincita.
«Sai montare a cavallo?» le chiese dopo qualche minuto di riposo. Si erano sdraiati sul prato, faccia al cielo.
«Sì…
«Allora andiamo a trovare Giovanni.» E prima che potesse dire qualcosa la prese per mano e la condusse lungo un sentiero, fra cespugli e alberi frondosi, fino a una cascina.
«Questi sono i cavalli di mia madre.» le presentò un Lusitano grigio e un Andaluso dal mantello color isabella.
«Sam è mio. E’ un maremmano troppo alto. L’ho trovato quando avevo nove anni, in un maneggio. Mi faceva pena, era ombroso e lo facevano montare solo a quelli già abbastanza bravi. Con me è stato subito docilissimo. Così l’abbiamo comprato. La mamma ha sempre avuto cavalli.
Cominciò a distribuire zuccherini a tutti.
«Se frughi in quell’angolo troverai degli stivali e un cap della tua misura. Io vado ad avvertire che usciamo…
La lasciò sola nella stalla con gli occhi di tutte le bestie sgranati addosso.
Come sono enormi, pensò, e cominciò a cercare.
Martino montò Morgan, che aveva lo stesso nome della sua razza.
«Baio è il nome che il cavallo prende dalla colorazione del mantello.» si mise a spiegarle.» Questa tonalità di marrone rossastro è baio. E un cavallo baio deve avere la coda, la criniera e le estremità nere. Esattamente come Morgan.
«Giuro che non lo sapevo. E sauro?
«Idem. Così anche per roano non si intende una razza, ma il colore del mantello. Il mio sogno è possedere un cavallo palomino. Cioè dorato con criniera e coda più chiare. Dare questi nomi universali serve per poter identificare i cavalli. E la colorazione segue delle regole genetiche simili a quelle dei nostri capelli. Ma non voglio annoiarti con queste idiozie.
«No, anzi.
Stavano trottando affiancati, lungo una strada sterrata. Lontano si poteva sentire il rumore del traffico.
«Vieni spesso?
«Tutti i sabati. Mi piacerebbe fare l’allevatore di cavalli. Penso che comunque farò veterinaria. Specializzato in animali grossi. Sono molto ricercati i veterinari dei cavalli. E pagati bene.
«Io farò la folksinger. Potresti accompagnarmi… Però a meno che non diventi una specie di Bob Dylan, non credo che guadagnerò troppo. Voglio solo poter girare per il mondo.
«Anch’io. I veterinari sono richiestissimi in Sud America…
Martino non finì la frase e partì al galoppo, lasciandola indietro.
La strada si era aperta in una vasta pianura, solcata da un fiumiciattolo.
Morgan lo guadò schizzando acqua da tutte le parti.
Sam si impuntò, rischiando di farla volare. E cominciò a bere.
«Il solito pigraccio. Scusa se non ti ho avvertito…
Ma lei era convinta l’avesse fatto apposta. E comunque non era mai caduta da cavallo.
Rientrarono e la madre li consigliò di farsi una doccia.
«Non insieme…» scherzò il padre.
Vide un lampo negli occhi della donna, ma fece finta di sorridere all’idea.
«Non mettergli tu in testa delle cattive idee. E ragazzi, ricordate sempre il preservativo.
Martino la strattonò via. Sembrava vergognarsi dei suoi genitori.
Nel box trovò uno sgabello in legno giapponese e un mastellino, sempre in legno. Si sedette e restò a lungo sotto il getto tiepido. Aveva la sensazione di essere un attrice nella pausa di un set.
La sera, dopo una cena squisita -due primi, due secondi, due dolci e il gelato-, guardarono una cassetta affittata. Uno di quei film violenti e senza senso che mettono addosso un’ansia incredibile.
«Amo i thriller.» dichiarò il padre, ghignando.
Lei preferiva le commedie, ma decise di tacere.
Poi si ritirarono ognuno nella propria stanza.
Lei chiuse a chiave. Non sapeva perché, ma lo fece.
Avrebbe voluto strappare i petali di una margherita. L’amo o non l’amo? Si chiedeva.
E quando, quella notte, vide la maniglia abbassarsi, venne presa dal desiderio di correre ad aprire. Ma si trattenne e infilò la testa sotto il cuscino.
Si addormentò così, come quando era piccola.
La domenica accadde una cosa inaspettata.
Tutta la famiglia si recò a messa.
La madre con i guanti bianchi traforati e il velo in testa, il padre vestito di blu e Martino con l’aria di chi sta andando a un funerale.
«Non sono battezzata.» ci tenne a precisare lei. Ma si morsicò la lingua, vedendo i loro sguardi allibiti.» Sono buddista.» mentì, tanto per darsi una religione.» La nonna paterna era cinese.» continuò, oramai persa nel vortice della menzogna.
«Ah… Ecco perché! Hai degli strani occhi…» la incoraggiò il padre.
«Davvero?» la squadrò la madre.» Beh non ti dispiacerà stare sola per un’oretta. Se hai bisogno puoi trovare Odile in cucina…» concluse montando in macchina.
«A più tardi…» la salutò Martino. Triste.
Guardò la macchina allontanarsi lungo il viale e quando sparì dietro la siepe si rifugiò nel gazebo.
Sul tavolino di ferro scoprì un libro in francese e cominciò a leggere. Non voleva pensare a niente.
Erano poesie. Poesie di Prévert. Strane, ciniche e crudeli. Le sembrarono dei giochi di parole, quasi dei brani di musica. E a poco a poco si assopì.
Cominciò a sognare di essere dentro un cavallo. Nell’occhio rotondo di un cavallo bianco. Veloce e snello. Correva rapido sulla prateria fino all’orizzonte.
Fino ad alzarsi in volo. L’aria le sferzava il viso. Ne era infastidita. Nell’enorme pupilla si riflettevano le case, le strade, gli alberi. La terra.
Poi entrò in una caverna scura. E il cavallo divenne piccolo piccolo e lei tornò a essere Valentina in formato normale. Nella caverna venne assalita da uno sciame di calabroni. Che poi divennero pipistrelli. E poi vampiri.
Si svegliò terrorizzata.
«Ha bisogno di qualcosa?» si stava informando Odile, guardandola con gli occhi interrogativi.
«Niente… grazie…» balbettò e riprese a leggere.
Solo le poesie d’amore.
La trovarono ancora lì, infreddolita e con le mani intorpidite.
«Perché non sei entrata…» la rimproverò il padre.
«Vuoi un golf?» s’informò gentilmente Martino.
«No, se mi muovo sto bene, non preoccuparti. Mi sono addormentata…
«Fate una passeggiata prima di pranzo, il tempo sta volgendo al brutto.» li invitò la madre, con quel suo fare teatrale.
Si allontanarono contenti di poterlo fare, lasciandoseli alle spalle. Due figure sempre più piccole. Fino a che non furono più visibili.
Avevano preso una direzione diversa, attraverso il prato.
«Sono antipatica a tua madre.» sbottò quando s’inoltrarono nella boscaglia.
«Non è vero. Non le dispiaci, ne sono certo.
«Sarà…
«Si tratta solo di gelosia femminile… sai com’è, sta entrando in menopausa. Mio padre comunque è entusiasta. Mi ha fatto i complimenti.» le svelò Martino, guidandola lungo un nuovo sentiero fra gli alberi.» Ti trova incantevole…
«E’ pieno di strade nascoste, che strano posto…
«Per questo ci sono affezionato. Quando ero bambino giocavo molto. Avevo formato una banda con i ragazzi del paese. Un giorno mi sono rotto il naso e la mamma non mi ha più fatto uscire.
Sbucarono in una radura. Il cielo era completamente grigio e all’orizzonte dei nuvoloni neri correvano verso di loro.
«Questo è il punto che preferisco. Vorrei costruirmi qui un piccolo cottage.» le confidò.
Erano arrivati proprio sulla punta dello spiazzo. Si affacciava a picco sul lago, come la prua di una nave.
«Preferisco il panorama che si vede dalla stanza che mi avete assegnato.
Venne scossa da un brivido.
«Mi mette tristezza il lago. E’ troppo scuro.
«Non è sempre così…
Quella notte, nel suo letto, si trovò a rimpiangere quell’odore di acqua che le era penetrato nelle narici.
E sognò di essere bambina, insieme al padre.
La mattina il professore cantautore non interrogò nessuno, come aveva promesso, e annullò persino il risultato del compitino di verbi greci, fra i sospiri di sollievo di tutti.
«Ringraziatemi» disse euforico.» Abbiamo perso lo scudetto, ma almeno abbiamo vinto la Coppa.
«Grazie!» ulularono in coro.
Il professore di greco della prima A si affacciò alla porta. Era congestionato e stava per esplodere in improperi irripetibili, come al solito, quando scorse il collega, in fondo all’aula, seduto fra i ragazzi.
«Oh, scusa, credevo non ci fossi…» balbettò lasciando in fretta il campo.
Lei aveva la testa altrove e non gioì insieme ai compagni. Avvertiva una strana febbre scuoterle il corpo. E Martino sembrava non vederla neanche. Non l’aveva nemmeno salutata, quella mattina. Come se niente fosse. Eppure si erano lasciati con un bacio rubato sotto il portone, la sera prima, e una promessa di amore eterno.
«Valentina… Valentina! A chi stai pensando? Chi è il fortunato?» la prese il giro il professore cantautore.
Arrossì, ma da dietro non le venne nessun segnale di complicità e si sentì abbandonata. Aveva l’impressione di aver voluto dimenticare qualcosa. Ma non cercò di capire cosa.
Finalmente suonò la campanella e s’incamminò all’aria aperta.
A casa si comportò in modo strano.
La nonna non fece altro che chiederle di raccontare ogni minimo particolare del week-end. Persino il colore delle tende. La mamma invece evitò qualsiasi domanda. Aveva preparato la torta di riso.
Lei entrò in uno stato confusionale. Si sentiva due persone in una e una di queste fece di tutto perché la madre non le affidasse l’essere inodore. Inutilmente.
Prendendolo in braccio, per un secondo, le parve addirittura che sapesse di latte cagliato, ma tornò subito inodore come prima.
Lo depositò nella carrozzina avvolgendolo per bene nel sacchetto, e gli infilò una cuffietta morbida.
Erano le tre esatte quando varcò il portone di casa e, spingendo la carrozzina all’aperto, si avviò verso il parco.
Camminò spedita, come attraverso una nube.
I Doc si sollevavano senza peso e ricadevano al suolo come su un mucchietto di zucchero filato.
Stupidamente pensò che doveva comprarsi un paio di scarpe più leggere. I piedi là dentro cominciavano a sudare.
Arrivò alle strisce pedonali quando la 61 apparve all’orizzonte.
Non ebbe il tempo di fare nulla.
La moto la sorprese rombando alle sue spalle.
Si voltò di scatto, ma non lasciò la presa. Anzi serrò le mani e si spostò in modo che la carrozzina non corresse alcun pericolo.
«Scusami…» mormorò il suo pensiero, come una voce lontana.
Sentì prima il rumore.
Un colpo secco, come di qualcosa che si spezza.
E capì che era andato a sbattere contro la fiancata dell’autobus quando lo vide rimbalzare sul marciapiede.
Come un fantoccio.
La moto invece continuò a scivolare fino a un albero, dove si fermò senza vita.
Il casco rotolò sull’asfalto in una lama di luce.
E vide i suoi capelli.
Pensò di aver sacrificato il suo primo amore e fu divorata dalla colpa.
Ma non si avvicinò. E mosse i primi passi inconsapevolmente, stringendo sempre la carrozzina.
Lentamente ritrovò la sua sicurezza. Tutto era piombato nel silenzio.
Il flusso delle macchine si era interrotto di colpo. La gente si era fermata ad osservare. Curiosa e spaventata.
Lanciò un’ultima occhiata prima di voltarsi. Lui era ancora immobile sul selciato. Qualcuno finalmente gli corse accanto. Anche i passeggeri erano smontati dall’autobus.
Allora attraversò il viale con gli occhi offuscati dalle lacrime.
Ma non si girò.
E non tornò indietro.
Poi le arrivarono le voci.
«Non è stata colpa mia, mi è venuto contro. Forse stava già male.
«Qualcuno chiami l’ambulanza.
«Qualcuno chiami i vigili…
Tirò su con il naso e si asciugò gli occhi.
In lontananza si cominciò a udire la sirena.
Cullò l’essere inodore che stava per strillare e oltrepassò la cancellata del parco. Domani è un altro giorno, pensò.
E poi io sono buddista.
foto: ©2005-2007 ~headstock
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- Published:
- Luglio 3, 2007 / 9:31 am
- Category:
- racconti
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