Suicidio per mancanza d’aria

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Non credo che qualcuno leggendo queste mie poche righe (se mai potesse accadere) crederà agli avvenimenti che racconto. È più probabile una risata, un passarci sopra. Ma ogni parola è vera.
Era un pomeriggio piovoso. L’autunno avanzava e io sempre sensibile ai mutamenti di stagione mi rinsecchivo. La sensazione dell’infanzia di essere solo occhi mi faceva ansimare.
Vagavo attraverso la stanza senza toccare nulla. Era uno di quei giorni in cui non sapevo interessarmi alla realtà. Gli oggetti noti non mi davano sicurezza. E il cane in un angolo.
Mi sdraiai: le nozioni del rilassamento entrarono in funzione senza neanche il mio esserci.
E all’improvviso capii che il problema non era regolarizzare il respiro ma proprio il cessare dell’attività respiratoria.
Trattenni il fiato, calma. Senza trangugiare aria come quando da piccoli si conta la propria resistenza.
E ascoltai.
Il cuore divenne un battito forte e ampio, sempre più forte a scandire la mia morte.
E dovetti fare qualche respiro: breve inconsistente.
Poi mi adagia e il cuore pulsava unico rumore.
Il freddo premeva gli occhi: La stanza era azzurra e sfuocata.
Sentii la lingua farsi imperiosa nella bocca.
Non provai sorpresa quando rialzandomi mi accorsi di aver lasciato il mio corpo sul letto.


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