TAGLIA 38

La ragazza amava camminare a piedi nudi sulla sabbia. Oltrepassava la linea degli ombrelloni e percorreva una decina di metri prima di voltarsi a osservare la scia delle impronte.
In quegli occhi a lui parve di riconoscere l’ansia dell’artista davanti alla propria opera. E cominciò a studiarla.
Tutte le sere stava seduto con la moglie al bar dell’hotel, alla stessa ora, sul limitare delle dune, e aspettava.
Quando la ragazza faceva la sua apparizione lui, un uomo elegante e sui quaranta, prendeva l’album degli schizzi. Lei, una donna affascinante e senza età, chiamava il cameriere per l‘aperitivo.
«E’ una taglia 38 perfetta» diceva.
E lei sorrideva di questa piccola mania, dovuta alla professione, che gli faceva classificare il mondo in taglie. E nel disegno le spalle della ragazza risultavano più possenti, sulle lunghe gambe che non copriva mai.
Una sera la ragazza, rientrando dalla sua passeggiata, si fermò alle spalle di lui e, a labbra arricciate, gettò uno sguardo all’album.
«Sono io?» chiese. E fu così che decisero di cenare insieme.
Scoprirono che a ventidue anni non aveva sogni nel cassetto e non pensava mai al futuro. Che il suo credo era faccio solo quello che mi piace e non importa se non piace agli altri. Che a quindici anni, senza grandi trasporti, aveva perduto la verginità in una casa vacanza dello Yorkshire. Che l’aveva fatto con un olandese. Le piaceva da morire, soprattutto le piaceva piacergli.
Nonostante queste dichiarazioni lei e lui pensarono che fosse una gran brava ragazza. Sana e bella. Una della sua generazione. E intendendosi con uno sguardo decisero di farle la proposta.
«Ti piacerebbe guadagnare un mucchio di soldi?» fu lui a parlare.
La ragazza temette di essersi imbattuta in una coppia di pervertiti. Accavallò nervosamente le gambe nude e fece finta di non aver sentito, concentrandosi sul gelato alla menta.
Allora toccò a lei riprendere il discorso. La voce calda strideva con l’espressione glaciale del volto senza sopracciglia, e mentre la ragazza la fissava, il suono delle parole perse ogni significato.
«Un figlio con chi vuoi» concluse.
La ragazza sbatté le palpebre e cercò di fare chiarezza nella sua testa.
«Non ti preoccupare» riprese lei, posandole una mano sul ginocchio. «Non vogliamo una risposta stasera. Dormici sopra» sorrise. «Ah, dimenticavo, ci sono due condizioni: dovrai sottoporti al test dell’Hiv e partorire a Londra.»
La ragazza si pulì le labbra e lasciò la sala. Attraversò la hall e imboccò l’uscita verso le dune. Si fece inghiottire dalla notte. Voleva stare sola.
Quando non vide più le luci si lasciò cadere sulla sabbia, con la faccia alle stelle. Le onde cantavano la loro ninna nanna e lei si perse nelle sue fantasie.
Viveva in cima a una collina e avrebbe voluto scendere in città, ma era incatenata. Arrivava un bambino bellissimo che le offriva le chiavi della libertà. Cominciò a ballare e ballando ritornò alla realtà. Le note del juke-box lontano portarono le voci degli Oasis.
Aveva preso una decisione. Rientrò in albergo, si chiuse nella stanza e fece una doccia. Con i capelli umidi si infilò nelle lenzuola. Era un settembre caldo, e per questo si trovava ancora in Sardegna.
Si accese una sigaretta.
Stava cercando un marito ricco ed era stata trovata da qualcuno che voleva un figlio da lei. Le venne da sorridere.
Non l’aveva mai sfiorata l’idea di un figlio. Non provò alcun sentimento, nemmeno paura. Di parto muoiono solo i poveri, e quei due non l’avrebbero fatta morire.
Era meravigliata dalla quantità di denaro che le avevano offerto. La faceva sentire importante. Ma se avessero voluto eliminare qualcuno, quanto avrebbero pagato?
Fissò il cerchio di fumo che aveva creato, decise che loro sarebbero stati dei genitori perfetti e lei avrebbe potuto permettersi palestra e massaggi.
E avrebbe potuto mandare al diavolo il padre, senza dover sottostare a un altro uomo.
Aspirò l’ultima boccata e schiacciò la cicca nel portacenere. Le piaceva addormentarsi sentendo l’odore di nicotina sulle dita.
La mattina seguente si alzò soddisfatta, si recò nel salone e si abbuffò di cereali e yogurt.
Li cercò con gli occhi fra i tavoli, ma dei due s’era persa ogni traccia. Uscì sulla spiaggia, sperando di trovarli, ma il loro ombrellone era ancora chiuso e nessuno li aveva visti.
Credette che fossero partiti senza salutare, ma non si rattristò per aver perso il biglietto vincente e si tuffò in mare, contenta di averlo tenuto in mano.
A pranzo la cameriera le portò un messaggio.
«Avrei dovuto consegnarglielo prima» si scusò.
Lo aprì e lesse:
“Abbiamo preferito lasciarti sola a riflettere. Torniamo domani. Leonardo e Luisa.”
Scoppiò a ridere, aveva ritrovato il suo biglietto vincente.
Mangiò con grande lentezza, ma lasciando quasi tutto sul piatto. Era già entrata nella parte e credette persino di provare una leggera nausea.
Gettò una rapida occhiata agli altri ospiti e venne assalita da un’improvvisa smania di partire.
Non poteva perdere tempo in quell’eremo, doveva andare a caccia di un padre. Avrebbe dovuto trovarsi in una metropoli internazionale.
Le piaceva l’idea di partorire a Londra, perché da sempre avrebbe voluto vivere là. La esaltava anche quel senso di libertà, per una volta poteva avere con un uomo dei rapporti di puro piacere, senza alcun condizionamento.
Nel pomeriggio accettò di partecipare a una corsa sui caterpillars fra le dune. Sentiva di aver bisogno di una tregua nell’ansia dell’attesa.
Indossò il copricostume viola, il cappello con il nastro, gli occhiali da sole e s’incamminò verso il luogo dell’appuntamento.
Prese la scorciatoia e passò dietro l’hotel in una specie di corridoio naturale, dove la sabbia sporca nascondeva molte insidie e qualche giorno prima le era sembrato di vedere una siringa.
Girò l’angolo e andò a sbattere contro un uomo, più alto di lei, che non aveva mai visto.
«Ops…» borbottò quello e svicolò via senza una parola di scusa. Sapeva di caffè e aveva tanta fretta. Lo seguì con gli occhi.
Arrivò in ritardo e i suoi compagni l’accolsero con un sospiro. L’uomo grasso e untuoso occupò nervosamente il posto di guida. Accanto si accomodò sua moglie, e lei fu obbligata a sedersi di fianco a una vecchia che odorava d’incenso.
Il veicolo partì rumorosamente all’inseguimento degli altri, lasciando sulla sabbia uno squarcio. Provò una fitta al cuore. Si era sempre rifiutata di partecipare a quelle scorribande volgari, ma la consolava sapere che una squadra di operai dell’hotel avrebbe ricucito le ferite della sabbia.
Su e giù e su e giù, raggiunsero il gruppo dei caterpillars. Si addentrarono in valli fra le dune che non aveva mai esplorato e fu subito contenta.
La vecchia osservava la natura in silenzio. L’uomo e la donna litigavano.
Riuscì a straniarsi e immaginò d’incontrare il conte de Almásy. Tutto divenne arancione e non sentì più nemmeno il ronzio dei motori.
Rientrarono tardi e dovette rinunciare alla solita camminata prima di cena.
Dopo aver dato una sbirciata ai nuovi arrivi preferì restare sola e mangiò all’aperto. Era l’unica che osasse sfidare le zanzare. Si era convinta di avere un sangue amarissimo.
Alla fine del pasto si tolse le scarpe e s’incamminò verso il mare. E per la prima volta dall’inizio delle vacanze, presa da nuove creazioni, non si voltò a controllare le impronte. Superò la casetta di canne e proseguì. C’era la luna a illuminare i suoi passi.
L’uomo vestito di bianco sbucò dal nulla e la ragazza riconobbe il profumo di caffè. Poteva essere un licantropo o un principe azzurro e lei venne presa dalla voglia di scoprirlo.
Quando ritornò fece una doccia e si addormentò senza pensieri.
La mattina dopo li incontrò a colazione. Sedevano ad un tavolino d’angolo, illuminati dal sole, e richiamarono la sua attenzione con piccoli gesti raffinati.
Sfoggiavano un sorriso accattivante e per un attimo credette di aver sognato tutto e che le avessero semplicemente chiesto di fare la loro modella. Pensò che sembravano usciti da un film di Visconti e non li trovò più così simpatici.
Nonostante ciò si sedette ed espose le sue decisioni. Ascoltarono senza battere ciglio e alla fine le consegnarono un assegno, che lei aveva estratto dalla borsetta.
«Per dare il via al nostro accordo» disse lui. Il loro avvocato aveva il compito di saldare, dopo il parto.
Guardò la cifra e tornò a provare una grande simpatia per quei due. Le diedero il biglietto da visita in modo che potesse contattarli e si salutarono come vecchi amici.
Rientrò a Roma con il primo aereo.
Il lunedì mattina s’infilò in un vestito striminzito, che le copriva a malapena le mutandine, andò in banca a depositare l’assegno.
L’impiegato la guardò strabuzzando gli occhi e cominciò a balbettare.
Lei invece non si meravigliò quando, qualche giorno dopo, le arrivò il rendiconto come aveva richiesto. L’assegno era coperto.
Due settimane dopo fece il test di gravidanza. Aveva incontrato solo due uomini – quello che profumava di caffè e un giocatore americano di pallacanestro, un amico del fratello, proprio la sera del suo rientro a casa – ma aveva già un ritardo.
Quando il ginecologo disse che era incinta si arrabbiò. Non aveva previsto così in fretta. Avrebbe voluto provare più padri. Lasciò passare qualche giorno poi si abituò all’idea e telefonò alla coppia.
«Straordinario!» esplosero, e l’invitarono per Natale a Vienna. Nella loro villa al Grinzing e la ragazza accettò.
Andò a farsi tagliare i capelli.
«A zero» chiese, ma il parrucchiere si rifiutò di accontentarla e le lasciò qualche centimetro in testa. Tornando a casa non si riconobbe nelle vetrine ma si trovò bellissima.
Invitò il padre a cena e gli annunciò che si sarebbe trasferita, senza finire l’università, a Londra. Voleva fare l’artista. Per poco non ebbe un colpo lì seduto di fronte a lei. Divenne paonazzo e le urlò contro. Lei lo lasciò fare.
«Non sperare che ti mantenga…»
Allora lei snocciolò tutto quello che da una vita avrebbe voluto dirgli. Che non lo amava, che non lo rispettava, che aveva distrutto sua madre, che era un maschilista e che per fortuna sua fratello non gli assomigliava.
E alla fine, senza averne l’intenzione, gli svelò di aspettare un figlio.
Come reazione allo stupore che si era disegnato sul volto del padre, lo provocò ancora, confessandogli di ignorare di chi fosse quel figlio ma che avrebbe anche potuto essere di un marocchino.
«Sei come tua madre» fu l’unico commento distrutto.
Era pallido e ansimava. Se ne andò senza una parola, sconfitto da quella figlia a cui poteva regalare il mondo se fosse stata più obbediente.
La ragazza lasciò l’appartamento avuto in regalo dal padre. Prese le fotografie di quand’era piccola e qualche vestito, consegnò le chiavi al portiere e cominciò a camminare senza meta.
Sbirciò nei negozi, si fermò a bere un tè e scoprì di essere arrivata sotto la casa del fratello. Suonò e venne accolta a braccia aperte.
Quella sera incontrò per la seconda volta il giocatore di pallacanestro, si chiamava Derek, lo trovò piacevole e andò a vivere da lui. Ma si guardò bene dal confessargli il suo stato.
I giorni trascorrevano felici, lei prese un chilo e continuò a camminare per le strade a gambe nude. Lui si rivelò un’amante perfetto e continuò a stirarsi le proprie camice.
Una sera, poco prima di Natale, le chiese di sposarlo. Voleva mettere su casa con lei e fare tanti figli. Non gli importava che fosse stata diseredata. Avrebbe lavorato per due, disse. La spronò a riprendere gli studi e le promise che l’avrebbe portata negli States.
Lei ascoltò in silenzio e il giorno dopo salì sull’aereo per Vienna senza scrivergli neppure un biglietto.
All’aeroporto trovò che l’aspettavano. S’informarono subito della sua salute e si mostrarono preoccupati.
«Sei troppo leggera. Qui ti ammalerai, cara» la rimproverarono.
E la obbligarono a comprare qualcosa di caldo e morbido. A malincuore accettò di coprirsi le gambe. Ma, arrivata a casa, trovò divertente la sorpresa della cameriera quando le scoprì togliendosi il pellicciotto.
Le avevano fatto preparare un’ala intera della casa. Nel bagno c’era una vasca rotonda, con l’idromassaggio, e nel salottino un gigantesco televisore. Si sentì compresa e al colmo della felicità.
Ogni mattina passeggiava per i mercatini della città, alla ricerca delle palle più colorate e di candele profumate. S’innamorò di un pettirosso a molla. E lo attaccò al benjamin del salotto.
Il pomeriggio si fermava con lei nelle pasticcerie. Ma non ingrassò più del dovuto. Fece la prima ecografia e gli esami in una clinica su una collina, circondata dagli alberi.
Un dottore aitante le assicurò in un inglese aggressivo che tutto procedeva bene. La pancia cominciò a lievitare e dovette comprarsi dei nuovi vestiti, ma continuò a rifiutarsi di coprire le gambe.
La sera di Natale andarono al cinema e poi si scambiarono i regali. Lei aveva trovato in un negozietto del quartiere ebraico due bracciali in oro e smalto nero. Loro le regalarono un brillante appartenuto a una vecchia zia russa.
«Porta fortuna» svelarono infilandoglielo al dito.
Alla mega festa di Capodanno si trovò circondata da spasimanti. Non aveva mai pensato che una incinta potesse suscitare tanto desiderio. In lei ogni voglia si era dissolta. Si sentiva in pace con il mondo, fluttuava in una specie di Nirvana. Si ritirò presto nelle sue stanze.
Il giorno della Befana sbarcò a Londra, accompagnata da loro. Le avevano preparato un appartamento in Lupus Street, a due passi dalla fermata di Pimlico.
Loro abitavano proprio di fronte. Le piacque molto e pensò che sarebbe stato piacevole vivere in quella casetta bianca.
Lasciò passare qualche giorno per ambientarsi, poi cominciò a cercare un’attività per passare il tempo. Trovò un part time presso una casa discografica dove nessuno s’impressionò per la sua pancia o fece domande.
Il ginecologo, un vecchio amico della coppia, la dichiarò in perfetta forma. Era molto simpatico e stranamente poco inglese.
«A ventidue anni fare un bambino è come mangiare una coppa di gelato» le disse alla fine della prima visita.
Negli ultimi mesi, non fece altro, nelle ore libere, che mangiare gelati e camminare nei parchi.
Una mattina si svegliò dolorante, sentiva la pancia dura e leggere fitte alle reni. Anche se mancavano dieci giorni al termine, sarebbe stato meglio recarsi in ospedale e telefonò a loro. Non aveva mai sentito la voce di lui così felice.
In quel momento si trovavano a Parigi ma sarebbero ripartiti immediatamente e l’avrebbero raggiunta prima di sera. Lei aspettò ancora qualche ora nell’appartamento e quando le contrazioni divennero più forti chiamò un taxi.
Non era emozionata. Non aveva aspettative. Fece solo quello che sapeva di dover fare.
In ospedale la sistemarono in una stanza con un’altra donna. Era al terzo figlio e venne trasferita in sala parto dopo neanche mezz’ora.
Lei invece dovette aspettare ancora tre ore prima di partorire una bambina. Aveva i capelli biondi e non profumava di caffè.
La studiò con stupore ma non si commosse. Non provava nessuna appartenenza.
Quando la portarono via si addormentò di colpo e non sognò.
Al risveglio li cercò inutilmente. La loro assenza cominciò a preoccuparla. Le dissero che avevano telefonato ed erano stati informati della nascita della bambina. Si calmò e si mise ad aspettarli.
Mangiò controvoglia. Non era stanca e aveva bisogno di muoversi, così decise di girare per i corridoi.
Per la prima volta da quando era arrivata a Londra si sentì sola. La gente intorno le divenne estranea e all’improvviso le diede fastidio anche il suono di quella lingua straniera. Tornata nella stanza telefonò al fratello. Aveva bisogno di parlare italiano.
Non era in casa, le comunicò la voce registrata.
Venne assalita dallo sconforto e cominciò a piangere. Fu allora che entrò il ginecologo e facendole un’iniezione mormorò:
«Mi ero raccomandato che non le dicessero nulla…» La ragazza non capì, ma vedendo l’espressione addolorata dell’uomo si addormentò preoccupata.
La mattina dopo cercò il ginecologo ma era il suo turno di riposo. Passò l’uomo dei giornali e ne comprò uno.
Scoprì così che loro erano morti in un incidente stradale vicino a Canterbury.
Non pianse più. Telefonò al giocatore di pallacanestro e l’invitò a trascorrere il week-end a Londra. Gli diede appuntamento al ‘Dolphin Square’.
«Ho una sorpresa per te» disse riattaccando.
Quando la dimisero tornò a casa spingendo una carrozzina che si era fatta comprare da un’infermiera gentile.
Trovò la casa diversa. Durante la sua assenza l’avvocato aveva fatto montare una nursery attrezzatissima.
Sul tavolo del soggiorno stava appoggiata una copia del testamento che i genitori previdenti avevano sottoscritto in favore della bambina. Con sua grande sorpresa, scoprì anche di essere l’intestataria di un nuovo conto su cui era stato accreditato molto più denaro di quanto avessero pattuito.
La bambina cominciò a piangere insistentemente.
Guardò l’ora e si ricordò con terrore che doveva sfamarla. Preparò il biberon come le avevano insegnato in ospedale, la sollevò timidamente e cercò di infilarglielo in bocca. Quella, sempre con gli occhi chiusi, si impossessò della tettarella e mettendosi a succhiare avidamente si calmò subito.
Stava rigida fra le sue braccia come un bambolotto. Teneva i pugni stretti incrociati sul petto e riuscì a strapparle un sorriso.
Guardando i piccoli movimenti della bocca si ricordò dello stupore misto a disprezzo che aveva letto nello sguardo dell’infermiera, quando il medico l’aveva informata che non avrebbe allattato la figlia.
Ma se ne dimenticò immediatamente, perché quella le rigurgitò sul vestito e dovette anche cambiarla, come si erano raccomandati. Aveva fatto la cacca.
Finalmente riuscì a depositarla nella carrozzina e solo allora si guardò allo specchio.
Inorridì della sua faccia sbattuta e dopo aver fatto un bagno caldo si truccò accuratamente e indossò la mini più mini che aveva trovato nell’armadio.
Attraversò la piazza felice di sentire l’aria sulle gambe nude e andò al residence per prenotare un appartamento per lui.
Nella hall del ‘Dolphin’ c’erano molti americani e un via vai di valige. Pensò che Derek si sarebbe trovato bene.
Aspettò nervosamente il suo turno e quando finalmente l’impiegato della reception poté prestarle attenzione scelse un bilocale che dava sulla piazza. Avrebbe potuto vedere, non vista, la luce alla sua finestra.
Lasciò la carrozzina a un inserviente e un ometto silenzioso l’accompagnò su al terzo piano per mostrarglielo. Era tutto azzurro e accogliente. Dalla finestra poteva scorgere casa sua.
Prima di andarsene chiese all’ometto il nome di una baby-sitter che potesse occuparsi della bambina.
«Da subito» precisò.
Quello le disse di seguirla. Teneva la testa bassa e parlava talmente sottovoce che fece fatica a capire le sue parole. Semplicemente le intuì.
Appena fuori dall’ascensore, erano scesi nel sotterraneo, si mise a guidarla camminando veloce per il corridoio, aprendo e chiudendo porte antincendio.
Rimase affascinata dall’intreccio de tubi che, grossi e piccoli, correva lungo il soffitto. Ma si sentì fuori posto.
L’ometto si fermò all’improvviso e sparì senza dire una parola dietro a una porta di vetro smerigliato. La scritta ‘Private’ la fermò. Lo intravide parlottare con la sagoma di una ragazza.
«Ha trovato la sua baby-sitter» bisbigliò non appena tornò fuori. E le sorrise mettendo in mostra dei minuscoli denti gialli. «Si chiama Lucy. Questo è il suo numero di telefono. La chiami subito. Sua sorella l’ha già avvertita» continuò d’un fiato e le consegnò un foglietto a quadretti, poi s’involò senza neppure aspettare la mancia.
Con il foglietto stretto in mano tornò alla hall.
Spingendo la carrozzina si precipitò a casa e fece la telefonata ancora ansimando. Chiese alla donna di presentarsi immediatamente al suo indirizzo.
Quando aprì la porta si trovò davanti una ragazzina di colore. Aveva un buon profumo e la fece accomodare. Le posò la bambina fra le braccia e l’assunse senza chiedere nemmeno le referenze.
Venerdì sul tardo pomeriggio preparò la bambina e spingendo la carrozzina si recò al ‘Dolphin’. Salì all’appartamento, appoggiò bene in vista la busta per il giocatore di pallacanestro e lasciò nel salottino dell’appartamento la carrozzina con la bambina che dormiva placidamente.
Chiudendosi la porta alle spalle era convinta di fare la cosa giusta.
Tornata a casa inscenò un brindisi, bevendo una coppa di vino bianco dolce e si affrettò a fare le valige, lasciando nell’armadio tutto il guardaroba premaman.
Le abbandonò all’ingresso e si appostò su una poltrona, al buio, in attesa.
Alle otto e un quarto vide le tre finestre dell’appartamento al terzo piano del residence illuminarsi.
E’ arrivato, pensò sollevata, e anche puntuale.
Per qualche minuto osservò incuriosita l’ombra muoversi per le stanze.
E quando si fermò proprio davanti alla finestra immaginò che stesse leggendo la sua lettera. Le sembrò persino di udirne la voce sorpresa.
Aspettò che prendesse in braccio la bambina poi tirò le tende e andò a farsi una doccia.
Il mattino seguente la ragazza chiamò un taxi.
L’uomo caricò le valigie, sbirciando le sue gambe nude, e senza mai aprire bocca la portò a Heathrow.
Là, con passo leggero, percorse il tunnel per salire sull’aereo che l’avrebbe condotta a New York.
foto: by ~BlazeIndy
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- Pubblicato:
- Luglio 3, 2007 / 3:55 pm
- Categoria:
- racconti
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