TRASH

La madre, chiusa fra le pareti del cucinino, preparava la colazione.
Il brontolioinquietante della batteria arrivava sordo ma martellante dalla stanza della figlia. Ormai si moveva seguendone il ritmo. Da molto tempo quella musica l’ossessionava ogni matina.
Francesca si svegliava al suono della voce melanconica di Bruce che si ripeteva uguale. Finché, infilato lo zainetto, si chiudeva la porta di casa alle spalle. Poi come per miracolo il CD s’interrompeva e tornava il silenzio.
E la sera si addormentava con la stessa musica. La madre la sentiva per ore ricominciare in sordina.
«Farai tardi» la chiamò, spegnendo il caffè.
Non trovava il coraggio di guardarla.
Emaciata, gli occhi spenti, non sembrava più avere diciassette anni. Anche se era sempre stata una bambina sottopeso. E dire che solo l’anno prima all’improvviso era rifiorita, la pelle lucente e le braccia più morbide.
Marco era entrato a far parte delle loro giornate.
Li sentiva sempre ridere, chiusi nella stanza.
Lei lo aveva trovato subito simpatico, con quella voce gentile e non aveva fatto fatica a concedergli la sua fiducia. Nella sua fantasia erano diventati i ‘fidanzatini’. Li aveva soprannominati così, ma non lo aveva mai confidato alla figlia. A vederli insieme provava una sorta di malinconia. Ripensava al suo primo amore. Si chiamava Francesco e non lo aveva sposato.
Nella vita si fanno tanti errori, pensò. Ma Francesca non avrebbe fatto errori. Avvertì la sua presenza e si voltò.
Inquadrata nella porta, la vide china sulla tazza, al tavolo del tinello.
Il collo smagrito, così piegato ad angolo retto, le diede l’impressione che potesse spezzarsi da un momento all’altro.
«Mangia. Non vedi come sei gialla!» esplose con rabbia.
La figlia non alzò gli occhi e in silenzio portò la tazza alla bocca. Con fastidio la sentì deglutire.
«Prendi la pappa reale» disse secca. E la lasciò sola, perché non voleva infierire.
Cominciò a rifare il letto.
Quella era la sua giornata libera e voleva sfruttarla.
Non la sentì uscire, ma capì che non c’era più quando la casa ripiombò di colpo nel silenzio. Allora venne presa dall’idea di frugare fra le sue cose.
S’introdusse quasi furtivamente nella stanza e si guardò attorno, come se si trovasse nel regno di uno sconosciuto.
Prese coraggio e avanzò verso la scrivania. Provò un senso di vergogna nel vedere le mani che aprivano il cassetto. Due ragni pallidi che si muovevano rapidi. Come una fitta le arrivò il ricordo della rabbia che le procuravano le ispezioni settimanali di sua madre. L’aveva fatta smettere venendosene a studiare in città. Smosse qualche foglio, mentre il senso di colpa diventava sempre più insostenibile. Ma sua figlia era diversa, non sarebbe fuggita come aveva fatto lei. Si bucò un dito con una puntina. In compenso se ne è andato il padre.
Stupita osservò due goccioline, il suo sangue, rosse su una superficie bianca e un riso nervoso le attanagliò la bocca. Si scosse. E’ passato tanto tempo, pensò, richiudendo le ferite e il cassetto.
Si sedette sul letto della figlia con il dito in bocca. Non riusciva ancora a sopportare la vista del sangue, e lo succhiò. Poi rovistò nervosamente fra le custodie dei CD. Forse nelle parole della canzone avrebbe trovato la chiave per decifrare il tormento di Francesca.
Non li aveva più sentiti ridere.
Lui arrivava all’improvviso, si fermava qualche minuto e scappava via. Poi non venne più del tutto, ma telefonava. Si era abituata a sentire la sua voce malata al telefono. E quando si capacitò che anche il telefono aveva smesso di squillare, Francesca era dimagrita.
Alla fine della scuola aveva deciso di non mandarla via da sola, in campeggio, ma di passare le vacanze insieme e l’aveva portata a casa dei nonni, in campagna. Giornate calde e fatte di nulla.
Al rientro avevano ripreso la solita vita, casa e scuola. Lei si era buttata nel lavoro e aveva accettato di aiutare per qualche ora al giorno una povera vecchia. Una vicina. Non voleva ammetterlo, ma si rifiutava di tornare a casa. Sentiva un pugno serrarle la gola non appena ne varcava la soglia. Non sopportava che Francesca non le rivolgesse mai una parola. Le rispondeva solo se interrogata e a monosillabi. La sentiva ciondolare davanti al televisore. Ma non dava mai l’idea di guardarlo. Aveva sul volto una maschera indefinibile. Neutra. Come se una gomma avesse cancellato in lei ogni segno di ribellione, ogni attimo di gioia.
Ma si era adattata anche al mutismo della figlia, come aveva sempre fatto nella vita. E aveva di nuovo nascosto la testa come fanno gli struzzi. Fino all’altro giorno, quando il professore di greco aveva chiesto un colloquio dopo appena un mese di scuola. Sapeva cosa avrebbe dovuto aspettarsi. L’ultima volta che lei stessa aveva fatto chiamare un genitore di un suo ragazzo era stato penoso.
Aveva affrontato l’incontro a capo chino.
«Non rende, è diventata un’altra persona. Non ha pensato di rivolgersi allo psicologo? Nel liceo c’è lo ‘sportello assistenza’ e quest’anno funziona bene…» aveva detto lui, gentile ma indifferente. Stava parlando di uno dei suoi venticinque allievi.
Si era sentita a disagio. Non poteva confidarsi con un estraneo, raccontandogli le sue difficoltà con la figlia, né poteva analizzare tranquillamente i suoi problemi, come sembrava chiederle lui, perché non li conosceva. Né difenderla, come avrebbe voluto. E così se ne era andata sconfitta. Ma era abituata alle sconfitte e aveva dimenticato subito.
In quell’angolo buio, rannicchiata fra gli oggetti di un’adolescente, rifletté quasi contenta che fra un mese sarebbe stato Natale.
Quest’anno l’avrebbe convinta a mettere sul davanzale della finestra il biscotto e il bicchiere di latte, come quand’era bambina e non trovandoli più credeva che Babbo Natale li avesse gustati. E l’avrebbe portata sulla neve.
Rigirò fra le mani il libretto delle canzoni del CD. Quella che le interessava era la numero 14. Le parole erano minuscole. Si tolse gli occhiali e avvicinò al naso il cartoncino. La scritta diventò finalmente comprensibile e lei provò un’angoscia senza fine. Sognò di camminare fra le strade di Filadelfia sulle tracce di un’irriconoscibile figlia che nessun amico poteva riempire di baci.
Con gli occhi offuscati dalle lacrime rimise il CD al suo posto e continuò a riordinare l’appartamento.
Poi andò dal parrucchiere.
Francesca rientrando aveva trovato la casa vuota.
Perché non capisce che ho paura? si chiese girando per le stanze mute. Accese il televisore cercando compagnia in una voce sgradevole. Appoggiò la testa allo schienale e percepì lo sporco dei capelli. Provava spesso la sensazione sgradevole che tutto quello con cui entrava in contatto potesse contaminarla. Contaminazione… contaminazione, continuò a ripetere come un ritornello. Poi la sua mente si svuotò, cominciò a non sentire e a non vedere e rimase là seduta fino a che non venne scossa da un sussulto. Allora si alzò e decise di fare un bagno. Lasciando le porte aperte cominciò a riempire la vasca. Si svestì e ripiegò con cura gli abiti sul cassettone. Stava già allontanandosi quando li scompigliò nervosamente lasciandoli scivolare sulle piastrelle. Non sopportava l’ordine maniacale della madre.
Con l’alluce del piede provò la temperatura e si sdraiò sul fondo lasciando che l’acqua lentamente la ricoprisse. Recitava il ruolo della morta.
Quand’era piccola aveva paura della morte. Provava sgomento all’idea che il mondo potesse continuare anche senza di lei. E non poteva sopportare di non esserci più, di non sentire più gli odori che potevano sentire gli altri, di non poter più vedere il cane dei vicini correre dietro ai piccioni. A nove anni tutte le sere, raggomitolata sotto le lenzuola, combatteva una battaglia contro il sonno. Ruotava il collo all’indietro e in quella scomoda posizione si metteva a fissare la lucina azzurra della minuscola lanterna. L’angelo custode che stava appeso alla parete non si stancava mai di reggerla e sembrava sorriderle. A lei era simpatico perché era molto vecchio, era appartenuto anche a sua madre.
L’immagine delle sue guance dipinte di rosa si disegnò per un secondo sul soffitto. Ora riposava in un cassetto, aveva perso la lanterna ed era divenuto inutile. Ma allora, ipnotizzata da quella lucina, alla fine si rattrappiva tutta e precipitava in un sonno agitato.
La madre non riusciva a capire l’ombra scura che segnava le sue occhiaie e quella stanchezza impassibile che l’accompagnava per tutta la giornata. E lei, semplicemente, le aveva spiegato con la sua vocina nasale che non voleva addormentarsi perché temeva di non svegliarsi più.
Così, per salvarsi, una notte si era inventata la favola che tutti possono rinascere identici a sé stessi. La madre l’aveva assecondata e lei aveva ripreso a dormire tranquilla. Anche se in realtà era nata una nuova sofferenza, più sorda e controllabile.
Perché rinascendo lei non avrebbe più saputo di essere stata Francesca e avrebbe perso lo stesso una parte di sé.
Questo pensiero continuava a torturarla.
L’acqua cominciò a farle solletico sulle labbra, ma seguitò a recitare la parte, restando immobile.
Gli anni erano passati insieme alla paura e lei aveva permesso che quei pensieri sbiadissero con il tempo. Fino a dimenticarli. E solo quando l’insegnante un giorno per caso si era messa a discutere in classe della reincarnazione, se ne era ricordata all’improvviso.
E aveva provato una grande meraviglia, perché oramai non credeva più a nulla. Un’atea convinta. Essere o non essere, non era questo il problema… Poi era successo… E stranamente aveva scoperto di provare una gran voglia di vivere. Perché conosceva la differenza.
Si sollevò di scatto inspirando a pieni polmoni e scacciò subito questo pensiero. Poi cominciò a fregarsi con la spazzola fino a quando non sentì la pelle bruciare e si rituffò nell’acqua. Riemerse sentendosi di piombo.
Il rumore delle chiavi nella serratura si portò via l’angoscia proprio mentre stava rovesciandosi lo shampoo sui capelli.
«Ciao!» la voce della madre s’intrufolò nel bagno.
Sentì la pesantezza appena oltrepassata la soglia. Aveva un odore particolare, familiare. Il primo pensiero fu di richiudere la porta e andarsene. Poi si liberò della giacca e avanzò per il corridoio.
Lo sciacquio della vasca la fece rabbrividire.
«Hai mangiato?» domandò affacciandosi nel vapore.
«Sì» annuì la figlia.
Capì che stava mentendo.
«Ti faccio le treccine?» chiese.
«No» rifiutò, scivolando nell’acqua fino a esserne completamente sommersa.
Vedeva la massa dei capelli galleggiare scura. Come una ninfea in un quadro inglese. E cominciò a contare mentalmente:
unoduetrequattrocinqueseiseisetteottonovedieciundidicidodicitrediciquattordiciquindicisedici
diciassettediciottodiciannoveventiventunoventidueventitreventiquattroventicinqueventisei …
prese fiato per la figlia …
quarantacinquequarantaseiquarantasettequarantottoquarantanovecinqua… Tossì.
Trangugiò l’aria spaventata. Si sentiva spinta a immergere le mani nell’acqua immobile per tirarla fuori, ma si trattenne e si allontanò.
In piedi nella penombra della sua stanza ascoltò il silenzio. Quando sentì il gorgoglio dell’acqua si sfilò la gonna, la ripose nell’armadio e afferrò i pantaloni di casa.
Il ricordo s’intromise rapido, in un riflesso, mentre chiudeva l’anta. Lo specchio crudele aveva rubato per un attimo la sua immagine in mutande e reggiseno. Come diciassette anni prima.
Si stava rivestendo, dopo la prima visita, agitata e ansiosa. Il ginecologo, intuendo la sua incertezza, aveva cercato di spiegarle cosa avrebbe avvertito con un’immagine poetica.
Un battito d’ali, le aveva detto. E lei, tornata a casa aveva cominciato ad ascoltarsi. In continuazione. Finalmente una mattina, dopo neanche due mesi, si era appena alzata, si era sentita strana. Si era messa ad ascoltare con più attenzione, ma non le era sembrato un battito d’ali.
Aveva l’impressione che durante la notte le avessero collocato nella pancia una boccia d’acqua. E dentro un vivacissimo pesciolino rosso stava facendo le sue evoluzioni.
Si infilò la camicia nei pantaloni e cominciò a ridere, uscendo dalla camera.
Francesca stava asciugandosi i capelli con il fon.
Mise sul fuoco la moka e mentre aspettava, preparò sul tavolo i temi che doveva correggere.
Sorseggiò il liquido nero e accese la sigaretta. Aveva la consapevolezza di ripetere sempre gli stessi gesti. Ed era arrivata ad averne la nausea. Ma solo attraverso quei riti continui era riuscita a sopravvivere. Per crescere un figlio ci vuole continuità. E ordine. Fece un tiro lungo, spingendo giù il fumo, in fondo, dentro, chissà dove. Fortunatamente Francesca non aveva preso il suo vizio. Suo padre non fumava, ricordò con rabbia.
Si immerse nella lettura. Il tema era sulla pena di morte e si aspettava dei commenti interessanti. Le avevano assegnato una bella classe vivace. Una ragazzina con gli occhi neri le ricordava sua figlia.
Doveva portarla dal medico. Aveva nella borsa da due settimane l’indirizzo di una dottoressa omeopatica consigliata un’amica. Si sentì di nuovo in colpa. Si sentiva sempre in colpa. Poi si perse nei problemi della sedia elettrica e del braccio della morte.
Come tutte le sere arrivò anche il momento di preparare la cena.
Francesca temeva soprattutto quel momento della giornata. Come se avesse un orologio nel cervello, cominciava a diventare nervosa qualche minuto prima del richiamo.
E tutte le sere, alla stessa ora, inesorabilmente la madre chiamava.
E lei trovava mille scuse per non andare.
Sperava che iniziasse a mangiare per abbreviare la tortura di averla proprio di fronte. Ma quella testardamente copriva i piatti e aspettava seduta al suo posto, come un cane fedele. E quando finalmente si presentava a tavola l’accoglieva con occhi languidi.
Lei chinava la testa nel piatto e si sentiva più vulnerabile, come se in quella posizione la madre acquistasse il potere di guardarle dentro. Forse desiderava che lo facesse davvero.
Parole vuote attraversavano la tavola, rimbalzando a caso nello spazio. Per capirsi avrebbero dovuto mettersi a scavare sotto troppi strati.
«Francesca! A tavola…» la voce arrivò puntuale.
Non trovò scuse e si arrese subito.
L’odore dal cucinino la catturò come nell’infanzia.
La madre aveva preparato le palacinche al cioccolato. Si ostinava a chiamarle con quel buffo nome, invece di crepes, perché a casa sua, erano istriani, le avevano sempre chiamate così.
«Mangia…» l’invitò riempiendole il piatto.
«Basta… per favore! Sto benissimo, mamma. Piantala…»
«Ma sei tornata magra…» insistette.
«Perché tu hai fame? Dai, finiscila. Non sono anoressica e non mi nascondo in bagno per cacciarmi due dita in gola. So di essere troppo magra. E non sono così pazza da vedere una cicciona nello specchio…» Non riconobbe la sua voce. Le sembrò monotona ed estranea. Stava tremando. Avrebbe desiderato urlare la verità. La sentiva risalire in gola e a fatica la trattenne.
La madre fiutò la sua debolezza. Ne catturò lo sguardo con gli occhi e fece la domanda che non aveva mai osato fare.
«Perché Marco è sparito?»
Quelle parole, poco più di un sordo brusio, le risuonarono come uno sparo. Non poteva rispondere. Ma non riuscì a distogliere lo sguardo.
«Ti ha fatto del male?» Un altro sparo.
«Nooo!?» si ribellò. Abbiamo… fatto del male, bisbigliò dentro di sé.
E come se una corda si fosse spezzata riuscì a chinare gli occhi. Tornata indifferente portò la forchetta alla bocca.
«Hai l’Aids?» bisbigliò la madre, riuscendo a dare voce alle sue paure.
Scoppiò a ridere… Sarebbe stato meglio di quello che aveva fatto.
«Non dire sciocchezze.»
Cominciò a mangiare. Era davvero semplice tranquillizzarla.
Preferì non insistere.
Un giorno sicuramente le avrebbe raccontato. Tutti i figli lo fanno. Bisogna saper aspettare. Un dubbio affiorò, indistinto. Si ricordò di essere stata una figlia che non lo aveva fatto mai. Ma lo ricacciò fiduciosa, deglutendo il boccone. Lei non era come sua madre e Francesca non era come lei.
L’osservò mangiare le palacinche e per un attimo si convinse che era tutta una sua immaginazione. Francesca stava passando la solita crisi adolescenziale.
«Pensavo di portarti a sciare, a Natale.»
«Non mi piace sciare!?»
«Non importa. Cammineremo nei boschi con le racchette da neve. In Austria, dai miei cugini. Sono dei musicisti.» Anche lei aveva dei segreti. Non le aveva mai parlato di tutti i suoi parenti.
Studiò lo stupore della figlia e la vide quasi cedere all’idea. Ma non fece domande.
Si sentì soddisfatta ugualmente e mise in tavola la macedonia di kiwi e banane che le piaceva tanto.
«Stiamo festeggiando qualcosa?» domandò.
«Ho dato otto a un mio ragazzo. Vuoi leggere il tema?»
Negò con la testa.
Sparecchiò senza dire più nulla e preparò il caffè.
La figlia davanti al televisore cominciò a giocherellare con il telecomando.
La raggiunse con le tazzine.
Bevvero e le deposero in perfetta sincronia. Poi, una di fianco all’altra, s’immobilizzarono come due statue fisse sullo schermo.
La figlia seguiva impassibile il dialogo di un serial ambientato fra i feriti di un pronto soccorso. Da un addome sprizzò come una fontanella del sangue.
Lei, aspettando l’ora di andare a letto, sbadigliò. Quando le sembrò abbastanza tardi, prima che il telefilm fosse finito, tornò nel cucinino.
Non lasciava mai i rifiuti nel contenitore sotto il lavandino, non ne sopportava la puzza al mattino, mentre preparava la colazione. Come ogni sera chiuse il sacchetto, si vestì e uscì dall’appartamento.
Accese una sigaretta al buio e cominciò a scendere gli scalini stretti che portavano alla cantina. Girò l’interruttore della luce e lo stanzino si colorò di grigio. Alzò con due dita il coperchio del bidone della spazzatura e vi lasciò cadere il sacchetto. Attratta da una forza sconosciuta gettò dentro uno sguardo e venne sopraffatta dalla paura. Richiuse il coperchio con un colpo secco. Non era la prima volta che accadeva.
Quando c’era Marco era compito della figlia buttare via la spazzatura. E lui l’accompagnava giù. Poi una sera si era opposta e davanti alla sua insistenza era esplosa in un pianto improvviso.
Strano, ma stretta là sotto le pareva di risentire il suono di quei singhiozzi. Risalì di corsa fino all’atrio illuminato.
Si fermò e inspirò l’aria fredda della notte.
Francesca spense il televisore. Non riusciva a stare ferma.
Ogni volta che la porta di casa si chiudeva e sentiva il rumore dei passi sulle scale, veniva presa da un tremito incontrollabile. Lentamente nella testa le si andava formando l’immagine della madre china sul bidone della spazzatura, intenta a frugarci. Prima sfuocata, poi sempre più precisa, fino a percepire l’odore. Allora un urlo le nasceva nelle viscere, impotente. E si sentiva vuota.
Aveva passato intere giornate ad aspettare con Marco che qualcuno bussasse alla porta per avvertirli che l’avevano trovato.
Ma non era successo.
Nessuno si era presentato, nessuno aveva mormorato.
Nessuno aveva fatto niente.
Era rimasto il loro segreto.
L’avevano avvolto con cura nel giornale e chiuso nel sacchetto nero. E poi in un altro e in un altro ancora. Avevano ripulito e buttato il resto in altri sacchetti neri. E li avevano divisi. Marco se n’era portati via alcuni. Non sapevano neppure in quale bidone fosse finito. Poi aveva vomitato e continuato a vomitare.
Sentì la chiave nella serratura e s’infilò sotto le coperte.
La batteria cominciò piano, martellante, poi la voce triste, e così di nuovo, fino a che tutt’e due non si addormentarono.
foto: ©2008 ~by *GoGoBoots37 colonna sonora consigliataQuest'opera è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons.
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- Pubblicato:
- Luglio 3, 2007 / 3:21 pm
- Categoria:
- racconti
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