YOU WILL BE MINE

Alone In This World


Mila si era innamorata di lui il primo giorno.
Era entrato con la infallibilità di un dio greco, i muscoli guizzanti sotto la Calvin Kline blu elettrico. E il sorriso sardonico di chi, per arrivare a essere così sicuro di sé, è diventato crudele.
Un brivido per la schiena e un tonfo nel petto. Proprio come nei romanzetti rosa che aveva trovato dalla zia. E una scossa in mezzo alle gambe. Paralizzante, come davanti al poster di Ethan Hawke appeso sul suo letto.
«Allora, ragazzi. Io sono il professore e voi siete gli allievi. Io ho il potere e voi dovete obbedire» aveva sentenziato abbracciando il suo pubblico come un vero istrione. «Tu, là dietro, come ti chiami?» aveva cambiato tono, diventando gelido. «Fai sparire quella cicca. Nessuno ti ha insegnato che non si rumina a scuola?»
La povera Angela aveva inghiottito la gomma e farfugliato il suo nome, alzandosi dritta in piedi, come un soldatino.
«Ma che hai fatto? Dovevi buttarla nel cestino, non ingoiarla. Se muori adesso è colpa mia!» La classe era scoppiata a ridere. «Non farlo mai più» le aveva sussurrato quasi in un orecchio, facendola diventare bordò.
Mila lo aveva subito classificato come un vero farabutto ma gli aveva concesso di essere riuscito a escogitare un bel modo per conquistarli. E a lei i veri farabutti erano sempre piaciuti. Li trovava più intriganti, anche fisicamente.
Era affascinata dai volti segnati.
Lui aveva una piega amara sulla guancia e le due rughe che evidenziavano le occhiaia lo rendevano unico. Aveva sentito l’impulso di alzarsi per andarle a toccare. Avrebbe voluto sentirle sotto le dita.
E come un ragno si preparò a tessere per la sua preda.
Così quando lui l’aveva guardata non aveva abbassato gli occhi come tutti gli altri, ma gli aveva tenuto testa, ingaggiando la prima battaglia di una lunga guerra.
«Come ti chiami tu?» l’aveva aggredita.
«Mila Masini» aveva mormorato, meravigliandosi lei stessa di quella sua esile vocina.
«Non sai parlare più forte? Così non va, non va proprio» e aveva posato la sua attenzione su qualcun altro.
Non era riuscita ad arrabbiarsi ed era rimasta incantata dal balletto che riusciva a far fare ai capelli muovendo la testa. Li teneva lunghi, e la frangia gli cadeva sulla fronte rendendolo simile ai suoi allievi. Peccato fosse grigia, aveva pensato. Doveva avere più di quarant’anni. Ma qualsiasi età avesse, la portava bene.
E sarebbe stato suo.

 

Questo era stato il loro primo incontro, e Mila lo ricordava perfettamente. Anche perché le aveva cambiato la vita.
L’aveva annotato sul suo diario, con quella piccola calligrafia precisa a cui teneva tanto, come ogni altro incontro successivo.
E così per due anni, tutti i giorni salvo il periodo estivo, fino alla terza liceo, quando aveva deciso di chiudere in un cassetto il quaderno e di passare all’azione.
Mila considerava quei due anni come un tempo dedicato alla sua educazione sentimentale. Aveva imparato a misurare le sue giornate attraverso di lui. Lo pedinava per scoprire le sue abitudini. Gli telefonava a tutte le ore per spiarlo e gli inviava dei messaggi d’amore che avrebbero fatto vergognare una scrittrice porno.
E a poco a poco aveva trasformato il suo nel diario del prof. Le sue battute migliori – come quella che aveva smesso di praticare la box per non rischiare di rovinarsi il faccino – erano mescolate ai suoi incontri sentimentali e alle sue passeggiate con il cane.
Già, perché il prof si era comprato un cucciolo di mastino napoletano per non vivere solo.
Era sempre stata attenta a non commettere errori e a non uscire dall’anonimato e lui non era mai stato neppure sfiorato dal dubbio che potesse essere lei la perfida ragazza che gli rovinava l’esistenza.
Sapeva che l’aveva definita proprio in quel modo perché, essendo vanitoso, ne aveva fatto cenno durante il colloquio con la madre di Aurora, la sua compagna di banco.
E Aurora immancabilmente gliel’aveva riferito.
«Sembra che una perfida donna stia attentando alla vita del nostro prof, come in quel film con Michael Douglas. La mamma dice di stare attente che è proprio un Don Giovanni» aveva aggiunto ridendo.
Al contrario, sembrava non accorgersi di lei anche se aveva cominciato a vestirsi in modo vistoso e si era tinta i capelli blu elettrico, nella stessa tonalità della sua prima maglietta.
I compagni erano convinti che la maltrattasse, rendendole la vita difficile e abbassandole la media generale.
Le dava spesso quattro nell’orale, di greco e di latino, anche se era l’unica a prendere otto negli scritti.
Ma a lei andava bene così.
C’era stato un unico episodio che l’aveva fatta veramente arrabbiare e l’aveva quasi spinta a fargli del male. Alla fine della seconda liceo.
Aveva avuto la sfrontatezza di chiedere il numero di telefono a Samantha, pregandola di non dire niente a nessuno.
La sera stessa l’aveva chiamata, ma cercava la sorella più grande, un vero schianto.
Si erano conosciuti al colloquio, dove si era presentata al posto dei genitori, e voleva invitarla a cena. La sorella però aveva riattaccato subito, mandandolo al diavolo.
Samantha, il giorno dopo, aveva raccontato tutto a Lorenza, la sua migliore amica. Questa lo aveva riferito alla compagna di banco che, per il gusto di spettegolare, lo aveva detto proprio a lei.
Quella notte non aveva dormito. Si era rivoltata nel letto pensando alla vendetta. Aveva immaginato di sabotargli la macchina. Ma, correndo senza freni in città, avrebbe rischiato di uccidere un povero pedone prima di andare a schiantarsi lui contro un palo.
Poi le era venuto in mente di avvelenarlo.
Riceveva un cestello di acqua minerale ogni venerdì. Gasata, e questo era un punto a suo sfavore. Glielo lasciavano fuori dalla porta di casa e solo rientrando da scuola, per il pranzo, lo poteva ritirare. E lei odiava l’acqua con le bollicine. Aveva immaginato la scenetta famigliare di loro due a tavola che litigavano per l’acqua. Avrebbe dovuto fargli cambiare gusti.
Alla fine si era accontentata di sognarlo che si contorceva in preda a dolori insopportabili.
E il venerdì successivo aveva bigiato per infilargli fra le bottiglie un biglietto in cui gli intimava di esserle fedele.
“Verrà la morte e avrà i miei occhi”, aveva firmato.

 

Ma questo era il passato.
Il nuovo anno scolastico aveva avuto inizio con una notizia ferale, esplosa per i corridoi come un fiume in piena.
Professori, studenti, bidelli e genitori, tutti andavano mormorando che lui frequentasse un’unica ragazza, e oramai da prima dell’estate. Qualcuno addirittura l’aveva sentito farneticare di desiderare un figlio e volersi sposare.
Come poteva farle un simile dispetto.
Avrebbe dovuto aspettare che compisse diciotto anni. Lei sarebbe stata sua moglie.
Mila cominciò a stare male.
Non riusciva più a mangiare e la notte non chiudeva occhio.
Non era più il tempo dei giochetti. Bisognava intervenire subito. E l’unico modo per impedire che potesse succedere l’irreparabile era eliminare la causa.
La causa si chiamava Alice. Dicevano fosse bionda e alta un metro e settantacinque, con gli occhi squallidamente azzurri. Aveva ventidue anni e non era una sua ex allieva. L’aveva conosciuta in palestra. Stava finendo l’Accademia dopo aver frequentato l’artistico.
L’ingresso di quella ragazza nella vita di lui aveva scombussolato tutti i suoi piani. Non aveva più gli stessi orari e anche a scuola era molto più nervoso.
«È proprio innamorato!» Samantha commentò così l’ultimo sua sfuriata.
Della persona sbagliata, pensò Mila. E decise che era arrivato il momento di conoscerla.

 

L’incontrò la prima volta davanti al portone di lui. Era il suo giorno libero e aveva bigiato sperando di incrociarla.
Capì che si trattava di lei perché non appena la vide provò un’invidia paralizzante che, quando venne inghiottita dall’androne scuro, si trasformò in panico. E non fu in grado di deglutire.
Aspettò ferma lì davanti tutta la mattina, ma non scesero. Neanche per portare fuori il cane. E quando provò a telefonare la segreteria rispose di lasciare un messaggio. Allora rientrò a casa, a testa china.
Era furiosa perché aveva scoperto che non avrebbe potuto farle del male. L’aveva trovata simpatica. Non assomigliava affatto alla sciocca che aveva immaginato. Analizzò nuovamente il problema da tutti i punti di vista e scoprì un’altra soluzione. Semplice. Doveva solo depistarla. Farsela amica e gettare su di lui l’ombra del sospetto. Poteva farle credere che l’avesse violentata. Ma scartò subito questa stupida idea. Lui, scoprendola, sarebbe arrivato a odiarla e questo non era il modo migliore per entrare in scena. Però, e si sentì vicinissima alla chiave: se fosse stata la ragazza a lasciarlo per un altro? E se lei lo avesse messo in guardia? Allora sì, avrebbe funzionato. Lei l’avrebbe consolato e per farlo meglio si sarebbe infilata nel suo letto. Sarebbe stato suo.
La nonna aprì la porta avvertendola che era pronto. Stranamente sentì che le era tornata fame. Entrò nella sua stanza soddisfatta e prima di presentarsi a tavola alzò la musica al massimo. Oramai la nonna ci aveva fatto l’abitudine.
Chissà se a lui piacevano i R.E.M.?
«I need a chance, a second chance, a third chance, a fourth chance. A word, a signal, a nod, a little breath. Just to fool myself, catch myself, to make it real, real. These words: “You will be mine”, these words: “You will be mine, all the time”.
Stava gridando Mike, per lei.
Il profumo che arrivava dalla sala da pranzo era davvero invitante.
«All the time» cantò.

 

Quella domenica mattina Mila aveva studiato il suo abbigliamento perché aveva uno scopo.
Aveva oltrepassato l’ingresso dell’Accademia di Brera con la consapevolezza di non dover sbagliare.
Camminò sicura verso la sala. Avrebbe trovato la ragazza di fronte al Mantegna. Lo sapeva, perché era stato lui a metterla sull’avviso, venerdì.
Aveva svelato in classe che la sua ragazza faceva la decoratrice. E per farli ridere aveva raccontato come, proprio in quei giorni, un cliente le avesse commissionato un trompel’oeil per la cappella di famiglia. Doveva rappresentare il figlio morto usando la famosa prospettiva schiacciata del Cristo. Le probabilità d’incontrarla lì, erano davvero molte.
E infatti lei c’era.
Seduta su uno sgabello come una signora inglese, tratteggiava linee con la matita su un cartoncino. Perfetta. Le gettò un’occhiata distratta e continuò nel suo esercizio.
Mila le si piazzò vicina ed estratto dallo zaino un quadernino a quadretti e un pennarello sottile, cominciò a disegnare. L’altra non poté evitare di guardare incuriosita cosa stesse facendo. E si mise a ridere.
«Non sei molto brava» ma non aveva un tono offensivo.
«Eh no» ammise. «Sarebbe il sogno della mia vita saper disegnare, ma ha visto.» Si strinse nelle spalle.
«Dai non sono così vecchia! Non darmi del lei» s’arrabbiò. «Se vuoi t’insegno io» si offrì senza rifletterci.
Le era sempre piaciuto recitare. Sin da piccola. Un giorno era Pippi e il giorno dopo un bambino scampato ad Auschwitz. Provava una gioia indescrivibile nell’inventarsi ruoli diversi. E godeva soprattutto nel sentirsi mentire. Anche con quella ragazza fiduciosa che doveva farsi amica.
La fissò, fingendosi incerta. E l’altra aggiunse subito, quasi in colpa:
«Gratis, naturalmente.»
«Oh non potrei accettare mai.»
«Potresti ricambiare facendomi da assistente.»
«Ah.»
«Vorrebbe essere un sì?»
«Potrebbe, ma io devo studiareee.» strascicò l’ultima parola.
«Be’» sbottò. «Se non ti interessa lasciamo perdere. Amiche come prima.» E riprese a schizzare.
Mila lasciò passare qualche minuto.
«Però mi piacerebbe. Perché disegni il morto?»
«Devo conoscere ogni tratto di questo quadro a memoria, e poi rinventarlo. Mi serve per dipingere il ritratto di un’altro tizio che ci ha lasciati.»
Mila trovò macabro il suo modo d’esprimersi.
«Questa settimana ho pochi compiti. Potrei venire con te. Devo portarti i colori?»
«Ma no, stupidina. Ti potrei insegnare le tecniche per gli affreschi. E adesso, guarda qui.» E strappandole di mano il quadernino, schizzò le linee della prospettiva in modo che lei potesse riempirle. «Vedi, non è complicato. Tieni, questo è il mio biglietto. Chiamami subito dopo mangiato. Potremmo cominciare oggi stesso.»
Le allungò un francobollo di carta nero. La nonna non sarebbe riuscita a leggere nulla e si sarebbe infuriata. A lei venne da ridere.
«Abito a Novate, e andare e tornare da Milano mi è scomodo» s’inventò.
«Potremmo mangiare insieme. Ti va? Io sono Alice e tu?»
«Andrea. Mia madre è viennese.»
Aveva raggiunto in fretta il suo scopo ed era raggiante. Alice la stava guardando con un’espressione interrogativa.
«Torno subito» disse allontanandosi di corsa. «Telefono a casa per avvertire.»
Aveva solo bisogno di poter gioire senza sentirsi osservata. E cominciò a ballare nella sala di fianco, mentre un guardiano si avvicinava sospettoso.
«Smetto subito, per favore. Non vede che sono felice?»
L’uomo si allontanò scuotendo la testa.
La ragazza aveva cambiato punto di osservazione e non la sentì arrivare.
Mila si fermò alle sue spalle. Venne affascinata dal movimento armonioso della mano, ma notò meravigliata le dita erano corte e tozze.
Anche lei quindi aveva un difetto.
«Fatto» disse ad alta voce, facendola sobbalzare.
«Ti dispiace aspettarmi? Potresti andare a fare un giro. Se non mi trovi più qui, sarò all’ingresso» le propose alzando la testa. Due occhi trasparenti la fissavano aspettando la risposta. «Un’oretta» riprese a lavorare. Ora stava facendo uno studio dei colori.
Un’improvvisa voglia di cielo azzurro s’impadronì di Mila e, sotto lo sguardo incuriosito del guardiano, se ne uscì nel cortile. Si fermò all’ombra della statua di Napoleone.
Chissà cos’ha provato negli ultimi giorni, si chiese. Chissà se gli restavano ancora sogni di gloria? E quale delle sue donne avrebbe voluto essere? Forse quella stupidina che aveva sposato il generale Bernadotte, per diventare regina di Svezia. Non ne ricordava neppure il nome. E poi quell’amore di Napoleone era stato inventato. Una semplice leggenda servita a ispirare scrittori e oramai sbiadita. Non sapeva neppure come ne fosse venuta a conoscenza. Ma di certo con lei la storia avrebbe preso una piega diversa. Non se ne sarebbe stata in disparte ad aspettare che altri scegliessero per lei. Avrebbe conquistato il suo Napoleone e sarebbe stata l’unica donna a fianco dell’Imperatore. E fino alla sua morte.
Quell’ultimo pensiero le suonò patetico. Lei non voleva morire. E figurarsi poi se di fianco a qualcuno. Non ancora, almeno. L’amore è una cosa, il sacrificio tutt’altra. Venne assalita dal dubbio improvviso che desiderare tanto profondamente il prof. fosse in verità solo un segno di debolezza. Non di forza come aveva pensato fino ad allora. Significava accontentarsi di stare accanto a qualcuno.
Scemenze. Sto cercando un alibi per non portare a termine la mia impresa. Ho troppa paura che possa fallire. Allontanò in fretta questi pensieri. E spostandosi alzò il viso al sole. Teneva gli occhi strizzati.
Alice la trovò in quella posizione. La testa reclinata all’indietro e un sorriso sciocco che le increspava le labbra. Prima di parlare aspettò che aprisse gli occhi.
«Hai fame? Mi hanno detto che eri uscita» disse piano.
«Come vuoi.»
Non aveva più voglia di parlare.
«Sei proprio un bel tipo» la squadrò. «Ho la macchina qui dietro. Andiamo a mangiare vicino al Cimitero.» E si avviò decisa. Aveva una borsa in ogni mano.
Mila la seguiva a qualche passo, cercando di imitarne la camminata. Teneva le anche ferme come Richard Gere, dando l’impressione di dondolare anche se non era vero.
Una camminata musicale, pensò. E cercò di imitarla. A lui doveva piacere quel modo di camminare. Raddrizzò le spalle, rilassò il bacino e appoggiò tutto il peso sul baricentro, inspirò profondamente e finalmente riuscì a prendere il ritmo.
Peccato che siamo già arrivate, pensò quando la ragazza aprì la portiera di una Golf bianca.
«Adesso hai voglia di parlare o hai ancora i cinque minuti?» s’informò facendola salire dopo aver caricato le borse.
«Ho un brutto carattere. Lo so. Mi dispiace.» Si allacciò la cintura di sicurezza.
«Potrei presentarti mio fratello» rise l’altra. E avviò il motore.
Guidava veloce, a scatti. Bruciando tutti i semafori.
Mila si mise a osservare fuori. Le strade scorrevano in un film. Milano come New York. Sacchi della spazzatura rotti. Barboni che dormivano sulle panchine.
Cercò d’immaginarlo, questo fratello dal caratteraccio. Era bello come la ragazza? Ed era giovane o vecchio? Lei, che era figlia unica, non era abituata alla possibilità che esistessero dei fratelli. Li aveva sempre vissuti come dei replicanti. Si era assuefatta al silenzio di casa sua.
Viveva con la nonna e solo per il fine settimana, e non sempre, la madre e il padre rientravano. Avevano scelto di lavorare lontano e non avevano voluto sradicarla. O non l’avevano voluta e basta.
Ma a lei andava bene così.
La nonna era una in gamba e lei le assomigliava, sia fisicamente che nel carattere. Anzi caratteraccio. E scoppiò a ridere.
«Ti diverti?» le chiese la ragazza.
«Sei fidanzata?»
L’altra non rispose e serrò la mascella.
«E tuo fratello è fidanzato?
«No, lui è libero come il vento. Sono io che sto per perdere la mia libertà» mormorò come se parlasse da sola.
Mila non insistette.
Provava rabbia al pensiero che quella stesse parlando di lui in quel modo. Al suo posto avrebbe volato. Poi si ricordò che lei voleva conquistare quel posto. E che se Alice non ci stava bene, sarebbe stato tutto più semplice. Si sentì invadere dall’allegria e cominciò a canticchiare.
La ragazza parcheggiò in una viuzza, scaricò le sue borse e con il suo passo musicale la condusse in un bar.
Quattro tavolini sporchi stavano affastellati in un angolo, e una puzza nauseabonda impregnava l’aria.
«Buongiorno signorina. È tornata. Allora ha accettato quel brutto lavoro eh» l’accolse un uomo magro, dietro al banco.
«È lavoro. Due toast una coca e tu cosa bevi?» l’indicò con la testa.
«Va bene anche a me la coca.
«Quanti toast?» s’informò l’uomo magro. Aveva il mento aguzzo, con un buco nel centro.
«Due e tu?» chiese Alice.
«Oh, io uno grazie. Mi basta.»
«Sei a dieta?» la ragazza si andò a sedere.
«No, mangio poco. Non sono alta come te.»
«Io devo mangiare per due» la sentì mormorare.
Mila non volle crederci.
Non poteva essere. Aveva capito male. Era stata una frase senza senso. Non poteva aspettare un figlio da lui. Solo lei avrebbe potuto metterlo al mondo. L’aveva anche sognato. Credeva nei sogni premonitori. L’avevano chiamato Massimo.
Sentì il mondo ruotarle vorticosamente attorno e cercò di ancorarsi al pavimento.
«Non si accomoda?» l’uomo magro cercò di spingerla al suo posto.
Per poco non cadde a terra.
Era tutto così sozzo, lì, che le venne da vomitare. Sentì il conato salire lungo la gola. Deglutì.
«È un po’ strana, la mia amica. Non si preoccupi» la giustificò la ragazza, mentre l’uomo magro si scostava preoccupato.
Allora Mila riuscì a muoversi e andò a sedersi al tavolino. Immobile, di fronte alla ragazza , si mise a fissarla con odio.
«E adesso che ti prende? Cosa ti ho fatto? Ho detto semplicemente che sei strana. Vorresti negarlo?» Aveva emesso un suono stridulo e fastidioso.
Ecco un altro difetto, pensò Mila chinando la testa. Sentiva un grande vuoto dentro.
Mangiarono in silenzio sotto lo sguardo indagatore dell’uomo magro. Chissà quanta gente aveva visto passare. Chissà se aveva moglie e figli. Mila cercò di distrarsi.
Quando era piccola aveva imparato che si può cancellare la realtà ignorandola. Se non si pensa a qualcosa, non esiste più. E lei non voleva pensare. Ma non era più così semplice.
Alice, seduta di fronte, triturava il cibo con piacere. Come se stesse svolgendo un compito. Doveva nutrire qualcun altro. Mila cominciò a sudare.
«Fa caldo, vero?»
Mila assentì.
«E dai, piantala. Non è piacevole passare il pomeriggio così. Se vuoi ti accompagno al treno. E poi, guarda che tutti hanno i loro problemi. Che ti credi.»
«Non mi piacciono i toast» mentì.
«Potevi dirlo subito!»
«Vuole un panino o un uovo al tegamino?» intervenne l’uomo magro.
«No, non ho più fame.»
«Un gelato fra i biscotti e il conto, grazie» ordinò la ragazza.
«Il gelato lo prendo anch’io. Un cono.»
E con il gelato in una mano e una borsa a testa nell’altra si diressero ondeggiando verso il Cimitero.
Mila non conosceva i cimiteri. Solo studiando il Foscolo si era trovata ad affrontare il problema dei morti, senza trovarlo di grande interesse.
Si guardò attorno un po’ sconcertata. Le sembrò di entrare in un parco. Seguì la ragazza lungo i vialetti curati con la fiducia di un cane che segue il padrone. Fino ad una cappella in marmo bianco.
La ragazza aprì la grata e scesero due gradini per entrare. Provò il terrore che provano i bambini quando entrano in una stanza buia. Ed era ancora più terrorizzata perché non sapeva più cosa fare. Non aveva più un piano da seguire. Non sapeva nulla.
Dentro non era per niente buio e l’atmosfera odorava d’incenso. La luce penetrava da fori aperti simmetricamente lungo le pareti e si concentrava in unico fascio, proprio nel centro.
Mila non oppose più resistenza e si abbandonò agli eventi.
La ragazza le toccò un braccio. Voleva consolarla.
Mila si fece forza e le sorrise. L’altra estrasse da una borsa lo sgabellino pieghevole, che sistemò nel cerchio di luce, e tutta una serie di barattoli che dispose ordinatamente per terra.
«Il morto l’hanno messo qui, vedi» le indicò una lapide sulla parete centrale.
Decifrò la scritta che spiccava in oro, lunga e stretta. Si chiamava Marco ed era stato strappato tragicamente alla vita.
«Non si può usare la tecnica dell’affresco, perché il marmo non lo consente. Vedi quel pannello?» il pannello di legno bianco era appoggiato in un angolo. «Userò quello. È già stato trattato. Vuoi vedere una sua foto? Il padre me l’ha voluta dare anche se gli ho fatto notare che in quella posizione non sarà possibile vederne la somiglianza.»
Mila si meravigliò della sua freddezza. Era come se fosse da sempre assuefatta alla morte e ai cimiteri.
«Sei incinta?» domandò all’improvviso.
E la sua voce risuonò cupa nel vuoto della cappella.
L’altra contrasse i muscoli del viso, la fissò con lo stupore dell’animale ferito e scoppiando a piangere si accucciò a terra, abbracciandosi le ginocchia.
Un lamento continuo come una nenia si alzò dal groviglio di quel corpo e riempì l’aria.
Mila provò una grande tenerezza. Le accarezzò la testa e le si accucciò al fianco in silenzio.
Non aveva più paura, ora. Una sensazione di pace la pervase. Non le importava più che l’altra aspettasse un figlio da lui. Doveva difenderla. E cominciò a consolarla con il sua calore, abbracciandola a sé.
«Potresti chiamarlo Massimo» le bisbigliò.
«E se fosse una femmina?» balbettò l’altra alzando il viso. Il trucco era colato dagli occhi rigandole le guance.
Sembra un uccello esotico, pensò Mila.
E le loro risa improvvisamente colmarono lo spazio, echeggiando da una parte all’altra.

foto: ©2007 ~rose-star123

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