ONE LOVE – italiano

Il tergicristallo prese il tempo della canzone. L’acqua scivolando via cantava insieme a Bono:
- One love… -
Sorrise.
Pioveva da una settimana, senza sosta. Tante minuscole goccioline gemelle. E soprattutto fastidiose, pensò. L’estate stava finendo. O era la fine del mondo? Alzò il volume e cominciò a cantare anche lei.
I capelli umidi, appiccicati al collo, erano il suo unico legame con la realtà. Si sentiva uno spezzone di celluloide. Un sound track. Un tutt’uno con l’auto. Le sue membra erano arrivate a perdersi in uno spazio senza fine, fino a confondersi con il sedile.
Strizzò gli occhi contro i fari che la ferivano venendole incontro nella nebbia. E l’intravide, come un’apparizione. Piantato nella pioggia a testa scoperta. Una divinità pagana con il dito alzato e gli occhi senza richiesta. Se lo lasciò alle spalle, troppo in fretta per poter decidere. Poi frenò.
Mentre aspettava che la raggiungesse, osservandolo nello specchietto retrovisore, ebbe solo il tempo di pensare che dietro a ogni giovane di razza bianca, rispettabile e di bell’aspetto si può celare un serial killer.
La portiera si spalancò e lei balzò fuori dalla pellicola.
- Solo nei film americani. – mormorò.
- Come…? – aveva una voce profonda e gentile.
- Niente, …- quello richiuse fuori la pioggia. – Sul sedile dietro c’è un maglione, può usarlo per asciugarsi.
- Grazie. – non aggiunse altro, ma distese le gambe. Il profilo era dritto.
- Dove la porto? – si voltò. Aveva gli occhi troppo chiari. Banale, pensò.
- Dove vuole.
Allora rimise in moto e la musica riprese. Lui non mosse un muscolo
- Mi piace guidare con la pioggia, – rise. – ma non mi piace la pioggia. – Perché diavolo non dice niente pensava, e cominciò ad avere paura. – Quando posso salto in macchina e comincio ad andare, senza meta. Mi sento libera… – gli confidò. – mio marito è fuori tutto il giorno. – si morsicò la lingua. Non voleva passare per la solita donnetta insoddisfatta in cerca d’avventure.
Quell’uomo poteva essere un evaso, un assassino, un mafioso, un pazzo… Immaginò che stesse sogghignando e strinse il volante. Ecco, pensò, faccio sempre la figura dell’idiota. Perché non me ne sto un po’ zitta?
- Non ha mai pensato di partire per fare il giro del mondo. – parlò all’improvviso. Aveva un tono monotono, senza alcuna modulazione. Non sembrava neanche una domanda.
- Il giro del mondo? – dovette riflettere. – …in macchina sì… – balbettò.
- Io ho appena iniziato. – le confidò girando la testa e piantandole gli occhi addosso. Per la frazione di un secondo distolse l’attenzione dalla strada e li incontrò. Davvero troppo chiari.
- Sta scherzando, vero? – Non amava essere presa in giro.
Si sentì avvampare. Aveva sempre odiato il suo rossore ma non era mai riuscita a controllarlo. Qualcuno lo trovava persino affascinante. Chissà cosa avrebbe pensato il suo passeggero.
La musica la distrasse. Oh, quante volte aveva sognato di partire. Lei, le sue lenti a contatto e la crema schiarente per i peli. Poi era rimasta là, tra quelle colline, sognando di essere altrove ogni volta che sentiva parlare inglese. E non era difficile nel Chiantishire.
- Non scherzo mai. – disse con quel suo tono monotono e lei pensò che era il solito Clint Eastwood. – Mi piacerebbe essere spiritoso, ma non ci riesco…- aggiunse subito dopo, e lei si sentì spiazzata.
Rimasero in silenzio. Il piede di lui aveva preso a battere il tempo insieme ai tergicristalli. Anche le ruote della macchina sembravano ballare sull’asfalto bagnato, come in un cartone animato.
Sono proprio scema, pensò lei. Poi la musica s’interruppe di colpo. La cassetta era finita e stava cambiando lato.
- Non ci siamo neanche presentati… – in quella pausa sentì il bisogno di parlare. Il silenzio le procurava fastidio.
- Non mi piace il mio nome. E a lei?
Bono aveva già ripreso a cantare e lui, che aveva dovuto alzare la voce, allungò una mano e abbassò il volume. Oddio, non è possibile che sia vero, pensò lei. Sembra la sceneggiatura di un film di Antonioni, troppo stupida per essere reale. Ma poi rispose, perché per davvero non le era mai piaciuto chiamarsi Sara.
- Sarà, – disse. – mi chiamo Sarà… – e rise. – Ma vorrei chiamarmi Selvaggia e guidare un elicottero…
- E perché non lo fai? – Era passato al tu senza averle svelato il suo nome.
- Costa… – borbottò lei, non del tutto certa della risposta.
- Potrebbe essere un investimento, – le suggerì lui. – e tuo marito cosa fa?
La domanda arrivò inaspettata. Decise che non avrebbe risposto. Poi ci ripensò.
- Il camionista. – disse.
Aveva in mente il camionista di un truck. Alto, muscoloso e con la faccia di un Nick Nolte giovane.
- E tu? – domandò a sua volta.
- Il vagabondo…- rise. – o preferisci il rapinatore?
Lei non disse più nulla e si concentrò sulla strada. Ora pioveva più forte.
- Se ti raccontassi che ho appena rapinato un benzinaio?
- Non ci crederei. – rispose d’un fiato.
- Perché?
- Hai una bella voce. – disse lei. E ci credeva.
Ebbe l’impressione che stesse sorridendo, poi cominciò a canticchiare. Era intonato.
- Fa il veterinario. – confessò dopo un po’. L’altro non sembrò aver sentito. Pensò che forse non volesse sottolineare il suo imbarazzo. Comunque si sarebbe aspettata che confessasse anche lui, ma non accadde.
La strada era deserta ora. Tutti a pranzo, pensò. E in effetti i crampi della fame cominciavano a farsi sentire.
- Che ne dici di mangiare qualcosa? – domandò.
- Se offri tu, volentieri. – Aveva assunto un’aria antipatica, di sfida quasi.
Uno squattrinato sfacciato, ecco cos’era, pensò lei dispiaciuta. Ma forse così me lo tolgo di torno.
- Devo rientrare, l’ora d’aria è quasi finita… – si sentì dire. Aveva preso quell’intonazione scherzosa che tanto odiava negli altri. – Se mi dici in che direzione vuoi proseguire, ti lascio in una trattoria di strada…- cercò di essere gentile.
Lui alzò le spalle e si tenne il suo segreto. Non ha nessuna meta, pensò lei. Chissà se fugge veramente da qualcosa.
- E tu? aspetti che lui torni, la sera? – le domandò a un tratto.
- Oh no… io ho il mio laboratorio di ceramica, curo l’orto…, faccio mille cose io. – rispose offesa.
Ecco che ho fatto ancora la figura della scema, pensò. Poi si rasserenò. Perché poi avrebbe dovuto provare imbarazzo di fronte a quello sconosciuto bagnato come un pulcino. Scrollò la testa.
- Non volevo essere scortese. – stava dicendo lui. – pensavo che tu potessi capirmi… io non sto bene da nessuna parte. Se mi fermo mi sembra di aspettare sempre che accada qualcosa… E non voglio vivere aspettando… – e rise lui per primo di quello che aveva appena detto.
- Scommetto che sei uno studente… – lo stuzzicò lei. Le pareva di averlo sempre conosciuto, ora.
- Errore… Sono un disoccupato… – s’interruppe ma riprese subito. – però un pizzico di ragione ce l’hai, mi sono appena laureato, in filosofia, prima dell’estate…
- Filosofi e architetti… tutti pazzi diceva sempre mia madre. – e aveva ragione almeno in quello, pensò. – Guarda, un bar. Ci fermiamo?
- Sì. – acconsentì secco.
Lei allora frenò e si portò a sinistra, facendo lampeggiare la freccia, poi svoltò nel piazzale. Sulla costruzione campeggiava un’insegna rossa: ‘Bar-Trattoria da Pino’, che la rendeva tozza, come se il geometra si fosse dimenticato di terminarla. Posteggiò la Twingo sotto un porticato.
La pioggia continuava a cadere fitta e noiosa, ma nessuno dei due cercò di ripararsi, avviandosi al locale. Dovettero evitare parecchie pozzanghere, senza però riuscirci. Lei si trovò le scarpe inzaccherate e lui aveva tutti i pantaloni macchiettati. Entrarono allegri. Dentro l’aria di fumo era pesante e tutti gli avventori si voltarono a fissarli.
- Buongiorno. – salutò lei.
Qualcuno fece un cenno con il capo e tutti ripresero a pensare ai fatti loro. Lei gettò una rapida occhiata. Non conosceva nessuno. Sono fortunata, pensò.
Il gestore, un vecchio dai capelli candidi, si avvicinò sorridendo.
- Potete sedervi là. – indicò un tavolino appartato. Forse pensava che fossero due innamorati. – Cosa vi preparo?
- Oh, due toast semplici vanno bene, grazie, io prendo una birra e tu? – si sentiva euforica e sfrontata, e solo per aver ordinato anche per lui.
- Dell’acqua grazie, naturale…- mentre il vecchio si allontanava lui le rivolse un sorrise simpatico che lei trovò irresistibile.
Ecco, pensò avviandosi al tavolino, sono precipitata dal giallo al rosa. Possibile che non sia in grado di vivere la mia vita senza tutta questa immaginazione? Sono in un bar con uno sconosciuto simpatico e sono già pronta a costruirmi una storia fantastica. Prima era un assassino e ora è un seduttore…
- Non hai mai pensato di scrivere? – le domandò lui, interrompendo i suoi pensieri.
- Scrivere? – balbettò. – No… perché?
All’improvviso lo percepì come un intruso che le stesse frugando nella testa, allora lo sfidò con gli occhi, ma ritrovò solo uno sguardo sincero.
- Perché così…- non le diede soddisfazione.
Quando si sedettero si resero conto, solo allora, di essere fradici. I vestiti si incollarono ai sedili e l’acqua cominciò a correre per le loro schiene.
- Ma che, avete dimenticato l’ombrello? – li apostrofò il vecchio, appoggiando rumorosamente il vassoio.
Per risposta risero, addentando il primo boccone. E il vecchio li lasciò senza aggiungere altro.
- Se non mi vuoi dire dove vai, almeno puoi dirmi da dove vieni… – gli chiese a un tratto. Aveva dovuto fare uno sforzo notevole.
- Che sconosciuto sarei, se ti rivelassi queste cose? – e le toccò la mano in un gesto di estrema intimità. Lei non la ritrasse. Ha ragione, pensò. Mi piace, non lo incontrerò mai più. Quello che conta è quello che è ora, qui, con me. E si sentì all’improvviso diversa. Completamente libera. Anche lei una sconosciuta.
E in quanto tale si dimenticò di tornare a casa. Risero e ordinarono il caffè. Poi lui cominciò a parlare del suo peregrinare, lo paragonò addirittura a quello dei monaci del Medioevo. Le raccontò dell’Irlanda e delle torri che questi avevano costruito per difendersi dai Vichinghi. Lei pensò ai pirati saraceni. Arrivarono persino a disquisire di monasteri. Lei aveva sempre desiderato di poter vivere in un monastero, solo per qualche settimana. Un modo per riposarsi. Lui le raccontò di averlo fatto, in Grecia, sul monte Athos. Lei non gli credette ma non lo fece capire.
Quando decisero di salutare il vecchio con una stretta di mano, stavano discutendo animatamente di fede. Sembrava che nessuno dei due fosse convinto di averne, nemmeno un pizzico. Il vecchio invece non solo aveva fede, ma un’immensa fiducia.
Ripresero così a viaggiare sotto la pioggia. Lei per gioco si divertiva a imboccare ogni stradina di campagna, e correva su e giù, senza meta, ballando al ritmo della musica. Lui cantava a squarciagola. Poi presero a parlare fitto fitto della loro infanzia. Lei aveva un orso a cui aveva tagliato la frangetta, lui un teatrino di personaggi ritagliati dai vecchi ‘Topolini’.
E all’improvviso lei cessò di pensare. Ricordava e parlava senza la sensazione di ascoltarsi. Disponibile a credere a tutto quello che lui le diceva.
All’imbrunire l’accompagnò in un motel. Aveva semplicemente deciso di offrirglielo, ma si fermò con lui. La donna al banco non chiese loro i documenti. Si fece saldare una notte e due colazioni, poi allungò la chiave.
- Numero 11 e buon soggiorno. – li congedò.
La stanza era stranamente spaziosa e profumava di violette. Poi lei spense anche l’interruttore della coscienza.
La mattina si ritrovò da sola in un letto sconosciuto. Per prima cosa vide le crepe sulla parete di fronte. Sul cuscino accanto trovò uno di quei braccialetti d’oro con la piastrina del gruppo sanguigno. Pensò che fosse l’unico oggetto che lui possedesse e se lo infilò al polso. Le stava largo e scivolò subito giù. Provò a legarlo alla caviglia, per gioco. Si alzo nuda sul letto e sollevò la gamba. Si guardò allo specchio e decise di tenerlo. Dopotutto avevano lo stesso gruppo.
Aveva smesso di piovere. Salì in macchina e tornò a casa. Bono aveva ripreso a cantare.
Non dovette inventare alcuna scusa perché non trovò nessuno ad aspettarla e ascoltando la segreteria telefonica scoprì che il marito era rimasto fuori tutta la notte.
Una mucca aveva avuto un parto difficile e sulla strada del ritorno si era impantanato con il furgone. Per fortuna era stato invitato da amici a fermarsi a dormire nella loro fattoria. Aveva potuto chiamare il carro attrezzi solo la mattina dopo. E non sarebbe rientrato che a sera. Avrebbe provato a chiamarla più tardi, diceva la sua voce registrata. E aveva sempre quel solito timbro dolce.
Così venne colta da amnesia e dimenticò anche l’autostoppista. Non si sa come, un giorno della settimana successiva perse la cassetta degli U2, e il marito le regalò il CD. Ma lei non lo volle più ascoltare.
Un mese dopo scoprì di aspettare un bambino.
- Non è possibile! – disse alla ginecologa che la fissava sorridente.
- Ma come? – si arrabbiò quella. – Non è mai contenta! Ha desiderato così tanto questo figlio, e ora se ne lamenta. Ma dovrebbe fare i salti di gioia! – poi diventò più comprensiva e assunse un’espressione tranquillizzante, e con gli occhi dritti nei suoi incrociò le mani sul piano della scrivania. – A volte può succedere, e proprio così, all’improvviso. E questo quando non ci sono impedimenti naturali, come nel vostro caso, ma solo… mentali… Sa com’è, alla psiche non si comanda… – E con quest’ultima asserzione sembrò averle fatto una grossa confidenza. Lei pensò soltanto che non sarebbe stato carino esplodere in una risata e fece finta di ascoltare con grande interesse tutti i consigli per affrontare una buona gravidanza.
Quando uscì dallo studio si ricordò soltanto che per i primi tre mesi sarebbe stato meglio non andare in bicicletta e finalmente scoppiò in una bella risata.
Quella mattina tornò a casa con la sensazione di non essere più sola. La prima cosa che fece fu di registrare il CD degli U2 su una cassetta e poi rimontò in macchina e fece un giretto ascoltando la musica.
Al ritorno chiamò il marito sul telefonino e dal momento che non lo faceva mai si sentì stranamente emozionata:
- E’ successo qualcosa? – esplose quello, spaventato. Non era davvero abituato a sentire la voce della moglie nel cellulare.
- Sì, ma è una bella cosa… Aspetto un bambino… – Lei rise soddisfatta e orgogliosa nello stesso tempo. Ed era anche consapevole di non aver detto una bugia.
Il marito si liberò da tutti gli impegni e tornò immediatamente a casa.
Si fermò timido sulla soglia, tirò fuori da dietro la schiena una rosa e con la rosa ancora in mano l’abbracciò teneramente rischiando di pungersi. Poi la portò fuori a pranzo.
- Per festeggiare. – disse.

E fecero così per tutti i nove mesi della gravidanza: festeggiarono.
L’inverno trascorse senza che dal cielo scendesse una goccia d’acqua. Solo a febbraio stranamente nevicò per una settimana intera.
E a parte quella settimana, lei tutte le mattine usciva di casa alla stessa ora e montava in macchina per fare il solito ‘giretto’, come lo chiamava il marito. Poi lo raggiungeva sul lavoro all’ora di pranzo e mangiavano insieme, sereni.
Nel pomeriggio invece si riposava in casa, da sola, aspettando che a sera il marito rientrasse. Qualche volta portava degli amici a cena e poi giocavano a poker o guardavano un film in videocassetta. Altre volte se ne stavano a leggere un bel libro comodamente seduti sul divano del salotto, loro due e basta. Poi il marito la prendeva per mano e la portava in camera da letto.
Di notte faceva dei sogni bellissimi, quasi a puntate, e in ognuno si trovava a essere sempre più piccola: da universitaria ad adolescente, e poi bambina…
Ma non rientrò mai nell’utero della madre, come le aveva raccontato un’amica psichiatra.
Ebbe anche un sogno sgradevole in cui invece di ringiovanire si era semplicemente rimpicciolita, come una lillipuziana, e si era trovata sul banco degli imputati. I giudici, tutti seduti su alti sgabelli, erano i suoi familiari. Anche i morti, come la madre, erano tornati per processarla e, puntandole il dito contro, l’accusavano di essere una nota falsaria. Ma quello restò l’unico incubo e lei lo dimenticò presto.
Arrivata al settimo mese, portò la Twingo al lavaggio automatico e ordinò che la tirassero a lucido, anche internamente. Poi rientrò a casa di corsa, rischiando una multa per eccesso di velocità, e la posteggiò in garage. Rinunciando ai suoi viaggi fino al momento del parto.
Parto che capitò esattamente nella data programmata dal cerchietto magico che la ginecologa aveva consultato quel primo giorno:
- 2 giugno. – aveva predetto, dopo averlo rigirato fra le mani.
E il due giugno attaccò al seno quell’esserino dalla testa rossa.
- Deve aver preso dalla tua parte. – disse la suocera arrivata da Milano il giorno prima per assistere al parto. – Non mi ricordo nessun rosso in famiglia… – e la guardava con i suoi occhi liquidi, aspettando una risposta che lei non volle darle.
Per fortuna ripartì non appena la dimisero dall’ospedale.
- Chiamatemi se avete bisogno! – sbraitò dal treno in partenza.
Ma tutti e tre sapevano che non sarebbe accaduto.
Quando il neonato compì tre mesi, una mattina di pioggia lei tirò fuori la Twingo dal garage e lo caricò sul seggiolino. Poi inserì la cassetta degli U2 e avviò il motore.
- One love. – cominciò a cantare Bono, insieme all’acqua che scivolava via dai vetri.
Il neonato fece dei versi e sorrise. Se avesse potuto, lei pensò, avrebbe cantato anche lui.
Guidò veloce, ma senza fretta, cercando di ricordare la strada. Quando finalmente vide la bassa costruzione con l’insegna rossa che la schiacciava, piantò una frenata che per un secondo fece venire il magone al piccolo. Stirò le piccole labbra in una smorfia ma al suono della sua voce si rasserenò subito e ricominciò a gorgheggiare felice.
Lei fece la manovra ed entrò nel piazzale. Poi posteggiò sotto il porticato. Aprì l’ombrello per difendere dalla pioggia il suo neonato e si diresse radiosa al locale.
- Buongiorno. – salutò, restando sulla soglia, impacciata dall’ombrello aperto.
Il vecchio, sorridendo, la riconobbe subito e senza alcun meraviglia le andò incontro pronto a darle il suo aiuto.
- Assomiglia tutto al papà! – disse, prendendolo in braccio.
- Sì. – assentì lei orgogliosa.
E non aveva detto una bugia.
foto: ©2007 ~WVUARTIST
foto: ©2007 ~Aerin35
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- Luglio 4, 2007 / 3:59 pm
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- racconti
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