Gemini

Mia madre è morta che avevo ventitre anni e abitavo già da solo. Nel cuore di Milano, al quarto piano senza ascensore di una vecchia casa di ringhiera.
Lo squillo è risuonato cupo e testardo nel silenzio del sonno. Ho alzato la cornetta al buio, gli occhi incollati nel sogno.
E’ morta, ha detto mia sorella. Erano le sei di un freddo e nebbioso mattino invernale.
Non ho dovuto asciugare lacrime.
Mi sono infilato un maglione e ho avvitato la moka.
Profumo di caffè e il CD di Sting.
La porta si è chiusa alle spalle e sono montato sul primo treno.
Stavo tornando là da dove ero partito.
Mi sono sistemato in una carrozza di testa, di fronte a una donna di mezza età, occhialini da presbite sul naso, alle prese con un ‘giallo’. Ha sollevato gli occhi chiari e freddi facendoli indugiare in ogni mia piega. Poi si è rimmersa nella lettura, senza dire una parola e lasciandomi con la curiosità di sentirne la voce. Sono le voci che da sempre mi hanno incatenato o allontanato dalle persone.
Ho toccato lo schienale, in attesa. Il treno ha cominciato a muoversi lentamente e ho permesso al mio corpo di modellarsi con il sedile. Per precipitare finalmente in un sonno senza sogni, cullato dal rumore.
Quando ho riaperto gli occhi il treno correva fra i campi ricoperti di brina. L’odore di stantio della carrozza di seconda mi è penetrato nel naso, procurandomi un conato di vomito. Automaticamente ho acceso una sigaretta.
La signora di fronte, con uno spostamento impercettibile degli occhi, mi ha guardato infastidita. Ho continuato imperterrito a trangugiare il fumo, mentre le immagini scorrevano veloci dietro al vetro sporco.
Ripensavo a mia madre.
E’ morta felice, senza che le avessi mai portato a casa una ragazza. Aveva quarantasei anni ed era solo immensamente stanca. Stanca di vivere.
Ondeggiava ancora e sempre nel mio ricordo, sull’amaca del giardino. Un’espressione sofferente le increspava le labbra, mentre seguiva i nostri giochi con gli occhi febbricitanti. Aveva nel volto lo stesso intenso tremore di un animale selvatico. Di un cervo che nel bosco ha incontrato l’uomo. Le mani estranee, ricadevano inerti, come pallide foglie rinsecchite. Solo sulla tastiera prendevano magicamente vita, sprigionando un’energia che noi non le riconoscevamo, ma che lei inspiegabilmente scovava in qualche occulto pezzo del suo Io. Sconcertandoci ogni volta. Allora ipnotizzati, ci perdevamo a studiare il reticolo delle vene nella trasparenza della sua fronte. Candida sotto i neri capelli stretti nello chignon severo. Profumavano di violette.
Aggrovigliato negli odori dell’infanzia sono sbarcato alla stazione di Venezia. Ho inspirato l’aria salmastra e ho infilato le mani in tasca, affrontando il vento, su e giù per i vaporetti, seguendo l’abitudine di un tempo, fino al vecchio portone della Giudecca.
Mia sorella mi ha stretto in un abbraccio, e mi ha condotto nella sua stanza. Anche da morta aveva un sorriso enigmatico sul volto immobile. Qualcuno mosso da compassione, le aveva incrociato le mani sul petto. E i lunghi capelli, finalmente liberi, le incorniciavano il viso in una nuvola nera.
- Ho trovato un flacone di tranquillanti, vuoto, sul bordo del lavandino. E l’ho buttato via. – mi ha confessato.
Come in una buona sceneggiatura, ho pensato.
Crisi cardiaca, è stato il ponderato responso del medico. Che tutti si aspettavano. Mia madre è sempre stata una cardiopatica.

Da bambino sognavo di diventare scrittore. E avevo paura del buio. Forse perché ci hanno relegati da subito in due stanze gigantesche. Profumavamo di neonato. Io venivo allattato dalla mamma, Chiara prendeva il latte della balia. E nessuno accorreva al nostro pianto. Eravamo portatori di lutto.
- I gemelli bisogna separarli da subito. – brontolava la nonna. – Non sono degli esseri normali. Doveva succedere proprio a noi? Si vede che qualcuno avrà fatto qualcosa di male. – e alzava gli occhi al cielo.
Quel qualcuno non poteva che essere mio padre. Secondo la leggenda morto annegato in circostanze misteriose la sera del parto. Scivolato banalmente nel canale, perché troppo ubriaco per ritrovare la strada di casa, secondo la verità storica. Se non avessimo abitato a Venezia, si sarebbe schiantato contro un palo, correndo troppo forte in macchina.
Così io e mia sorella Chiara abbiamo imparato presto a cercarci di nascosto, la notte. E al riparo delle ruvide lenzuola di lino, incrociando braccia e gambe in un abbraccio disperato, riuscivamo a prendere sonno, nel silenzio angosciante di quella grande casa desolata.
Ci svegliavamo all’alba. Ricordo ancora il pavimento freddo sotto ai piedi, e il fastidio del letto disabitato che mi aspettava come un amante deluso.
La nonna, la balia, la mamma, la cameriera del sud, la governante, la cuoca. Una famiglia di sole donne. E tanti fantasmi di sesso maschile che si aggiravano per i corridoi scuri e popolavano le mie fantasie.
“I fantasmi di casa Muraro” è stata la mia prima vera opera finita. Avevo dieci anni e odiavo già la mia genia. Tanto da descrivere gli omicidi e i tradimenti dei miei antenati in un perfetto stile gotico.
Andavo orgoglioso del mio manoscritto. Lo custodivo sotto il cuscino e non avrei mai voluto che qualcuno se ne impossessasse, scoprendo così i miei pensieri delittuosi.
Ma un giorno è successo. Chiara era scomparsa subito dopo pranzo. Nessuno l’aveva più vista. Io, preoccupato, quasi disperato, mi sono messo a cercarla per tutto il pomeriggio. Alle otto finalmente un rumore nell’armadio della biancheria mi ha svelato il suo nascondiglio. Se ne stava rannicchiata là dentro, con una pila fra i denti. Contro la mia volontà aveva letto il mio romanzo. E piangeva.
- Appena posso scappo di casa. – ha bisbigliato, fissandomi con i miei occhi.
Il disagio di allora non mi ha più abbandonato. In quel momento ero diventato consapevole di essere anche Chiara. E Chiara anche me.
Da bambini non riuscivamo a percepire la nostra estraneità. Solo con la pubertà i nostri corpi, al di sotto delle teste sono mutati. Ma gli occhi no. Sono rimasti identici. Lo stesso sguardo che si posava sul mondo.
Chiara però non è mai scappata. E’ rimasta nella vecchia casa e ha seppellito tutte quelle donne, chiamandomi per ogni funerale.
Lei non poteva sopportare il clamore fuori dal giardino. Ogni rumore troppo forte poteva diventare una sofferenza. Lei che sentiva mille aghi di pino pungerle le guance se masticava un pezzo di pane, o vedeva ballare nuvole bianche in un cielo verde pigiando con forza un tasto del piano.
Chiara non era pazza. Era solo sinestetica. Ma nessuno allora sapeva cosa volesse dire.

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foto: ©2007 ~laoris

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