Otto

I giorni passavano e io ero divenuto un habitué dei giardinetti. Mattina e sera. Evitando però accuratamente l’orario in cui Rodolfo faceva la sua apparizione in compagnia di Asdrubale.
Ugo non amava Asdrubale. Cercava di morderlo non appena veniva estratto dalla custodia. Ringhiava e gli si avventava contro. Avevamo deciso di evitare ogni possibile match.
Quella mattina stavo cominciando ad apprezzare l’obbligo della passeggiata. Per la prima volta mi addentrai nel giardino, lasciandomi dietro le aiuole dei bordi. Inspirai l’aria umida, mentre in lontananza le macchine sfrecciavano rumorose.
Guardavo la punta delle scarpe avanzare sulla ghiaietta, quasi contento, immerso nella filosofia del ‘meglio così’. Era una teoria di Galatea. Diceva che l’aveva imparata da una certa Pollyanna. Non ero mai riuscito a comprenderla. Ti sei tagliato un dito? Meglio così, potevi amputarti la mano. Era surreale, ma lei si svegliava tutte le mattine contenta.
Una specie di molosso si precipitò su Ugo, facendolo volare per aria.
” Pilù, non vedi che è piccolo, non puoi giocare con lui…” una voce petulante mi trapanò le orecchie.
Il bestione aveva la lingua smisurata che spenzolava con veemenza, quasi fosse un’arma.
Ugo si nascose come al solito fra i miei pantaloni. Ma questa volta non avrebbe dovuto farlo.
Pilù mi caricò.
Mi ritrovai con il sedere per terra e Ugo fra le braccia, mentre cane e padrona avevano pensato bene di dileguarsi. Li vidi sparire frettolosamente dietro l’angolo. Ed era chiaro chi portasse l’altro, perché il cane ora al guinzaglio trainava la donna, grossa e platinata, facendola volare sul vialetto come fosse una piuma.
” Aspetti che l’aiuto. Si è fatto male? Non si preoccupi, più grandi sono i cani e più stupidi sono i padroni. “parole sagge risuonarono sulla mia testa.
Non avevo ancora visto colui che le aveva pronunciate e fiducioso mi lasciai aiutare.
” Nuovo eh, io sono un veterano, tre anni con Axel e tredici con Argo. Come si chiama? ” mi chiese mentre gentilmente mi spazzolava i pantaloni.
” Odoardo…” cominciavo a percepire in lui qualcosa di anomalo.
” Che nome pomposo per un cosino così, va be’ con quella testa… Che razza è? ” intendeva lo Skye Terrier.
” Io sono Odoardo, lui è Ugo.” ci tenni a precisare, e non riesco a capire cosa mi avesse spinto a farlo.
Il mio interlocutore era un essere vacuo, vestito in modo sportivo e casual, dalle scarpe inglesi, all’assenza di cravatta. Anch’io non porto le cravatte, ma in me risulta uno voluta intolleranza. In quell’individuo, dalla barbetta nera e gli occhiali Armani, sembrava una dimenticanza.
” Non è che cambi molto. ” disse assumendo un tono riflessivo.
” E’ il nome di mio figlio. Si adattava meglio al cane, ora lui si chiama Rodolfo…” mi fermai.
Era troppo tardi, quello mi fissava come se vedesse in me un suo vecchio amico, anzi, di più, un amante.
” Io sono Enrico. Camminiamo, altrimenti Axel non sporca. ” e mi prese sotto braccio.
Non ero in grado di opporre resistenza. Il mio primo appuntamento era alle dieci e trenta e non avevo così fretta per rifiutarmi di accompagnarlo.
E poi sembrava infelice.
” Lui comunque non sporca mai fuori, lui sporca in casa. E sempre in sala, sotto il tavolo. Abbiamo fatto degli sbarramenti, perché non c’è porta in sala. Niente da fare. In un modo o nell’altro riesce a fare il suo regalino. Mia moglie ha l’esaurimento. E pensare che ha scelto lei un Husky, per via degli occhi azzurri. Mi avevano avvertito che non sono obbedienti. Lui, in più, quando abbiamo ospiti mangia nei loro piatti. E se lo chiudi in una stanza abbaia fino allo sfinimento dei vicini. “
Improvvisamente piombò nel silenzio. E io lo imitai, anche perché non avevo nulla da dire. Se anche gli avessi suggerito di far fare una porta in sala, le cose non sarebbero migliorate. Mi sembrò di buon gusto non chiedergli nulla dei tredici anni precedenti con Argo: come minimo sarà stato un divoratore di bambini.
” Sempre meglio di Argo. Lui ha sbranato tre gatti, quattro bassotti, cinque pechinesi, due galline e due conigli. Era un cane da caccia. Mi avevano assicurato che sono i più docili e meno aggressivi. ” borbottò, come se parlasse da solo.
Tornò ad immergersi nel mutismo. Si sentivano cantare gli uccellini.
Facemmo così due giri dei giardini poi, arrivato vicino a una Y10, mi salutò abbracciandomi calorosamente con le lacrime agli occhi. Forse per il rimpianto del vecchio cane. Ma forse erano lacrime di coccodrillo. Discorrendo con me, aveva finalmente scoperto di odiare il suo cane e di desiderarne l’eliminazione.
Due anni con Teresa avevano influenzato i miei giudizi.
” A presto. Io sono qui alle nove, all’una e alle sette e trenta. Sali Axel. ” implorò abbassando gli occhi.
L’animale alzò la gamba e fece pipì sulla portiera aperta, poi montò e cominciò a rosicchiare lo schienale del sedile. Enrico mi sorrise e partì a razzo cercando così di neutralizzare la vergogna.
Avevo imparato che attraversare i giardinetti era pericoloso e sarebbe stato meglio restarne ai margine, evitando accuratamente ogni contatto con gli altri proprietari di cani. Ma non sapevo ancora come sarebbe stato difficile.
Ritornando a casa ho incrociato tre pastori tedeschi affamati e almeno una decina di altri cani, tutti ringhiosi e rappresentanti di altrettante razze, o non razze, che comunque non avrei saputo riconoscere.
I cani mi erano sempre piaciuti solo nei film.
A fatica ho varcato l’androne.
” Stia attento, signor Bandera, alla cera! Non ho ancora messo la passatoia e si scivola. ” ha urlato dall’ultimo piano la signora Maria nella gola delle scale.
Non c’era volta che non sapesse chi stava salendo. Era una di quelle per¬sone dotate di una vista extrasensoriale. E non solo. Passava ore a chiacchierare con i pazienti di Teresa. Più erano malconci, e più riusciva a irretirli. Offriva sempre il tè alla ragazza anoressica che da tre anni ogni venerdì alle cinque usciva dallo studio di Teresa. Chissà che non riuscisse a farle ingoiare anche qualche biscottino.
Ugo, che non amava stare da solo, ha cominciato ad ululare. Un verso lugubre, improbabile per un essere strisciante come lui. Sapeva di antico, di libertà, di selvaggio. Gli ho chiuso la porta in faccia e sono riuscito.
So convivere con i miei sensi di colpa. Un giorno mi sono svegliato pensando che mia madre avrebbe potuto aver voglia di vedermi, ma il punto era che io non ne avevo. ” Chi se ne frega. ” Mi sono detto. ” Non la chiamo, godrò dei miei sensi di colpa. ” e da allora praticamente non la vedo più. Qualche mese fa ha preferito raggiungere una mia sorella in Francia. La piccola, quella che non ha ancora imparato a convivere con i propri sensi di colpa.
Sono arrivato in ufficio in ritardo. Era divenuta un’abitudine, oramai. E la causa era sempre la stessa: il cane.
Olga aveva cambiato profumo. E ancora una volta non s’intonava con il mio dopobarba. Il suo dolciastro, il mio amarognolo.
” Guardi che ‘quella’ è su tutte le furie. Sono le undici! ” mi accolse. Era pallida. Con le occhiaie. Anche i capelli le stavano ritti in testa. E sembrava di pessimo umore. Deduzione: aveva le mestruazioni.
‘Quella’ era seduta nella mia poltrona. Mi sorrise acida. Era il cane da guardia del Ciccione dal collo pieno di dollari. Spesso lo rappresentava nelle riunioni meno importanti, ma soprattutto aveva l’incarico di mantenere la disciplina nel reparto. Lei ci odiava.
La classica donna in carriera. Teresa, incontrandola ad un party, l’aveva soprannominata ‘La Betty’, come la cantante che abitava nel portone accanto al suo, mi spiegò. Tutte le donne pienotte ma non troppo, bionde ma non troppo, insomma non troppo, gliela facevano tornare in mente.
Non ho mai pensato di approfondire la questione e ne sono rimasto influenzato. Tanto da convincermi di essere stato io il vicino di casa della Betty. Esattamente come con il fegato: non mi ricordavo più se non mi piacesse perché non piaceva a mio fratello, il grande, o per una mia scelta. Ho passato una vita senza mangiarlo e ora che ho scoperto il contrario, perché in realtà lo adoro, lo sogno di notte e non posso più mangiarlo.
La Betty , cioè Magda Fagyas, aspettava che mi scusassi tamburellando sul piano della scrivania con tutte e dieci le dita. Avrebbe aspettato un secolo. E la pazienza era una dote che le mancava totalmente.
” Ti sei ricordata di portarmi quella copia contratto che mi aveva chiesto Rovani? ” l’ho spiazzata. Era evidente che non l’aveva. Anche perché non gliela avevo mai chiesta.
Metà volto le si tirò nella smorfia di dolore che le era abituale. Un tremito la paralizzava per un secondo, poi tutto tornava normale. Poteva essere un attacco isterico, o una malattia del sistema nervoso, o forse immunitario. Non me lo avrebbe mai confessato. E io non ero abbastanza interessato a scoprirlo. Però mi faceva pena.
Credo che quel giorno, inondata dalle mie, sia riuscita a dire due sole parole:
” Grazie, arrivederci.” e se ne è andata pensando a una possibile gravidanza.
Non faceva che pensarci. Lo diceva il mio sesto senso.
Me ne aveva accennato a giugno. Eravamo a piazza Navona e dovevamo firmare un contratto importantissimo. Io scherzavo per allentare l’atmosfera tesa e lei, finalmente rilassata, con la granita che risaliva lungo la cannuccia, ridendo mi aveva confessato il suo recondito desiderio.
Aveva quarantacinque anni di egoismo sulle spalle.
Vedendola rimontare in macchina, dalla mia finestra, elegante e fredda nel completo di lino color senape, mi sono sentito superiore. Ero perfettamente entrato nella parte del padre di famiglia e avevo la consapevole spudoratezza di confrontarmi con i ’senza figli’.
Ero diventato diverso. Entravo in ufficio e mi sentivo di ‘piombo, incapace di muovermi con leggerezza. Le ore trascorrevano lasciando una traccia dolorosa nel mio fisico. Mi sentivo graffiato. Boccheggiavo
Non che prima dell’arrivo dei gemelli vivessi le ore di lavoro come fondamentali, ma quantomeno prestavo un po’ più d’attenzione a quello che mi capitava. Non avevo altro da fare, nei momenti lasciati liberi dai miei sogni.
Anche questo era un insegnamento di Galatea e della sua anima apache. Guardandomi nel suo modo infantile, la testa piegata di lato e gli occhi socchiusi, sosteneva che il lavoro, inteso come scopo della nostra vita, era negativo. Lei infatti suonava il piano, e non per lavoro.
“Lavorare per produrre ricchezza è improduttivo!” diceva ” Toglie tempo ai sogni e l’uomo privo di sogni non sarà mai un uomo saggio. Noi saremo saggi, vero?”
Peccato che abbiamo intrapreso dei sogni diversi. Io poi non ero neppure diventato saggio. Avevo sbagliato sogno. Ero penetrato in quello di un altro. Quando me ne sono reso conto ho cercato di rimediare, ma ho continuato a vivere la mia vita di compromessi. Come Teresa, una che lavorava interpretando i sogni della gente. Senza saper sognare.
Ora provavo la nuova sensazione che tutto potesse improvvisamente finire, togliendomi la possibilità di vedere come andava a finire.
E mi venne sonno. Chinai la testa sulla scrivania e mi addormentai.
Olga mi scosse.
” Non mi sento bene, vado a casa. Guardi che ‘quella’, mentre aspettava, ha fatto una serie di telefonate. Parlava, no anzi dava ordini per acquistare duecento e passa milioni di Bot. Pensi che ha chiesto a me di mettermi in contatto con la banca. Mi sono rifiutata. Non è un mio compito servirla. Non sono la sua segretaria. Ho fatto bene? ” mi comunicò, cercando di farmi morire dalla rabbia.
La guardai senza reagire, ero superiore. Assentii con la testa. Se ne andò meravigliata. Non era ancora riuscita a incasellarmi perché non avevo un comportamento prestabilito. E questo le dava sui nervi. Faceva parte di quella schiera di persone che mi ritenevano presuntuoso.
Voci di corridoio.
Ero solo indifferente.
O forse solo differente. Senza appartenenza.
Quand’ero piccolo avevo un grande desiderio: essere ebreo. Come il mio amico David. Lui era pieno di certezze. Io avevo solo dubbi. Lui si era trasferito in Israele e io non avevo ancora trovato un gruppo in cui riconoscermi. Avevo rischiato di entrare nelle Brigate Rosse.
Il mio era il destino di un essere isolato. Ma non solo, però.
Guardai l’agenda degli appuntamenti. Nulla di divertente all’orizzonte, potevo continuare il pisolino ristoratore che avevo dovuto bruscamente interrompere. Piano piano scivolai sulla poltrona, dritto nel sonno.
Il telefono squillò mentre ero alle prese con il Papa. Stavamo litigando sul controllo delle nascite. E lui stava per perdere le staffe, sconfitto dalla mia dialettica.
” Parlo con il dottor Odoardo Bandera? ” mi chiese una voce roca, la tipica voce del cattivo nei film di gangster. Senza accento. Neutra, solo roca.
” Umh…” assentii cercando di essere il più scostante possibile.
Era il nuovo metodo antiscocciatore. Ma questo non era uno scocciatore comune. Avrei dovuto intuirlo subito.
” Sto cercando Galatea. ” gettò lì.
Annaspai.
Non sapevo cosa rispondere. Non avevo nessuna battuta pronta.
Anch’io l’avevo cercata. No, solo aspettata. Ma questo non volevo raccontarlo.
” Non la vedo da quattordici anni. ” risposi alla fine.
Non mi interessava sapere chi fosse né cosa volesse da lei. Almeno in quel momento.
” Pensavo che si fosse fatta viva coi figli. “
Mi svegliai completamente.
” Cosa vuole dai miei figli…” mormorai con rabbia. Avrei voluto gridare, ma la voce mi si era strozzata in gola.
Lo sentii ridacchiare sommessamente come se trovasse la conversazione molto ridicola.
” Tranquillo. Se volessi far loro del male non le telefonerei. Non sarebbe necessario. Anzi, porti loro i saluti di Walter Stragopede. ” Clic.
Era la seconda volta che sentivo quel nome.
” Brunella…” chiamai la mia seconda segretaria ” io vado a pranzo, ci vediamo alle due e mezzo. ” Brunella riempiva lo spazio con la sua lentezza. Era appena arrivata nel mio ufficio e avevo capito subito che era buona ma certamente non una cima.
Arrivai al liceo dei gemelli in cinque minuti, e con un anticipo di dieci.
Mi guardai attorno, in lontananza scorsi Enrico con il suo husky. Avevo scordato che la scuola era proprio a fianco dei giardinetti. Non poteva riconoscermi. Non avevo Ugo con me. Tirai un sospiro di sollievo. Purtroppo non avevo notato la sua Y10, parcheggiata proprio alle mie spalle.
Spostai lo sguardo sulle persone intorno che stavano aspettando con me l’uscita dei propri figli.
Una signora strabordante, in pantaloni neri e giacchetta rossa a maniche corte, mi fissava come se volesse spogliarmi.
Non avevo ancora conosciuto un genitore o un professore della classe dei gemelli. E non volevo neppure conoscerli. Forse era la professoressa di matematica, una tipa abbronzata, me l’avevano descritta e noiosa. Quella aveva l’espressione noiosa.
Chinai la testa troppo tardi. Mi si era avvicinata.
” Signor Bandera? ” s’informò. Aveva una voce stonata, da persona magra. E nervosa.
Ero stanco di sentirmi chiamare. Fino a poco tempo prima ero convinto che nessuno mi conoscesse. Ora tutti avevano il mio cognome in bocca.
” Sì? ” rimasi sul vago.
” Sono la mamma di Andrea. E’ innamorato di Dafina. Vorrei invitarla a pranzo per domenica. Ci saranno anche gli zii. E’ possibile? “
Non aveva senso.
” No. ” risposi senza pensarci troppo. La prima risposta è quella che conta.
” Ah.” incassò e si allontanò sempre strabordante, ma leggermente incurvata.
” Signor Bandera? ” mi sorprese un’altra voce alle spalle.
Era la Preside. Mi sorrideva come se fosse veramente felice di vedermi.
” Oh, buongiorno. Sta bene? ” la salutai cordialmente, guardandomi bene dall’allungare la mano.
” Benone. Posso unirmi a lei per pranzo? Dovrei parlarle… Sa com’è… i figli… Avrei dovuto telefonarle, è vero, ma visto che è qua…” era accattivante.
” Io pranzo con Dafina e Rodolfo. Non mi sembra il caso di parlare in loro presenza. Non è d’accordo? ” cercai di essere gentile.
La vidi sussultare. Era come se avessi detto qualcosa che non riusciva a comprendere.
” Dafina e Rodolfo? ” s’informò.
Ero io a non comprendere. Mi era parso di capire che volesse parlarmi dei gemelli, e dopo quell’unica volta in cui ci eravamo incontrati ed era passata da una calorosa accoglienza a un freddo commiato, pensavo non volesse più incontrarmi.
Vidi la delusione dipingersi sul suo volto. Cosa stava succedendo? Perché voleva parlarmi? Forse si sentiva sola, forse la sua stima nei miei confronti aveva ripreso vigore, nonostante avesse conosciuto Rodolfo e Dafina. Dopotutto, le colpe dei figli non ricadono sui padri. Ma forse era il contrario.
” Senta, facciamo per domani. Mi organizzo in modo che mangino con una mia amica. Sa devono ancora ambientarsi a Milano, non amo lasciarli soli… ” Non volevo passare per un padre apprensivo. ” Vengo a prenderla all’una meno un quarto. “
Sorrise come una luna piena.
” Odoardo! ” risuonò una voce che mi sembrava di conoscere e avrei preferito di no.
Enrico era alle prese con Axel, proprio dietro di me. Cercava di spingerlo inutilmente nell’abitacolo della macchina.
” Non hai un biscotto? Ho finito i miei. Senza, non ho nessuna probabilità di riuscirci. “
In tre accolsero il suo grido d’aiuto. Una signora secca, vestita di nero, che sembrava una suora, gli portò una scatola intera di noccioline. Non era una suora, le suore non mangiano le noccioline.
” Grazie madre. ” la ringraziò lui. Dunque era una suora.
Un signore distinto con l’ombrello che sembrava inglese, gli offrì una focaccina e un bambino sui tre anni un pezzo di pane sbocconcellato.
Il cane divorò tutto, ma non entrò in macchina.
La Preside, intervenendo energicamente, gli mollò un calcio nel didietro e quello, guaendo, si andò a rifugiare in macchina.
” Polso, ci vuole polso. Con cani e bambini. A domani. ” si congedò fra l’ammirazione generale. Camminava con passo militare. Chissà perché mi aspettavo che a un certo punto si mettesse a saltellare come Maga Magò.
Enrico mi salutò frettoloso con la mano e si allontanò facendo rombare il motore. Inchiodò dopo pochi metri, di fianco alla Preside. Confabularono, poi lei gli sedette accanto. Il cane si era rintanato sotto i sedili. Li vidi sparire dietro l’angolo.
Finalmente le porte della scuola vennero aperte e una massa vociante di giovani si rovesciò sulle scale.
Notai subito la testa bicolore di Dafina svettare sulle altre. Di Rodolfo nessuna traccia.
Uscì fra gli ultimi, quando la folla si era oramai diradata. Avanzava solitario, come Gary Cooper in Mezzogiorno di fuoco. Stesso nonsorriso stupito disegnato sul volto funereo. Unica differenza: Gary, anche se vecchio, era bello. Lui no.
Aveva dei pantaloni senza personalità, una camicia senza personalità, delle scarpe senza personalità. Mi chiedevo se lui stesso avesse una personalità.
Però, cominciava a piacermi quel suo essere fuori moda. Perlomeno non indossava quegli insulsi e puzzolenti scarponi di plastica. Ti avvolgono i piedi come una lucida colata di cemento.
Qualche giorno prima, quando non ero ancora abituato a vederle, mi era piombato in ufficio un quarantenne come un birillo, con ai piedi quelle calzature. Bianche, per giunta. Mi era venuta la tentazione di spintonarlo per vedere se stava in equilibrio.
” Ha un figlio? ” gli ho domandato. Ma avrei voluto chiedergli se si era messo le scarpe di suo figlio.
Poi ho pensato che ognuno è libero di fare quello che vuole. Se mi fosse capitato un figlio con gli scarponi di plastica, me lo sarei tenuto…
Ero stato fortunato.
Quando lo spiavo, la sera in controluce nella sua stanza, mio figlio mi sembrava una specie di genio. Ma solo in quei momenti, rari.
Là, nel piazzale della scuola, sembrava un alieno. Avevo l’impressione che volesse rendersi invisibile.
E infatti un ragazzone, di quelli cresciuti troppo in fretta che non sanno ancora muoversi nel nuovo corpo, gli andò a sbattere contro e non gli chiese neppure scusa.
Non l’aveva notato.
Mio figlio era un fantasma.
Questo mi avrebbe detto la Preside.
E mia figlia…
Se ne stava su un muretto con le lunghe gambe spenzoloni. Erano ossute e il ginocchio sporgeva spigoloso e leggermente ambrato. Lei non amava fare la doccia, al contrario del fratello.
Nonostante ciò, una ventina di ragazzetti sbavanti le ruotavano attorno.
Mi venne spontaneo chiedermi quale potesse essere Andrea. Forse quello con l’espressione più persa e la bocca completamente aperta, da cui sgocciolava lentamente la saliva.
Non credo fossero affascinati dalle sua ossa, doveva avere qualcosa di celato, di misterioso. Come Holly.
” Allora con chi ti fidanzi? ” urlavano in coro.
Rideva allegra, per nulla imbarazzata.
” Con quello che mi offre per primo un gelato. ” disse con quella sua voce calda e suadente.
In venti si precipitarono al carretto dei gelati, creando una vera mischia. Lei ne approfittò sgattaiolando via e vedendomi mi prese per mano e mi trascinò nella sua corsa.
” Presto prima che le cavallette ritornino. “
Rodolfo si unì a noi.
Riuscimmo a infilarci in macchina prima che la truppa potesse organizzare l’inseguimento.

 

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foto: ©2007 ~YuriBonder

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