Nove

Non avevo più incontrato Teresa.
Lei usciva sempre un secondo prima che io sbattessi la porta di casa. Riuscivo a evitarla come per preveggenza. Spesso dovevo ringraziare Ugo, e lui mi fissava con il testone sproporzionato, sogghignando. Mi ricordava il gatto di Alice. Di certo non sopportava l’odore di Teresa. Ringhiava non appena ne sentiva traccia. Anche passando davanti alla porta.
Credo che avesse paura della psicoanalisi.
Non ero più nemmeno convinto che mio figlio fosse anormale, come sosteneva Teresa.
Entrambi i miei figli non erano normali.
E ne ero orgoglioso. Sempre per quel vecchio ritornello, sull’impossibilità di essere normali.
Loro erano uno all’opposto dell’altra. Uno invisibile, l’altra troppo presente e quindi visibile. E colorata.
Per entrare nel ruolo paterno andavo a letto con un libro. Stavo leggendo ‘Un genitore quasi perfetto’. Ma non avevo spinte positive, quella lettura sembrava piuttosto fatta apposta per farmi ripiombare nella mia infanzia. Avevo avuto un incontro con una terapeuta di gruppo anni addietro, che aveva tentato di farmela rivivere. Ero scappato senza pagare l’ultima seduta.
A quarantatre anni riscoprivo che mia madre aveva fatto tutto quello che non avrebbe dovuto fare. L’avevo sospettato già ai tempi del dottor Ronald Laing e dell’antipsichiatria, quando si cantava la morte della famiglia. Ma allora era più un fatto di ribellione generazionale. Amavamo camminare sul limite fra follia e normalità, e dare le colpe sempre e solo a loro, i nostri vecchi. E i nonni? Dove li mettevamo i nonni? E così fino ad Adamo ed Eva.
Mio padre era morto affermando che non sarei mai divenuto un dirigente. Come se diventare dirigente significasse qualcosa. M’immaginavo sempre un bambino che alla domanda ‘cosa vuoi fare da grande?’ rispondesse: ‘voglio fare il dirigente.’ E perché no il dirigibile? Io dicevo sempre il vagabondo. E comunque il mio vecchio si era sbagliato. Anche se a me non importava molto. E non m’importava molto di niente, perché mi ero sbagliato anch’io. Ero un nomade che si era comprato un pezzo di terra.
Ma tutto questo prima dell’arrivo dei gemelli. E prima della telefonata che mi convinse che tutti noi eravamo normali nella nostra anormalità.
Era la mattina in cui dovevo uscire a pranzo con la Preside. Avevo riportato a casa Ugo e stavo per andare in ufficio. Ero già fuori dalla porta quando squillò il telefono. Vivevo nella speranza che Galatea si facesse viva e perciò corsi a rispondere.
” Scusi se la disturbo, ma comincio sempre dai primi della lista. Agosti non c’era Anselmi neppure e lei ha risposto. E’ per la festa di sabato. Compie gli anni Giovanni, quello con l’handicap e non ho capito cosa bisogna fare. Ah, mi scusi sono la mamma di Giuseppe Panini. ” parlava in fretta, con voce forte e alla fine esplose in una risata meccanica e agghiacciante: ah ah ah, come nei fumetti.
” Veramente io sono nuovo, cioè i miei figli sono appena arrivati, non so nulla…” Sentivo che qualcosa non era a posto.
” Anche lei si fa i fatti suoi? ” continuò.
” Cerco…” ma avevo capito che non era il caso di parlare troppo. Riattaccò come un disco.
” A essere buoni non si guadagna nulla… non è che uno però debba cambiare la sua indole… io pago le tasse, ma loro sono sempre pronti a indagare… e poi con questi meridionali, come se fosse un misfatto. Settentrionale, meridionale e la chiesa mi ha messo sotto una medium che vive la mia vita, non ho più un pensiero mio… il venerdì fa il cambio delle lenzuola, lo so perché fa un fracasso infernale. Sono dieci mesi che lo sopporto, ho scritto all’amministratore, ma niente, dicono che l’appartamento sotto sia sfitto… così non paga neppure l’affitto. Mio marito non mi crede, non gli interessa, la ragazza un pochino e Giuseppe non capisce, se fosse capitato a una con un sistema nervoso più fragile, si poteva buttare dalla finestra… è strano ma forse anche lei pensa che sia matta…o bugiarda…”
Dovetti risponderle, per gentilezza, o non so che altro. Mi sembrava di essere al cinema, di vivere la storia di un altro. E in un lampo mi era venuta alla mente la definizione di crisi psicotica.
” No, capisco, è brutto…” balbettai. Avrei voluto riagganciare. Sapevo che lei era in grado di sentire la mia debolezza e la mia disponibilità
” Ho scritto anche a un giornale, ma loro mi hanno bloccato… ‘Il Diario’, non é l’ultimo per importanza… ma arrivano sempre prima che possa fare qualcosa… hanno le influenze. Ah, la saluto ma vedrà che adesso la chiameranno, mi controllano, a presto. ” Clic.
L’incubo era finito. A presto, aveva detto. Voleva dire che mi aveva tro¬vato simpatico e che si sarebbe fatta risentire. Quando il telefono trillò di nuovo rabbrividii. Ecco il controllore, pensai in preda al panico. Sette, messe nere, esoterismo, le immagini si affastellarono. Alzai automaticamente la cornetta.
” Bandera? ” domandò una voce sconosciuta.
” Sì.” mi sentii obbligato a rispondere.
” Buongiorno, telefono per la sua roba, sono il tintore, non ricorda? E’ una settimana che è pronta, se vuole passare a ritirarla…” era cortesissimo, quasi infastidito dalla sua stessa cortesia.
” Oh, certo! Mi precipito, grazie e mi scusi. ” Lui non sapeva quanto ero felice di questa comunicazione.
Passai dal tintore e mi portai in ufficio i due pacchi che mi aveva preparato. Lui avrebbe voluto controllarli, io avevo fretta.
” Peggio per lei, se poi manca qualcosa! ” brontolò.
” Sono un ragazzo-padre, non si preoccupi… ” gli dissi andandomene.
Lo lasciai che borbottava, alzando le spalle con aria rassegnata.
” Se rinasco, giuro che non faccio più un lavoro a contatto della gente… troppi fusi… “
Io intanto ripensavo alla signora Panini. Altro che fusa, era in pieno cortocircuito.
Proprio quella notte, nel letto, mi era capitato un fatto strano: non ero riuscito a percepire il limite fra il braccio destro e la gamba sinistra. Li avevo attorcigliati e la mia volontà non era in grado di inviare l’ordine giusto per liberarli. Sentivo la fastidiosa sensazione di aver perso i confini del mio corpo. Ero penetrato nel lenzuolo e non sapevo più dove avevo inizio e dove fine.
Ma la distanza fra la mia mente e il mio corpo era soltanto una distanza filosofica. Lei, la mamma di un Giuseppe che non conoscevo, aveva rotto ogni equilibrio ed era saltata dall’altra parte.
Io ero normale proprio perché insistevo sulla mia anormalità, salvandomi dalla follia del conformismo. Lei, perché non voleva insistere sulla sua anormalità, si era ammalata.
” Giorno Dottò ” mi salutò Giovanni, il portiere, con il solito sorriso di ammirazione sul faccione buono. Ero l’unico dirigente con degli orari così elastici e per quello gli ero così simpatico.
Salendo le scale, a testa bassa, mi venne in mente l’immagine paziente di James Stewart in Harvey.
Avevo visto da bambino quel film, dove lui indossava i panni di Elwood P. Dowd, e da allora ho sempre aspettato che nella mia vita irrompesse un Puka, ma non è ancora successo.
Elwood P. Dowd era un gentile signore di mezza età che, come diceva lui stesso, per 35 anni aveva cercato inutilmente di vivere adattandosi alla realtà. Alla fine ci aveva rinunciato divenendo l’essere l’uomo più felice del mondo. Aveva trovato un amico invisibile. Harvey, un gigantesco coniglio bianco della straordinaria specie dei Puka. Filtrando così la realtà si era rifugiato in quello. E lui, l’anormale, era stato finalmente accettato dalla sua famiglia.
In fondo, però, avevo un punto in comune con Elwood P.. Non era vero che non avessi mai incontrato un Puka. Il mio suonava il piano e me lo ero lasciato sfuggire.
La signora Panini non aveva incontrato nessuno.
Entrai in ufficio come un sonnambulo.
Olga vedendomi pensò di lasciarmi stare. Ammiccò con gli occhi stellati, mi voltò la schiena e sparì.
Non avevo appuntamenti ma una mattinata di normale amministrazione. Una vera noia.
Fortunatamente arrivò in fretta l’ora di pranzo. Mi rinfrescai il viso e, sotto lo sguardo curioso delle segretarie, stavo per recarmi all’appun¬tamento con la Preside, quando squillò il telefono.
” La signora Moser… ” Olga mi avvertì con tono interrogativo, mentre Brunella sventolava la cornetta per aria, facendo ballonzolare la ciccia del braccio.
” Passatemela in ufficio. ” ordinai. La signora Moser è Teresa.
Chiusi fuori dalla porta il sorriso pettegolo stampato sulla loro faccia.
” Sì? ” urlai nella cornetta. Sapevo di innervosirla, perché lei non sop¬portava che le rispondessi in quel modo. E non potevo trattenermi dal provocarla, anche se ero nervoso per la sua telefonata imprevista.
” No. ” mi rispose incattivita. E dopo un breve pausa riprese, ” Ho pensato di avvertirti che da ieri sera, a casa mia, abita un certo Walter. Uno che a quanto mi risulta sta cercando tua moglie. ” disse con quella voce acida che riservava agli scocciatori.
” Teresa… non scherzare… ” balbettai. Avevo perso in un secondo tutta la mia certezza. Sapevo che quel Walter nonsocome mi sarebbe capitato fra i piedi, ma non così in fretta e soprattutto non sotto i miei piedi.
” E chi scherza. E’ anche niente male. Nulla a che vedere con un intellettualoide del tuo tipo. E neanche con questi giovani rincretiniti dal culturismo. Un vero uomo. Ti assicuro. ” e riattaccò.
Voleva farmi ingelosire. E ci era riuscita. Ma non per quanto la riguardava. Io ero geloso di Galatea. Era riuscita soprattutto a farmi arrabbiare.
Rifeci automaticamente il suo numero. Mi era ancora impresso nella memoria. Avevo cancellato in meno tempo numeri anche più importanti. Quello di Domiziana, per esempio.
” Tu u u u … Sei tu tesoruccio? ” rispose. Aveva quella voce sexy che ti faceva sognare una conversazione con una pornostar.
” Ma non hai pensato ai gemelli? ” la attaccai senza perdere tempo..
” Avresti dovuto pensarci tu. Prima. E comunque a lui non importano i tuoi figli. Lui vuole tua moglie. ” era inviperita. Poi scoppiò in una risata. Restai in attesa che riprendesse.
” Dice di averla persa. E crede che si rifarà viva con i ragazzi. ” mi confidò. Era diventata più gentile.
” Vedi che ho ragione…” Ma avevo sbagliato un’altra volta.
” No! Non hai ragione. Perché tu non hai fiducia negli amici… tu cancelli i rapporti… Non credi di essere più al sicuro, se ci sono io a controllarlo? ” urlò nella cornetta. ” E adesso lasciami lavorare. ” Clic. Riagganciò.
Me ne restai immobile. Dovevo dedurre che le stavo ancora a cuore? Avrei voluto correre a casa sua, forse avrei potuto riconquistare qualche punto ai suoi occhi ed eliminare il nemico prima ancora che potesse nuocermi. Ma non era possibile, avevo un appuntamento con la Preside.
Tirai un sospiro di sollievo. Per fortuna avevo chiesto ai ragazzi di andare a pranzo da Fosca e non a casa di Teresa. Era come se avessi avuto un presentimento. Non mi piaceva che la mia ex amante si occupasse dei miei figli. Il cavalier Cerutti, disponibile come sempre, sarebbe passato a prenderli a scuola con la Balilla bianca, una macchina che faceva venire l’invidia a chiunque.
L’immagine della Ballilla venne offuscata dal tentativo di dare delle sembianze al Walter… chessòio. Maledizione a lui e al suo stramaledetto cognome. Che morisse strozzato dal boccone che gli aveva amorevolmente preparato Teresa.
Uscii dall’ufficio frettolosamente. Ero in ritardo. Olga e Brunella si erano volatilizzate. Probabilmente si erano nascoste dietro la porta della sala riunioni, e stavano sghignazzando. Teresa le aveva sempre fatte ridere. Forse perché malignamente immaginavano che fosse lei a stare sopra. Vedevano in lei il loro angelo vendicatore.
Guidai velocemente, rischiando di andare contro un tram e di investire un vecchio con il suo cane. Avevo recuperato quasi tutto il mio ritardo. Ma ero in un bagno di sudore.
Vidi il paraurti della Balilla bianca allontanarsi.
La Preside mi aspettava all’angolo della scuola. Non era sola. Al suo fianco una fisionomia nota batteva nervosamente il piede destro.
” Non mi piacciono le persone non puntuali. ” mi salutò Enrico.
” Si vede che il tuo orologio non è giusto. ” lo salutai. ” Buongiorno. ” dissi rivolto a lei. Sembrava travestita da funghetto, con quella pettinatura gonfia a caschetto e i piedi racchiusi in minuscole scarpette verdi.
” Salve signor Bandera, posso chiamarla Odoardo? ” mi salutò.” Andiamo, ho prenotato qui dietro, alla Trattoria Trentina. ” disse prendendomi sottobraccio. Mi arrivava poco sopra la vita.
Ripensando alle vacanze trascorse in Val di Sole, mi chiesi come si potesse aprire una trattoria con una cucina così scarsa di ricette gustose. A parte la polenta e le torte di patate. Poi, in un flash, mi vennero in mente gli strangolapreti. Verdi gnocchi che sarebbero piaciuti a Braccio di Ferro. Al burro fuso e fatti apposta per andare di traverso ai preti.
E così, questi pensieri culinari ritardarono l’unico pensiero che avrei dovuto avere: cosa facevano insieme quei due, e soprattutto cosa volevano da me?
Per un attimo erano riusciti a farmi dimenticare Walter, ma quando finalmente mi ripiombò addosso mi era divenuto insopportabile. Tanto da farmi venire la bava alla bocca. Volevo mollarli e andarmene. Stavo perdendo tempo prezioso, mentre avrei dovuto cominciare la mia battaglia con l’amante di mia moglie.
Cosa non si fa per i figli, pensai.
La trattoria era all’interno del cortile di una casa anni ‘70, ma aveva un altro giardino sul retro, con i tavolini sotto a un porticato verde.
” Buongiorno signora, cosa ordinate? ” chiese un cameriere dal tipico accento meridionale, che non aveva nulla di trentino.
” Fai tu Salvatore, qualcosa di leggero e del vino d’annata ma non esagerato. Dobbiamo parlare di lavoro. ” gli rispose lei, cantilenando per farmi comprendere che era un’habitué.
” Lavoro? ” chiesi.
” Vede, Odoardo caro, il suo amico Enrico è un agente di Borsa e mi ha indicato qualche operazioncina giusta giusta per farmi arricchire. Pensi che esaltante! Si figuri che sto per diventare un’azionista di Mediobanca! E poi ora, con le privatizzazioni, non c’è che l’imbarazzo della scelta. ”
Si era completamente dimenticata di quello che doveva dirmi. Se mai aveva avuto qualcosa da dirmi. Non sapevo se esserne contento, mi sentivo solo fuori posto.
” Capital gain, price-erning, Opa, Wall Street… Milano… Tokyo…” canticchiò invasato Enrico, mentre il funghetto gli arpionava la mano.
” E in cambio mi educa il cane… ” e alzò gli occhi al cielo.
In un secondo visualizzai la pubblicità in cui due ‘monager’ in maniche di camicia giocavano a rifare Michael Douglas nel film di Stone. Il telefonino di un cliente del ristorante mi salvò da quella folle situazione.
” Scusate, il teledrin. ” dissi, facendo finta di cincischiare in una tasca. ” Devo andare, dividetevi anche la mia. ” Ho sempre detestato la minestra d’orzo. E li lasciai a bocca aperta davanti ai piatti fumanti.
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foto: ©2007 ~ticklemypickle
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- Novembre 22, 2007 / 1:50 pm
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