Quattordici

Quattro scalini e un’insegna blu elettrico che diceva:
” Glimer “

Praline ci abbandonò impugnando la tromba come un arma e portandosi dietro imperiosamente Rodolfo con Asdrubale. Non ebbi neppure il tempo di meravigliarmi che un orientale bellissimo, vestito di bianco, ci venne incontro sorridendo e ci accompagnò a un tavolo proprio di fianco al palco. Là sedevano impettite due sosia di Amanda, stessa capigliatura vaporosa di una tinta indefinibile, stesso seno prorompente. Anche il loro vestito aveva la stessa dominante giallo acido. Stringevano in mezzo un giovanotto bruno. Dalla sua maglietta a righe, da nostromo disneyano, esplodevano le masse muscolose.
Mi accomodai cercando di gonfiare i muscoli e tendere la stoffa della camicia a scacchi, sotto la giacca di velluto. La faccia sprezzante di mia figlia bloccò ogni mio ulteriore tentativo.
” Buonasera… ” ci salutammo con sorrisi stereotipati.
” Che bella criniera! ” una delle due sosia di Amanda si complimentò con Dafina, scompigliandole i capelli e riuscendo finalmente a scioglierle il broncio.
Poi il silenzio ricadde fra di noi.
Cominciai a guardarmi attorno.
Dalla mia postazione avevo un’ampia visuale. Come mi capitava spesso, oramai, ero decisamente uno dei più vecchi. Molti avevano le facce indistinte di quelli che si incontrano per strada, occhiali e pettinature da spot. Ma molti sarebbero stati meglio a Londra o a New York. Orecchie sforacchiate dagli anellini spuntavano da masse di capelli in disordine e le ragazze portavano una pietruzza brillante infilzata sopra una narice. Alcuni sfoggiavano un tatuaggio colorato su parti del corpo che normalmente andrebbero nascoste. Spalle e cosce guizzavano da strappi fatti apposta.
Anche il locale sembrava accogliere stili diversi, quasi rubati ad altre esperienze. Luci psichedeliche sciabolavano fra le candele al profumo di opium sui tavolini di metallo hight tech e i separé cinesi. E quattro ragazze scheletriche coperte da minuscoli tanga si muovevano al suono di una musica immaginaria, sospese nell’aria su magici cubi trasparenti in mezzo al pubblico.
Dafina lanciava sguardi in cui si poteva leggere curiosità e disprezzo. E soprattutto una certezza: lei era superiore a tutti.
Finalmente sul palco comparvero i musicisti e un caldo applauso li accolse. L’odore acre di sporco e sudore che emanava la band ricadde sul nostro tavolo. Ma fui l’unico ad assumere un’aria schifata.
” Com’è bello ” sentii mormorare la sosia numero uno.
” Com’è sensuale…” le fece eco la numero due.
Amanda mi sorrise e si astenne da qualsiasi commento.
Là sulla pedana tre barboni, fra cui Praline, ciclopici e con i sandali ai piedi, accostarono simultaneamente la bocca alle trombe e cominciarono ad assordarci ritmicamente. Una luce bianca spiovente dall’alto li abbracciò all’improvviso e le quattro ballerine presero a contorcersi senza ritegno sui cubi, mentre irrompeva una bionda platinata ultra sexy con minigonna francobollo e tacchi vertiginosi. Ondeggiando freneticamente l’ombelico con il piercing, attirò l’attenzione di tutti.
” Max sei forte! ” e l’inconfondibile incoraggiamento venne dal giovane nostromo.
La bionda sexy gli mandò un bacio in risposta e maltrattando una chitarra elettrica cominciò a cantare con timbro roco.
Mi ero scordato di mio figlio.
Quando lo vidi là, al fianco del travestito, con Asdrubale fra le braccia e l’aria da alieno felice, non sapevo se essere orgoglioso o vergognarmi di lui. Non puzzava e in quel gruppetto risultava essere il più carino… Tirai un sospirone e seguii l’esempio di Dafina che aveva incominciato ad incitare il fratello scandendone il nome.
La sua musica cominciò in sordina, coperta dagli altri, poi si levò forte zittendo i compagni.
” Ro dol fo Ro dol fo ” urlava la sala battendo mani e picchiano i piedi.
Mi rifiutavo di credere che i suoni impetuosi potessero provenire dai polmoni di quell’essere striminzito che pareva volersi mangiare il suo strumento.
” Very kiwi ” sentii mormorare Dafina
” Figo ” parve volermi tradurre Amanda.
” Quasi come con quella donna… E’ strano, ma era tanto tempo che non assistevo a qualcosa di simile. Io m’innamoro sempre di musicisti, Credo che Verio sarà l’ultimo… alla mia età devo accasarmi. Ma nello stesso mese non era mai capitato che il pubblico andasse così in delirio… E’… strano, non trova? ” la sosia numero uno si era piegata verso di me e mi stava bisbigliando nell’orecchio. ” Il buffo è che le assomiglia. Lei era decisamente più bella, ma lui si farà. Lo conosce? ”
” E’ mio figlio ” balbettai. E in quell’attimo al mio cervello arrivò dritta un’informazione che non potevo cancellare. ” Assomiglia a una donna? Quale donna?” l’assalii scuotendola per avere una risposta più veloce.
” Una… che ne so. Suonava il piano come credo solo Jerry Lee Lewis era in grado di fare. O Mozart! Ha visto Amadeus? Quando fa il verso a Salieri… ” L’avevo lasciata andare e non la stavo più sentendo.
No so più neanche se consumai qualcosa. Aspettavo che Verio scendesse dal palco per dare il via all’interrogatorio. Mi sentivo tanto un eroe della Resistenza che ha fra le mani un SS e deve salvare 500 ostaggi innocenti.
Verio, inconsapevole di tutto questo, nella prima pausa dello show si sedette proprio accanto. Aveva gli occhi gialli, uno stomaco che lo teneva lontano da tutti e un accento simpaticamente napoletano.
” Conosci quella donna che ha suonato il piano in modo indimenticabile, qualche tempo fa? ” lo aggredii dopo le presentazioni.
Lui parve sentire la mia ansia e nello sforzo di ricordare rimase immobile, con un sorriso soddisfatto che a poco a poco si andava trasformando.
” Galatina… mi pare…” disse alla fine, con il sorriso ebete.
” Galatea… ” lo corressi in un bisbiglio.
” Giusto! Ma nessuno sa da dove venisse… “
” E dove andasse… ” conclusi io per lui.
Sentii gli occhi di Rodolfo fissarmi in attesa di un cenno. Tutti i cani avevano quello sguardo, tranne Ugo.
” Bravo… ” Borbottai. Non ero in grado di dirgli altro.
” Bravo? Super, ragazzo… Super! Ti aspetta un grande avvenire. ” lo consolò Praline. ” Non è facile reggere così bene al primo impatto con il pubblico…”
” Mi hai rubato la scena, sciocchino… Ma ti perdono. Però se lo avessi saputo, avrei cantato ancora un bit prima di farti attaccare. ” la voce roboante di Max mi riportò alla realtà.
” Un brindisi! ” proposi.
” Sì… ” mi fecero eco tutti.
” Odoardo, io non bevo…”
Ma non mi ero comportato da padre. Per continuare a dimenticare cominciai a bere, un whiskey dopo l’altro, fino a quando il locale non venne avvolto da una nebbia grigia che impediva di vedere persino il mio vicino e mi venne una voglia pazza di inerpicarmi su una pedana accanto ad una di quelle ragazze scheletriche e ballare con lei.

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Photo: ©2008 ~HidakaLexx

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