Allucinazioni ad Amalfi

Avevo dimenticato di aver conosciuto un altro Verio. Il ragazzo della cugina del mio migliore amico. Lui lo vedevo ogni mattina a scuola e a un certo punto avrei voluto rotolarmi sul tappeto con lui, di fronte al camino, dopo aver visto Donne in amore di Ken Russel. Verio invece l’avevo incontrato ad Amalfi nella grande villa del padre, affacciata sul mare, mentre facevo i sopralluoghi per la tournée del nostro primo spettacolo su Poe.
Era impasticcato dalla mattina alla sera, e ci raccontava flemmatico di fantastici viaggi a Londra con LSD, mentre sotto i nostri occhi tradiva la cugina con la ragazza del mio amico.
Ricordo l’interminabile viaggio in treno sulle panche di legno della terza classe. Eravamo diretti dalla famosa cugina. Lei era dovuta partire all’improvviso e ci aveva fatto ricevere proprio da Verio.
Aveva i capelli castani riccioluti che gli ricadevano sulle spalle e la faccia picchiettata dai segni di una varicella cattiva Gli occhi tradivano un fascino ingannatore. Galatea gli offrì subito uno dei suoi spinelli. Li camuffava da Marlboro, confondendoli nel pacchetto e gustandoseli così senza sapere quando. Per lui ne scelse uno apposta. L’aveva reso riconoscibile con un puntino rosso e se lo serbava per una serata di studio. Stavamo preparando la Logica di Hegel, allora.
Ci portò ad Amalfi.
Avevo dimenticato il duomo di Amalfi e la camera di quella villa disabitata dove le allucinazioni di Galatea si mescolavano alle mie, entrando dalla finestra per uscire dalla porta.
photo di: Stefano MinopOlympus

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