Due su un letto

Avevo dimenticato la tapparella abbassata fino a che neppure un filo di luce potesse filtrare. La porta chiusa a chiave e i guaiti del cane che accompagnavano ritmicamente il cigolio allegro delle molle del letto.
L’occupazione della stanza di Galatea nell’appartamento di sua madre avvenne un Natale. Dovevamo passare là le vacanze ad accudire il cane di Fosca, mentre lei e il Cavaliere esploravano il continente africano.
Un giorno, prima dell’Epifania, trovammo nella casella una cartolina con il francobollo delle Seycelles che annunciava il loro riitorno per il sette gennaio. Era il modo discreto di Fosca per chiederci di riordinare la casa.
Il cane in questione era una barboncina zitella nera di tredici anni, con la frangetta dispettosa e si chiamava Priscilla. Di recente la sua leggera forma di epilessia si era aggravata e gli attacchi si erano fatti tanto violenti, da lasciarla spossata per ore. E per questo motivo, mi spiegò Galatea non poteva subire nessun trauma emotivo, come essere portata via da casa o essere affidata ad estranei.
Domiziana viveva ancora con la madre ma aveva deciso all’ultimo di accettare l’invito del suo ex amante ed era volata a Parigi, così toccò a Galatea trasferirsi lì per tutto il periodo delle vacanze. E lei si portò dietro anche me, suo fresco coinquilino. Io infatti mi ero installato da lei da appena tre mesi.
Avevamo programmato due settimane di relax. Erano anni che, dietro la tenda macchiata di muffa, sotto il getto violento della doccia, sognavo di potermi immergere in una vasca di acqua calda. E passare le serate avvinghiati davanti ad un televisore a colori da 24 pollici. Mi faceva impazzire anche l’idea di poter ascoltare lo stereo standomene comodamente sdraiato su un letto a due piazze. Tutte le mie aspettative però svanirono non appena mettemmo piede in quella casa.
Priscilla come un ombra si mise a seguire Galatea e quando ci sedemmo sul divano piombò fra di noi, accoccolandosi su lei e ringhiando ad ogni mio tentativo di dribbling. Dopo un po’, presi dalla disperazione, decidemmo di rifugiarci nella stanza di Fosca, ma non bastò chiudere semplicemente il cane fuori. Priscilla aveva una tecnica acrobatica per aprire tutte le porte: un salto con doppio avvitamento e zac… la maniglia non poteva resistere a tutto il suo peso. Così ci chiudemmo dentro a chiave e mi stavo apprestando a sentire un vecchio disco delle colonne sonore di Max Steiner quando Galatea venne colta da un malore di evidente origine psichica e si precipitò nel bagno della madre. Dopo aver vomitato nel lavandino e ripulito accuratamente tutto, mi obbligò a spegnere lo stereo e abbandonò il campo giurando che non vi avrebbe mai più rimesso piede, neppure per fare la polvere. Ci rifugiammo nella sua ex stanza, ma inutilmente, perché nella toppa mancava la chiave. Cercammo invano di barricarci dentro, Priscilla riusciva ogni volta a superare lo sbarramento e fummo obbligati a cominciare l’affannosa ricerca di una chiave che funzionasse in quella serratura. Quando, alle tre di notte, riuscimmo a trovarla nel cassetto della scrivania nello studio di Fosca, nascosta sotto le pagelle delle elementari e delle medie di Galatea, fui io ad avere la mia crisi nevrotica. Non mi sentivo a mio agio, là su quel letto, alla presenza di un gigantesco intruso sul muro, anche se era il pianista preferito di Galatea. Una luce che proveniva dall’esterno batteva proprio sull’occhio sinistro e si rifletteva sui nostri corpi nudi creandomi un senso di angoscia incontrollabile. Dopo aver fatto un bel bagno caldo per rilassarmi, unica concessione a tutti i miei sogni di grandezza, alle cinque del mattino, ci riducemmo a sdraiarci in due su quel letto, al buio e chiusi a chiave…
Passammo così tutto il periodo delle vacanze, interrompendoci solo per ingurgitare qualcosa e portare fuori il cane.
Priscilla non ebbe mai una crisi, ma morì lo stesso qualche settimana dopo.
 Creative Commons License

Quest’opera è pubblicata sotto una

Licenza Creative Commons.       photo:  da reddyrox

About this entry