Quindici

Stavo rotolando nel cestello di una gigantesca lavatrice e il sapore metallico della mia saliva non faceva che rafforzare questa strana impressione.
” Teresa ci ha prestato Walter. ” la testa di Dafina improvvisamente si affacciò all’oblò.
Con l’occhio sinistro inquadrai la bocca deformata di Walter Stragopede.
” Come va?! ” la voce roca echeggiò lenta.
” Avrei bisogno di un aspirina…” mi sentii chiedere in un soffio.
” Ho qui quelle americane… ” e un piccolo flacone si scompose futuristicamente in molteplici se stessi davanti ai miei occhi.
” Walter si è offerto di accompagnarci dalla nonna. ” Rodolfo, anche lui fuori campo, mi fece rabbrividire.
Avevo scordato il pranzo da Fosca.
Stavo giusto per scuotermi nel tentativo di mettere a fuoco la folla che evidentemente si era riunita intorno al mio capezzale, quando Ugo cominciò a lanciare dei guaiti e il mio povero cervello venne trafitto da mille aghi. Lui infatti non sopportava la nonna e anche solo sentirla nominare gli procurava le convulsioni.
” Fate smettere il cane! ” con un tono concitato il simil Roger Moore intervenne prontamente in mio aiuto. Ugo venne zittito e un bicchiere d’acqua apparve finalmente all’orizzonte. Deglutii la pillola e per la prima volta nella mia vita provai la piacevole sensazione di aver trovato un angelo custode.
” Galatea è qui… ” gli confidai come un bambino, abbandonandomi fra le sue braccia.
” Lo so. ” lo sentii sospirare ” Me lo ha detto Praline, ma… ” e fece una pausa interminabile, tenendomi sempre a mezz’aria. “… Ma non posso e non voglio aiutarti. ” proseguì con la sua voce d’attore, che risuonò ancora più fonda. ” Teresa potrebbe offendersi se proprio ora mi mettessi a cercare la mia ex. Abbiamo deciso di sposarci… Sai, credo di aver raggiunto il mio nirvana…. Scusami, ma dovrai cavartela da solo.” disse. ” E poi se è arrivata qui vuol dire che vuole te…” aggiunse abbassando la voce. Mi sembrò sconsolato.
” I Nirvana si sono sciolti… Siamo tutti in lutto e la nonna ci sta aspettando…” La faccia di Rodolfo entrò nel mio campo visivo. Ed era brutta come sempre.
Venni sollevato di peso e buttato sotto la doccia. Fredda. Poi qualcuno mi aiutò ad infilarmi in un completo nero che non mettevo da dieci anni. I pantaloni mi stringevano un pochino, ma solo un pochino, in vita.
” Tutta colpa dell’alcool di ieri sera. ” brontolai guardando l’espressione sfottente di mia figlia.
Mi rifiutai di mettere la cravatta e venni spinto sulle scale. Dall’appartamento di Teresa si sentivano i gorgheggi stereofonici di Bono degli U2. Era evidentemente di buon umore, ma non venne a salutarci.
Non ricordo i particolari, ma alla fine raggiungemmo la casa di mia suocera. Praline era dovuto andare ad una festa di matrimonio a Pavia e così Stragopede, visto il mio stato, ci aveva accompagnati in macchina.
Eravamo tutti lì sul marciapiede, in attesa che qualcuno scendesse ad aprire il portone, io, i gemelli che mi sorreggevano e il simil Roger Moore, quando apparvero i capelli candidi di mia suocera e poi lei in persona. Sempre bellissima.
” Sono tutti troppo ricchi in questa casa… ” brontolò. ” Per paura dei ladri nessuno vuole mettere l’apertura automatica! E dire che il più giovane è il Cavaliere! ” quando vide Stragopede si zittì. ” Lui chi è? ” indagò.
” Un amico di Galatea. ” lo presentammo in coro, ma lei puntò i suoi gelidi occhi grigi solo su di me. Con gli anni non si erano addolciti.
” Oh, potevate avvertirmi… comunque un piatto in più o in meno… ” sorrise mettendo in mostra la sua perfetta dentatura da caimano. Galatea doveva assomigliare al padre.
” Beh, ma io non mi fermo…”
” Non ammetto discussioni. Lei sarà mio ospite. ” e lo prese sottobraccio tirandolo dentro il portone.
” Devo fare una telefonata! ” si lamentò salendo gli scalini.
” La farà, la farà…” lo rassicurava quella spingendolo nell’ascensore.
Venni infilato anch’io nell’ascensore e cominciai a stare male. Lo stomaco si contrasse e il conato di vomito arrivò all’improvviso.
” Perché sul mio vestito!?! ” Fosca era sbigottita.
Venni portato in una camera che riconobbi all’istante, era quella di Galatea. Una gigantografia di Glenn Gould sulla parete sopra il letto fissava con sufficienza tutti coloro che entravano in quello spazio. E dimenticato lì.

Quest’opera è pubblicata sotto una
Licenza Creative Commons.
immagine: “L’Angelo Custode” 1995 olio su tavola cm 104x98 Museo De Los AngelesTuregano (Segovia) – Spagna
About this entry
You’re currently reading “Quindici,” an entry on May your shade be sweet
- Pubblicato:
- Marzo 28, 2008 / 3:33 pm
- Categoria:
- Io non posso entrare
- Tag:
non ci sono commenti
Jump to comment form | comments rss [?] | trackback uri [?]