Sedici

Nella mia vita ho saltato molte domeniche. Le prime domeniche non vissute risalgono addirittura all’infanzia, quando trascorrevo tutta la settimana a sognarne la fine e mi ritrovavo sempre di lunedì. A volte cadevo in una specie di trance e riuscivo a scordare ogni avvenimento nell’attimo stesso in cui accadeva. La sera, finalmente solo, al buio delle coperte, mi crogiolavo nella convinzione di aver vissuto un giorno meno degli altri. Io allora conoscevo il segreto di Peter Pan. Lui aveva deciso di vivere solo i giorni che valeva la pena vivere.
Non ho vissuto neppure quella domenica nel letto di Galatea, sotto lo sguardo perplesso di Gould. In realtà ho continuato a dormire, anche quando mi hanno trasportato come un sacco di patate nel mio letto. Avevo fatto una semplice overdose di Galatea. Era scappata dai miei sogni e aveva invaso nuovamente la realtà. La percepivo vicino, avrei anche potuto sentirne il respiro…
Dopo aver inscenato quella rappresentazione di morte, il lunedì mattina non ne possedevo più alcun ricordo. Solo una fugace e piacevole immagine del viso di Fosca sbigottita e schifata.
Me ne stavo ancora nel letto, aspettando che il bagno fosse libero, quando sentii le loro voci come amplificate provenire dalla cucina, dove stavano facendo colazione.
” Ha vomitato sul vestito di vostra nonna!?! ” rideva Praline.
” Giuro! Avresti dovuto vedere la sua faccia. Paonazza. L’ha fatto apposta… ” diceva Rodolfo ” E se non ci fosse stato Walter la nonna lo avrebbe avvelenato… “
” Certo che papà ha avuto un bel fegato…” La nota di orgoglio nella voce di Dafina mi fece felice.
” E Walter ha affascinato la nonna… Sarebbe stato proprio il genero perfetto… ” Queste ultime parole di mio figlio furono invece una doccia fredda e mi risvegliarono completamente.
Non sapevo ancora riconoscere i sentimenti che provavo per l’ex di mia moglie. Ora sentivo una grande rabbia che servì a snebbiarmi completamente il cervello.
” Ma io non lo avrei sopportato come padre…” Dafina si ribellò a quell’idea.
” Non è malaccio il nostro 007. ” commentò bonario Praline. Anche lui sembrava aver notato un somiglianza. ” Avrebbe dovuto fare la carriera diplomatica… Si presenta molto bene.” Subito scattò qualcosa nella mia testa. Ma solo quando Dafina entrò in camera mia per appiopparmi il bacino del buongiorno, ebbi l’illuminazione.
” Ti ricordi? Alle 9, signora Gandolfi… ” mi supplicò.
In quel momento visualizzai Walter Stragopede davanti alla professoressa di lettere. Poteva presentarsi come lo zio, il fratello della madre… Un grande manager come me non aveva il tempo di seguire i figli quando la moglie era in tournée all’estero…
Stavo sorridendo da solo a questa eventualità quando entrò Rodolfo per salutarmi.
” Papà?! Chi sei? Non hai l’aria di Marlowe…, ti senti bene? ” si preoccupò.
” Nulla, nulla. Sto benone e nel pieno delle mie facoltà mentali. A proposito, sono fiero di te. Complimenti! ” E cercando di abbracciarlo lo spaventai. Senza dire una parola si precipitò fuori dalla porta di casa inseguito dalla sua timidezza.
Mi sedetti sul letto e feci il numero di Teresa.
” La dottoressa è impegnata.” rispose il simil Roger Moore nei panni del maggiordomo.
” Sono io, ho bisogno del tuo aiuto. Sali. ” dissi perentorio.
Un secondo dopo Praline aprendo la porta se lo trovò sul pianerottolo con il cipiglio del salvatore.
” Salve ” i due giganti si incrociarono per un istante sulla porta. Avevano gli occhi alla stessa altezza. E mentre uno entrava l’altro uscì.
Praline, infatti, dopo aver agganciato il cane per il collare con un gesto improvviso, cominciò a tirarlo come un peso morto. Ugo, e non riuscivo a capirne il motivo, si era puntato con tutte e quattro le zampe opponendo una strenua resistenza. Così lui lo strattonava, il cane guaiva e io restavo là, immobile sulla soglia di casa. Spettatore felice e con un dovere in meno. Alla fine l’uomo se ne andò fischiettando allegro e un tonfo sordo lo accompagnava ad ogni gradino.
” Allora? ” m’interrogò Stragopede. ” Tutto bene…? “
Chiusi fuori con il mio tutti i cani del circondario e i loro odiosi padroni per occuparmi finalmente del mio salvatore. Avevo i minuti contati e mi occorreva grande concentrazione.
” Dovresti farmi un piacere enorme ma nello stesso tempo semplicis¬simo. E poi tu conosci meglio di me, Dafina… ” Pensai di aver trovato il tasto giusto e cercai un incoraggiamento.
Lui continuò a puntarmi addosso gli occhioni azzurri e impenetrabili. Vero incrocio fra un attore belloccio e privo di spessore e un killer professionista privo di scrupoli.
” Insomma alle 9 precise per sostituirmi… dovresti parlare al mio posto con la professoressa di lettere di Dafina. ” Non fece una piega.  ” Vedi, io non credo di riuscirci. Potrei avere un attacco d’ansia. ” e cercai di assumere un’espressione convincente.
Lui continuò a fissarmi come un orso fa con l’alveare pieno di miele e nello stesso tempo di api che ronzano.
” Intendi il colloquio con i professori? Quello in cui stanno seduti dall’altra parte con il registro dei voti aperto davanti e l’aria severa, pronti a raccontarti come va? ” Sembrava incredulo.
” Bravo! Proprio quello! In questo caso si tratta di una professoressa, la signora Gandolfi, che insegna alla IV A lettere, latino, greco, storia e geografia. E di Dafina… Come vedi non è per nulla difficile. E poi Dafina è bravissima a scuola… Almeno credo… “
” E perché non ci vai tu se è così semplice… ” mi interruppe con un tono di sfida nuovo. ” Che ansia e ansia…” farfugliò arrabbiato.
Dovevo convincerlo con la verità. Ma avrebbe compreso la mia verità? E soprattutto era sufficientemente vera?
” Credimi, io non reggo a tutto ciò che odora di burocratico. Sto male fisicamente, vomito. Le code agli sportelli comunali mi uccidono, per non parlare delle cartelle delle tasse, e gli insegnanti poi… Ho già dovuto sopportare una Preside, un giudice… Senza considerare lo stress da ufficio… Sono otto anni che sto alla Ferrini, non ce la faccio più. “
” Vomiti? Capisco. ” e sembrava aver compreso veramente. ” Ufficio? ” continuò? ” Tu lavori alle dipendenze di qualcuno? Ma non eri un giornalista free come il vento? ” Avevo fatto centro, ero riuscito a interessarlo ma mi resi conto proprio in quel momento che era ancora, come me del resto, in pigiama. Lui però aveva indossato sopra la mia giacca da casa.
” Tanto tempo fa… e poi, puf… non so come, ma mi sono ritrovato lì… Se potessi farei saltare in aria tutta la Ferrini & C. ” gli confidai.
” Ti posso aiutare. ” asserì sicuro.
” Allora vai di corsa, sono già le 8 e 20 e dovresti essere già vestito…” Lo spintonai verso l’ingresso, facendogli fretta.
” Ah, io intendevo per l’esplosione… Vado subito. ” si precipitò di sotto.
” Ricordati… sei il fratello di mia moglie… lei è a Varsavia a fare un concerto e io sono super impegnato… Poi mi racconti…” gli urlai dietro.
” Non ti preoccupare, ho undici nipoti sparsi per il mondo. So affrontare qualsiasi professore, io. Anche giapponese. ” Giuro che non ho mai capito se stesse scherzando, comunque richiusi la porta di casa sentendomi più tranquillo.
Il dubbio che si recasse al colloquio con una pistola con il silenziatore mi attraversò la mente per la frazione di un secondo. Ma sorrisi.
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 photo: Roger Moore: UA/KOBAL COLLECTION

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