Sedici e un quarto
Arrivai in ufficio trafelato, alle nove e quarantacinque. Olga mi aveva chiesto una mezza giornata per motivi di salute e Brunella aveva occupato il suo tavolo. Si alzò come se l’avesse punta una vespa e mi venne incontro strabuzzando gli occhi. Quello destro in verità era fisso e spalancato, soltanto il sinistro vorticava furiosamente nella propria orbita. Sembrava in preda a una crisi di afasia. La oltrepassai compatendola ma solo dopo aver aperto la porta compresi che non era un nuovo tic ma il tentativo folle di lanciarmi un messaggio. L’arpia infatti stava seduta alla mia scrivania, le gambe accavallate, mettendo in mostra sotto la giacchetta aperta del tailleur una pancetta rotonda che non riusciva però ad addolcirle i lineamenti tirati.
“Ehilà! Ma non dovresti essere in maternità? Ti immaginavo a Santa.” Mi trattenni dal commentare la sua nuova forma. Era evidente che non si piaceva.
“Passavo di qui. Sai com’è.”
Io veramente non sapevo com’era. E lei lo comprese dal mio sguardo allibito.
“Dovrei parlarti di Edoardo Alfieri. Nutriamo molte speranze in lui. Vorremmo affidargli tutto il marketing dei prodotti e il mailing del nostro catalogo. Per cui, sai, forse quando si tratta di firmare i contratti, se lo tenessi informato. O meglio se te lo portassi dietro, deve imparare, sarebbe un’ottima cosa” mi sparò la sua raffica nel petto.
“Farò il possibile” risposi con un colpo solo. Ma le arrivò dritto al cervello, perché la vidi impallidire in una delle sue smorfie di dolore. Nel mio gergo avevo sentenziato: nessuna possibilità. Povero Edoardo.
“Una telefonata per lei sulla uno. La Preside del Liceo” ci interruppe Brunella, sporgendosi paonazza dalla porta.
“Scusami.” E preferii andare a rispondere dal telefono della segretaria, lasciandola in una rabbiosa attesa.
“Carissimo, avrei un grosso piacere da chiederle. Potrebbe farmi visita questa mattina sul tardi?” melodiò gli alti e i bassi della voce, senza strafare.
“Anche subito.”
“L’aspetto.” clic. La concisione era una dote di quella donna.
Tornai in ufficio con la testa già fuori da quelle pareti ristrette. L’arpia aveva cambiato posizione e se ne stava appoggiata di sbieco alla finestra. Sembrava stesse scrutando l’orizzonte di smog, anche lei stranamente distratta dalla realtà esterna. In piedi la prominenza dell’addome la faceva assomigliare a un dromedario. Un dromedario elegante però, perché Il tailleur, di un verde itterizia, le cadeva alla perfezione, mascherando con una certa grazia la cunetta. Era un tailleur chiaramente premaman, con la gonna gonfiabile. Non avevo mai visto un abito come quello, ma se qualcuno nel settore della moda aveva ideato un simile capo di abbigliamento era evidente che molte monager vi si erano convertite per le loro gravidanze tardive, dopo la carriera.
“Bel vestito, il colore ti dona” mi lasciai sfuggire.
“Trovi?” La sua femminilità aveva fatto capolino per un attimo, poi s’irrigidì e mi voltò le spalle. “Credo che non ci vedremo per un po’. Ti telefono.” Si eclissò.
Avevo ottenuto il mio scopo. Metterla in fuga. Per i prossimi dodici mesi e forse più avrei potuto muovermi senza cane da guardia. Dovevo brindare.
“Brunella le dispiacerebbe portarmi un caffé?”
“Mmm” mugugnò gentile.
Due secondi dopo mi offrì la tazzina fumante eclissandosi silenziosamente.
Per un po’ mi tuffai nel solito tran tran di telefonate. Poi, alle undici, decisi che, per essere lunedì, il tempo di reclusione era stato più che sufficiente e mi preparai a salutare Brunella.
Lei stava seduta con la testa reclinata come se avesse fatto un sonnellino e la bocca semiaperta, come i deficienti o quelli che soffrono di adenoidi. Le concessi il dubbio di appartenere a questa seconda categoria, visto che realmente quando apriva bocca ci infliggeva il suono della sua fastidiosissima voce nasale. Per fortuna succedeva raramente.
“Devo andare da Gianni Gay a discutere del progetto S.T.T.. Ci vediamo nel pomeriggio, sul tardi, perché prima devo passare anche alla V.G.H. per un meeting sul budget della R.W.P.. Non mi aspetti.” Sentivo ancora il suo sguardo interrogativo sulla nuca, mentre richiudevo la porta.
Guidai su quel tratto di strada come se avessi inserito il pilota automatico. Il mio cervello continuava a macerare argomenti mentre superavo semafori senza vederli. E mi ritrovai incolume davanti al Liceo.
Il custode era sempre riparato dietro il suo giornale. Nessuno mi chiese nulla o si interessò a me, anche se si sentiva una strana agitazione. I bidelli correvano avanti e indietro qua e là, senza meta, gettando la segatura in ogni angolo e sfregando i pavimenti nel tentativo assurdo di togliere anche il minimo velo di cera.
“Ha sentito? Incredibile!” mi assalì la Preside nella sua migliore tenuta. Scarpe marroni da funghetto e completino giallo diarrea. Anche i capelli grigi ne avevano assorbito il disgustoso riflesso.
“No? Cosa?” mi finsi interessatissimo.
“La signora Gandolfi! Zac, una gamba rotta in due punti. Ne avrà per almeno tre mesi.” Restò con la bocca aperta come se volesse dire qualcosa che non riusciva.
“L’insegnante dei miei figli!?” Ero davvero sorpreso.
“Lei.” Fece una pausa effettistica. “Aveva appena terminato i colloqui. Dal primo gradino è caduta, giù per tutte le scale e nessuno ha visto come è potuto accadere.”
“Non l’avranno spinta?” la interruppi pensando a Stragopede.
Mi guardò smarrita, poi offesa e alla fine arrabbiata.
“Ma cosa dice! Siamo in una scuola, mica in un carcere minorile!” brontolò. “E ora parliamo di cose serie. L’aspettavo prima e avevo cambiato i miei programmi in base alla sua telefonata. Dovrei già essere ai giardinetti.”
“Veramente è lei che mi ha chiamato” tentai di mettere in chiaro.
“Chi ha detto il contrario.” Scosse il caschetto infastidita. Poi mi sventolò davanti al naso una cartelletta verde. “Mio figlio scrive delle poesie degne del Nobel, come quella finlandese, si ricorda?” Si illuminò in tutto il viso. “Ecco lei mi deve aiutare a pubblicarle. Io sono vedova sa, e non ho conoscenze. E lei ha due figli un po’ fuori dal normale. Il parere del preside negli scrutini è determinante per la promozione, chiaro?”
“No.” Non avevo intenzione di sottostare a quei ricatti. Se voleva qualcosa avrebbe dovuto esporsi direttamente.
“Suvvia, tranquillo. I gemelli sono due bravissimi ragazzi, solo che entrambi hanno svolto la prova d’ingresso in swahili, e deve darmi atto che non è normale. La professoressa non è obbligata a correggerli, le pare?” disse di un fiato. “Insomma non si comportano come dovrebbero” sentenziò.
“Non vedo cosa c’entri tutto questo con le poesie di suo figlio” commentai perfidamente.
“Niente.” L’avevo messa in imbarazzo e stava pensando a come ri¬parare. A un tratto ebbe la folgorazione. E, prendendo un’aria infelice, continuò. “Deve aiutare una povera vedova che ha tirato su un figlio da sola e lo vede girare per casa sempre più triste. Lei deve dare uno spiraglio di speranza a una mente giovane che si sta formando alla vita.” Aveva perso oramai ogni ritegno.
“Me le faccia leggere prima. Si può sempre trovare una casa editrice interessata. Magari a pagamento.” Mi sentivo magnanimo.
“Basta che lui non lo sappia mai!” si raccomandò. Ma non sembrava avere la minima intenzione di mollare la cartelletta verde.
“Per quanto riguarda i miei figli, posso sempre cambiare istituto” la minacciai.
“Ma cosa dice. Adesso mi accompagni fuori, ho un appuntamento con Enrico.” E mi prese a braccetto. “ I suoi figli sono molto amati da tutti. Se solo fossero un po’ meno strambi. Non è che può dirglielo?”
“Ma veramente, io non… Insomma per me sono normalissimi.” Non potevo spiegarle la mia tesi sull’importanza di essere anormale. E comunque erano di certo più normali di Enrico.
“Crede?” parve riflettere. “Forse dopotutto è solo l’adolescenza. Ci siamo passati tutti. Però quella del nome è una questione da chiarire. Lui si impunta e vuole essere chiamato Rodolfo dicendo che Ugo è il suo cane, è vero?” mi fissò incredula.
“Verissimo, volevamo andare in Comune a cambiarlo, ma sa, tutta questa burocrazia. Non può chiudere un occhio e accontentarlo? Non mi pare così strano. E non mi risulta che vadano male.”
“No, devo ammettere che nelle interrogazioni se la sono cavati più che bene. Se solo scrivessero in italiano il prossimo test…” Questa volta mi supplicò quasi.
“Gliene parlerò.”
Eravamo già fuori, e un tiepido sole autunnale mi fece socchiudere gli occhi. In controluce vidi un’ombra che sventolava la mano in segno di saluto.
Enrico era là, puntato sulla ghiaia del vialetto a gambe larghe, con il cane al guinzaglio che tentava disperatamente di trascinarselo via.
“Io devo andare. Ho promesso di addestrargli il cane” mi ricordò sorridendo. “Lui in cambio si è offerto di occuparsi dei miei investimenti.” Mi schiacciò l’occhio e dopo avermi finalmente affidato la cartelletta verde si allontanò saltellando.
Quest’opera è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons
About this entry
You’re currently reading “Sedici e un quarto,” an entry on May your shade be sweet
- Published:
- Dicembre 3, 2008 / 7:16 pm
- Category:
- Io non posso entrare
- Tags:
- romanzo

No comments yet
Jump to comment form | comments rss [?] | trackback uri [?]