Sedici e mezzo
Con la cartelletta delle poesie di uno sconosciuto stretta al petto mi apprestavo a tornarmene a casa.
I guaiti di Axel, però, non appena mise a fuoco la donna, mi convinsero a restare per gustarmi la scena. Trovai una panchina e mi appoggiai comodamente. In realtà volevo una scusa per ritardare la lettura delle poesie perché il ruolo di giudice mi metteva a disagio.
Stavo osservando le sue prime mosse come, impadronitasi del guinzaglio, strattonava il cane con il rischio di strozzarlo, quando Rodolfo e Dafina si lasciarono cadere accanto a me.
“Ciao pa’.” Quello di Rodolfo mi parve un saluto a denti stretti.
“Hai mandato Walter.” Dafina mi lanciò un’occhiata di rimprovero.
Annaspai alla ricerca di una giustificazione. Poi preferii attaccare.
“Cosa fate qui?!?”
“C’era religione, noi siamo esonerati e usciamo prima” replicarono.
“Ah” incassai. Mi aspettavo dei rimproveri quando invece una mi saltò al collo e l’altro s’impossessò della mia mano scuotendola con tutta la sua forza.
“Very kiwi!” mi baciò Dafina.
“Sei un gran Pulp Fiction!” inaspettatamente anche Rodolfo mi baciò. E scoppiarono a ridere insieme vedendo la mia perplessità.
“Sei un duro papà!” tradussero dal loro gergo. “E non diciamo altro perché è meglio!”
Le urla della Preside ci fecero zittire. Aveva afferrato Axel e lo aveva gettato a terra con le zampe per aria, schiacciandolo con il piede come uno stuoino. Quello sottostava muto a tutte le sue angherie. E allora lei gli diede in premio un biscotto, sotto lo sguardo felice di Enrico che in disparte assisteva allo spettacolo. Anche noi non riuscivamo a distogliere lo sguardo. A un tratto si lanciò in un nuovo esercizio mettendosi a correre facendo trotterellare il cane al suo fianco. Senza preavviso invertiva la direzione di marcia, in continuazione, tanto che Axel venne colto dalle vertigini e si assoggettò a lei senza più resistenza. Aveva gli occhi appannati.
“Ma perché in swahili?” La domanda mi uscì di getto, senza che potessi controllarmi. Forse si trovava all’interno di quella che avrebbe dovuto essere la mia strategia di giustificazione e inconsciamente ne avevo sentito la necessità.
“Avresti preferito in Zulu?” continuarono a ridere. “Comunque si è sfracellata per benino dalle scale. Si parla anche di commozione cerebrale. E nessuno l’ha visto. Anzi, si sono lasciati amichevolmente. Lei canticchiava.” Dafina parlò per tutti e due.
“Non posso credere che Stragopede c’entri qualcosa nell’incidente della vostra prof” balbettai, poco convinto io stesso.
“Certo, come no. Ricordati che quella di matematica riceve il venerdì” cominciò Dafina.
“E quella di francese, giovedì” concluse Rodolfo.
Non mi lasciarono neppure il tempo di formulare un pensiero.
“Andiamo a casa ad aiutare Praline” si allontanarono di corsa.
E a congratularsi con il simil Roger Moore, pensai io. E così distrattamente aprii la cartelletta e cominciai a leggere:
PARLANDO DI HENRY
-ERA UN BEL RAGAZZO, VERO?
MI SEMBRA CHE PORTASSE I CAPELLI LUNGHI-
- NO ERANO CORTI,
MA FORSE L’ULTIMA VOLTA CHE L’HO VISTO
LI PORTAVA COME JIM MORRISON-
-FUMAVA TANTO VERO?
-FORSE. AVEVA SEMPRE CON SE’
QUELLA SPECIE DI SIGARETTE
QUELLE LEGGERE
COSI’ CATTIVE-
- QUANDO RIDEVA MI CONTAGIAVA.
-GIÀ AVEVA UNA BELLA RISATA.
-COSI’ ARGENTINA E FELICE.
-CHE FINE HA FATTO POI?
-SI E’ BUTTATO DALLA FINESTRA.
-CHE MISERA FINE.
-ERA POETA, VERO?
-E’ VERO, LO AVEVO DIMENTICATO.
-AMAVA PARLARE DELL’AFRICA.
-C’ERA MAI STATO?
-NO, MA CON LA FANTASIA.
Non so se fosse per quell’accenno all’Africa, ma mi sembrò incredibil¬mente bella. Una nota diceva che quella poesia era stata scritta quando l’autore aveva tredici anni e ora ne aveva diciannove. Era l’unica poesia giovanile, come le definiva lui, che aveva voluto inserire nella raccolta. E il tema della raccolta era il suicidio. Ricacciai l’assurdo pensiero che contenesse un ricatto nei miei confronti e ripresi ad osservare le acrobazie del povero Axel, quasi completamente domato.
“Sporca!” urlava lei, e quello si metteva in posizione, accucciandosi sulle zampe posteriori come un canguro e cercava di spingere. E così per almeno sei volte, fino a quando, oramai svuotato, si raddrizzò senza successo. Chiaramente. Allora Enrico corse ad abbracciarlo.
Li lasciai alle loro effusioni e mi incamminai verso casa.
Stavo giocherellando nervosamente con qualcosa che avevo pescato dalla tasca. Erano le chiavi della macchina di cui mi ero completamente scordato. All’improvviso mi era tornata alla mente l’immagine di me che percorrevo quei vialetti, tanti anni prima.
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- Dicembre 4, 2008 / 9:41 am
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