Daniel
non esce a maggio…. a chissà quando…
DANIEL
schizzi dal racconto lungo o romanzo breve di formazione di un giovane omosessuale, scritto di pancia da una quasi ventisettenne emigrata che ha appena tentato di suicidare un blog abbastanza seguito perché stanca di scrivere a vuoto e che aveva trovato un editore disposto a credere nelle sue parole… ma ma chissà…
peace and love e vaffanculo
Colonna sonora
Vasco Rossi – Vita spericolata
Dire Straits – Tunnel of Love
Elgar – First Movement (Adagio – Moderato)
[Cello: Jacqueline Du Pré - Conducer: Daniel Barenboim]
Francoise Hardy – Tous les Garcons et les Filles
Jane Birkin & Serge Gainsbourg - “Je t’aime, moi non plus”
Mark Knopfler – Sailing To Philadelpia
UNO – Daniel fugge
Giugno 1987, M*
Daniel uscì presto, accostando la porta di casa come un fuggitivo.
Senza far rumore. Rabbrividì incurvandosi per offrire meno presa al freddo. E per un attimo si pentì di aver lasciato appeso all’ingresso il giaccone, anche se l’aveva fatto di proposito. Desiderava cancellare ogni legame con la valle e avrebbe volentieri bruciato tutto per rinascere dalle ceneri, come l’Araba Fenice.
…
«Venti» disse.
«Appena? Mi sbaglio o anche tu stai scappando?»
Non riuscì a rispondere. Avrebbe voluto dirle che si scappa quando non si è in grado di affrontare qualcosa. Io sto semplicemente andandomene, pensò. Abbandono il campo. Parto alla ricerca di qualcosa anche se non so ancora cosa.
La donna contrasse impercettibilmente gli occhi e strinse le mani sul volante.
«Qui non posso più stare» disse sottovoce. «E a casa sarà peggio ora che aspetto un bambino.» Fece una pausa. «Se mi vuoi vengo con te.» Si voltò e incrociò il suo sguardo allarmato. Tornando a fissare la strada scoppiò in una risata piena.
«Pazienza, peccato però perché sei carino e assomigli un po’a Steve Mc Queen.» Cominciò a canticchiare. «Voglio una vita spericolata, voglio una vita come quelle dei film; voglio una vita esagerata, voglio una vita come Steve McQueen … Sai di chi parlo, vero?» gli lanciò un’occhiata. «Ecco, vedi hai lo stesso sorriso pungente.»
…
All’altezza del lago di Santa Giustina una station wagon suonò chiedendo strada e la donna irritata aumentò la velocità. Mantenne quella andatura fino al primo semaforo, giù in basso, sempre restando in silenzio.
DUE – Daniel e Andrea
Ottobre 1987, Milano
Daniel piroettò con il vassoio di Sabzi Ki Curry fra i tavoli del locale.
Undici in tutto, avvolto in quello che ormai accettava come il suo dono: la trasparenza. Esserci senza essere notato. E nessuno infatti gli badò mentre serviva i clienti del tavolo cinque ascoltando la loro sciocca conversazione.
Non era la prima volta dall’inizio del mese, da quando aveva cominciato a lavorare per Kabir, che i due uomini si presentavano Al Nuova Dehli con delle compagne diverse e sempre molto appariscenti. Prenotavano lo stesso tavolo vicino alla porta della cucina perché era il più comodo. Daniel provava verso di loro un’antipatia spontanea e li aveva soprannominati «Cresta Bianca» per la capigliatura candida e «Mister Cravatta» per le cravatte vistose. Quella sera, per far colpo sulla giovane compagna, ne indossava una a elefantini gialli su fondo rosso che si intonava perfettamente con il logo del ristorante, una figura umana dalla testa elefantina.
A partire dall’insegna luminosa l’immagine mostruosa della divinità indù dalle braccia tentacolari e dalla testa sproporzionata campeggiava su ogni cosa, dai piatti ai menù sino alla sua maglietta. Per convincerlo a indossarla Kabir gli aveva spiegato che Ganesh era il dio della buona fortuna. Daniel all’inizio si era sentito impacciato come se quell’indumento potesse eliminare la sua trasparenza ma a poco a poco aveva imparato a muoversi con disinvoltura. Come un’ombra attraversava la sala nella luce soffusa delle candele e come un’ombra sostava ai vari tavoli.
…
«Vuoi guadagnare dei soldi, Daniel?» E si presentò. «Andrea, faccio il fotografo» disse e sentendo la sua diffidenza aggiunse ridendo. «È la mia professione.»
Non era bello con le guance ombreggiate dalla barba ma aveva modi diretti, filtrati da uno sguardo ironico. Era alla ricerca di un volto per la copertina di una rivista. «Cattolica» gli spiegò. «Una che paga bene. È un’occasione, hai qualche giorno per riflettere. Chiamami» E gli consegnò un cartoncino nero con i caratteri bianchi.
Daniel lo rigirò fra le mani e se lo infilò in tasca.
«Ci rifletterò» rispose dubbioso e riprese a lavorare sentendo gli occhi – erano azzurri come il golf – puntati sulla testa elefantina che portava sulla schiena. Non era un habitué altrimenti lo avrebbe notato. Il locale era frequentato dalle solite facce che si davano il cambio e lui le aveva catalogate in diverse tipologie: famiglie, coppiette, amici o amanti, manager che si portano il lavoro a cena. Cercò di ricordare se lo avesse già visto con qualcuno. Quando si accorse che il suo posto era stato occupato da una coppietta pensò che avesse saldato il conto direttamente alla cassa per evitare l’imbarazzo della mancia. E lo dimenticò.
…
Daniel fissò i tre chicchi di riso abbandonati sul piatto e cercò di infilzarli. Era pervaso da un calore intenso e una irrequietezza che non conosceva. Si alzò e si diresse verso il bagno ascoltando il suono caotico dei suoi pensieri. La porta era aperta e provò curiosità alla vista del corpo nudo. Venne calamitato dalle gocce d’acqua che imbrigliandosi nei peli scuri luccicavano gioiose.
Daniel si svegliò da solo nel letto.
Impiegò qualche minuto per rendersi conto di dove si trovava. E quando ricordò non provò vergogna né imbarazzo. Infilò un kimono che trovò appeso al paravento e si lasciò guidare dal profumo di caffè. Andrea di spalle stava apparecchiando la loro colazione sul tavolino. Indossava solo i pantaloni del pigiama. Daniel guardò affascinato il movimento dei muscoli sotto la pelle.
«Buongiorno» lo accolse sentendolo arrivare. «Non ti ho svegliato, ho fatto male?» Si era rasato e sembrava più giovane.
«No. Non devo andare da nessuna parte, oggi.» Si sedette.
«Allora ne approfitto per farti subito qualche foto. Vuoi un uovo?» domandò versandogli del caffè nella tazza.
Daniel scosse la testa.
«Dovrei tagliarteli» disse passandogli una mano fra i capelli. Lasciò in sospeso la frase, come se gli stesse domandando il permesso.
«Se non mi fai un buco in testa…» Daniel rise. «In effetti volevo andare dal barbiere uno di questi giorni.»
Andrea appoggiò il porta toast d’argento e si sedette con il suo mug di orzo.
«Puoi fidarti, sarei un ottimo coiffeur se non facessi il fotografo. Non devi avvertire tuo zio?»
Daniel scosse di nuovo la testa. A quell’ora sarebbero stati tutti fuori casa.
«Oggi sono libero anch’io, se vuoi ti aiuto a fare il trasloco questo pomeriggio.»
«Ho solo una valigia di libri e alcune tele.»
«Se vuoi portarle in bicicletta.» Nei suoi occhi lesse l’ironia.
«Non voglio che tu veda dove dormo.»
«Ti posso aspettare giù.»
Daniel sospirò.
«Allora preferirei andare adesso. Posso prendere tutto mentre loro non ci sono e lasciare la chiave dell’appartamento alla vicina.»
«Stai scappando.» Andrea fece una pausa. «Quando andrai via spero che tu me lo faccia sapere» disse abbassando il tono della voce. Spalmò con precisione la marmellata sulla sua fetta di pane tostato.
Daniel ripensò alla mattina in cui aveva abbandonato la valle e alla donna che gli aveva dato il passaggio. Anche lei gli aveva chiesto se stesse scappando. Spianò le labbra in un sorriso disilluso.
«Non avrò bisogno di scappare» disse ma non aveva mai considerato la sua tendenza alla fuga.
TRE – Daniel e la violoncellista
Ottobre 1988, Milano
Era trascorso un anno dal loro primo incontro, un anno durante il quale Daniel si era trasferito nello Studio, come chiamavano la loro casa. Avevano sistemato la sua brandina sul soppalco, dietro a un paravento di canapa più piccolo, in realtà dormiva quasi sempre nel letto di Andrea. Teneva i capelli corti, se li sentiva ispidi sulla testa, e così era divenuto il suo modello preferito. In molte occasioni gli faceva da assistente, anche se di sera continuava a lavorare al Nuova Dehli e di giorno frequentava l’Accademia. Si era abituato a dormire solo cinque ore per notte e dipingeva in ogni momento libero, soprattutto quando Andrea si assentava per lavoro.
…
Come ipnotizzato si perse nelle pieghe della gonna nera che sfiorava il pavimento e non sentì nemmeno la mano di Andrea appoggiata sulla sua gamba. Sedendosi per impugnare lo strumento la violoncellista svelò i polpacci muscolosi. Sotto le calze troppo chiare era visibile qualche pelo. Le scarpe basse, dei mocassini marrone, sembravano troppo grandi per i piedi. Se ne stava a gambe larghe, impudica, con lo strumento piantato nel mezzo e un’aria vagamente annoiata. Iniziò a suonare e lui cominciò a vivere la sua vita. Era con lei, mentre si tirava su dal letto completamente nuda, i capelli sciolti che le sfioravano i capezzoli e la faccia larga senza trucco. Gli era sembrato di sentire l’odore della sua pelle e non aveva udito più neppure una nota. L’aveva vista aprire la finestra del piccolo appartamento in cui abitava e fare colazione, seduta al tavolo tondo nella cucina spoglia. Le dita sensuali giocavano con i pezzi di pane imburrato. Si risvegliò di colpo e la guardò pizzicare le corde con rabbia. Andrea al suo fianco aveva ritratto la mano e lo stava osservando.
…
Andò a spogliarsi in bagno e tornò con i mocassini ai piedi come le era stato chiesto, avvolta nella mantella scozzese. La lasciò cadere a terra svelando il corpo massiccio e sedendosi senza pudore a gambe larghe in attesa che Andrea le allungasse il violoncello. Per un secondo Daniel ebbe la visione del triangolo scuro prima che fosse nascosto dalla pancia voluminosa dello strumento. Si sentì come un padre che ha appena assistito al parto del figlio e immaginò esattamente come avrebbe dipinto il suo quadro. Le calzature larghe facevano risaltare i polpacci e i peli sulla pelle nuda delle caviglie erano meno visibili. Irina si lasciò accomodare i capelli intorno al capezzolo, rosa e appuntito, rabbrividendo. E cominciò a toccare le corde del violoncello che vibrarono sui primi accordi, illuminata nel cono dei faretti. Suonò il Concerto di Elgar, come se fosse sola mentre Andrea mimetizzato nello spazio vuoto rubava i suoi scatti.
Daniel dopo aver scattato alcune Polaroid lasciò che la mano tracciasse gli schizzi ipnotizzato dalla piccole perle di sudore che lentamente andavano ricoprendo la pelle della sua modella.
QUATTRO – Daniel e Julie
Vigilia di Natale 1988, Milano
Prima di lasciarlo andare, Kabir, facendogli gli auguri, gli offrì un piatto speciale e Daniel accettò, anche se la cucina speziata non gli piaceva. Quella notte non aveva fretta di tornare a casa. Quella notte seduta al tavolo sette nella sala ormai vuota c’era Julie. Un’apparizione bionda che fissava su di lui i grandi occhi facendogli perdere trasparenza. Kabir la lasciò seduta al suo posto, senza farle fretta e andò a abbassare la saracinesca. Poi si ritirò in cucina a rivedere i conti con la moglie.
…
Posteggiò la Citröen nel vicolo, infilandosi fra due macchine, in un angolo buio, si chinò su di lui e gli slacciò i pantaloni senza dire una parola. Daniel come incatenato al sedile non riuscì a muoversi. Era paralizzato, non sentiva più nulla tranne quella protuberanza sgorgata dal suo desiderio che lei aveva inghiottito. Forse si trattava di un sogno. Forse. Ma l’odore penetrante di candeggina gli salì al cervello. Poi il nulla. Julie si sollevò e appoggiò le labbra su quelle di lui. Erano bollenti. Si scostò e lo invitò a Parigi. Disse: «Vieni, ti aspetto. Uno dei prossimi week end.» Aprì la portiera e lo spinse fuori, allungandogli l’indirizzo.
…
CINQUE – Daniel e Camille
Luglio 1989, Parigi
Si era alzato tardi. E seduto al tavolino da bistrot davanti a una tazza di orzo – si era abituato a berlo al posto del caffè – aveva preso la sua decisione. Sarebbe andato a Parigi. Erano passati sei mesi da quando Julie lo aveva invitato e probabilmente si era anche scordata di averlo fatto. Ma non aveva importanza, era l’unica persona sconosciuta a Andrea di cui Daniel possedesse l’indirizzo. Aveva ficcato mutande e calze nello zaino, un golf, due magliette e si era recato in stazione con in tasca i soldi per un biglietto di sola andata e qualche spicciolo in più. Era rimasto seduto per ore di fianco a un barbone che dormiva, aspettando il treno di mezzanotte.
Era arrivato a Parigi di prima mattina. La bocca amara e la schiena a pezzi perché aveva viaggiato senza poter mai allungarsi sul sedile scomodo. Era sceso frastornato nel caos della banchina della stazione invasa dai pendolari e aveva cercato subito l’uscita.
…
La casa di Julie si trovava vicino alla Sorbonne.
Non fu difficile raggiungerla con il Metrò. Fece un solo cambio. Forse avrebbe fatto prima a piedi, anche se le distanze sulla piantina erano ingannevoli. Arrivò davanti al portone e vide una cabina sull’altro lato della strada. Si chiuse dentro e compose il numero.
«Julie?» attaccò a parlare non appena la voce femminile riempì il ricevitore.
«No, Julie est à Amsterdam, c’est Camille» disse la voce. Aveva un timbro piacevole e Daniel scoprì di non ricordare la voce di Julie. Non ricordava nulla di Julie. Tranne la sensazione di calore e l’odore di candeggina.
«Maledizione!» esplose in italiano. Poi senza sapere come, disse: «Elle m’avais promis qu’elle était là!». Stava recitando spontaneamente un ruolo che non aveva studiato.
«Oh, est-ce qu’il y a des problèmes?» continuò la voce.
«A vrai dire je suis à Paris pour chercher du boulot et je ne sais pas encore où aller. Julie m’avais…elle m’avais promis qu’elle m’aurait donné l’hospitalité pendant quelques jours…» Era una bugia ma lei gli credette.
«La stupide! Mais ce n’est pas la première fois qu’elle se porte ainsi. Elle est vraiment distraite.» Sembrò volerla giustificare. «Mais monte tout de même. Tu peut dormir dans sa chambre, s’il ne te gêne pas…»
Daniel non la lasciò concludere. «Okay» disse riattaccando e precipitandosi nel portone.
…
Anche il bagno era completamente bianco. Bianco come una camera operatoria, pensò Daniel appendendo il suo mantello blu fra gli altri candidi. Seduto sul bordo della vasca si tolse le scarpe addossandole alla parete, poi la maglia, i pantaloni e le mutande. Ripiegò tutto con cura su una cesta di vimini. E nudo con le calze ai piedi aprì il rubinetto e lasciando scorrere l’acqua calda osservò i barattolini sotto lo specchio. Avrebbe quasi desiderato trovare un rasoio, magari una crema da barba, il segnale di una presenza maschile. Controllò il colore dei suoi occhi con il pensiero rivolto alle ginocchia appuntite. Erano gialli. Poi con la mano cancellò dalla superficie dello specchio la sua immagine appannata.
Si tolse le calze, entrò nella vasca, spiegò la tenda e appesa la doccia restò a guardare incantato l’acqua scivolare lungo le gambe e allagare i piedi sul fondo bianco a fiori blu.
Cosa deve fare un detective? Si chiese grattando i gomiti con la pietra pomice che aveva trovato sul porta sapone. Deve osservare e osservare. Sarebbe stato un detective perfetto e gli sarebbe piaciuto, pensò. Chiuse gli occhi e sollevò la faccia contro il getto rinfrescante.
Non la udì arrivare. Si insinuò nella vasca in silenzio, appoggiandogli il corpo nudo contro la schiena mentre l’acqua fuggiva dalla tenda lungo il pavimento senza più controllo.
Daniel non ebbe il tempo per porsi delle domande e rimosse definitivamente ogni ricordo. Respirando il suo profumo sognò distese di prati che si gettavano in un mare mai visto. Sentì il proprio corpo sciogliersi arrendevole e si voltò senza aprire gli occhi. Con le mani esplorò la pelle sottile per impadronirsi di ogni ansa di quel corpo. Sentì pungere sotto le dita i piccoli peli del pube e allora aprì gli occhi. Se li avesse lasciati crescere sarebbero stati biondi e luminosi, pensò, liberando ogni senso. E si perse in quel deserto.
SEI – Daniel investigatore
Settembre 1989, Parigi
Lo studio degli amici di Camille, l’ACK, si trovava a due passi da casa.
In Rue Monge, quasi all’angolo con Saint Germain, in un edificio elegante. Daniel arrivò con mezz’ora di anticipo e si sedette nella vetrina di un caffè a osservare i passanti. Alle tre montò sull’ascensore e due secondi dopo sbarcò al secondo piano dove nell’immenso pianerottolo si apriva un’unica porta.
Venne accolto dalla signora Valérie, la segretaria, una donna piacente e gentile che per metterlo a suo agio gli offrì una tazza di caffè di cui Daniel – non ne beveva da più di un anno – apprezzò il gusto forte e amarognolo.
…
Quando già sperava che fosse tutto finito arrivò quello che doveva essere il socio anziano dello studio, un quarantenne abbronzato nascosto dietro i Rayban. Sulla pelle, sotto la camicia sbottonata, Daniel intravide una croce attaccata a una catena d’oro.
«Guy Arrau» si presentò. ACK, pensò Daniel. «Vous êtes l’ami de Camille» proferì andandosi a sedere dietro la scrivania. Lo immaginò scodinzolare nei corridoi del tribunale come fra i paletti dello slalom e provò un’antipatia istintiva. Notò che portava la vera ma si comportava come un latin lover. Gli bastò osservare il mutamento avvenuto nella giovane avvocatessa che gli parlava con tono seducente, dopo essersi accostata alla scrivania. Arrau squadrò Daniel e senza altre domande lo congedò, chiedendogli di attendere fuori.
…
Alain gli spiegò che il suo lavoro sarebbe consistito per lo più nel pedinamento di mariti vogliosi e mogli puttane – disse proprio così – per raccogliere prove della loro colpevolezza. Daniel pensò che avrebbe preferito dimostrare la loro innocenza, magari anche falsificando i riscontri. Anche se non era ancora entrato nei meccanismi del lavoro trovava divertente l’idea di guadagnare dei soldi ficcando il naso negli affari degli altri. Non farò altro che sfruttare la mia curiosità, si disse. E la sensazione di vivere in un sogno altrui venne completamente cancellata per lasciare il posto a una novità inebriante: si sentiva come un burattinaio che ha in mano i fili della vita e può scegliere se strattonarli da una parte o dall’altra.
*
Il lunedì iniziò alle otto con il richiamo stordente della radio sveglia. Impiegò qualche minuto per individuare il cubo grigio sul bordo di legno del letto e renderlo inoffensivo. Sentì Camille accoccolata contro la schiena, si voltò e alzando un lembo del lenzuolo seguì con le dita la curva appuntita del ginocchio, facendole solletico. Quando lei sollevò le palpebre assonnate le domandò: «Perché proprio io?»
«Perché hai gli occhi gialli e io sono matta» rispose. «Ma tu non dirlo a nessuno.» Lo spinse con i piedi fuori dal letto e chiuse gli occhi.
…
Una mattina l’aveva sorpresa in cucina mentre rammendava di nascosto anche la sua biancheria. Non avrebbe voluto ma l’immagine della madre si era confusa in quella di lei. Daniel non era riuscito a sopportarlo. Aveva dovuto uscire di casa. Camminare per le strade e riempirsi del suono delle voci della gente intorno. Non aveva bisogno di convincersi che Camille e la madre non avessero nulla in comune, semplicemente non intendeva ricordare sua madre mai più.
Smise di pensare e si abbandonò al piacere dell’acqua.
*
Alle nove Daniel varcò la soglia dello studio ACK. Impietosita dalla sua aria assonnata Valérie si offrì di preparargli una tazza di caffè. Ma il profumo di violetta che emanava dalla capigliatura cancellò l’aroma stimolante.
«Tu dovrais dormie davantage» disse poi consegnandogli le istruzioni della giornata.
…
Daniel stava osservando la foto di una donna dalla faccia piatta che rispondeva al nome di Blanche Peduzzi, quando Stéphanie bussò e entrò nella stanza. Dietro apparve un uomo di mezza età, vestito di grigio. Anche la sua carnagione era grigia, pensò alzandosi in piedi. In tre era difficile muoversi nello spazio ristretto e l’individuo rimase fermo sulla soglia. Lei glielo presentò come il collaboratore dello studio che l’avrebbe affiancato nei processi di spionaggio industriale. «Pierre B.» disse e quello stirò le labbra esibendosi nel sorriso della spia sopravvissuta alla Guerra Fredda. Daniel immaginò il suo prossimo quadro.
*
Con gli occhi fissi sulla strada che lo riportava a casa, Daniel si sentiva appagato. Aveva concluso la sua prima indagine e il fantasma della donna scomparsa aveva assunto alla fine dei contorni. Ora se la poteva immaginare piccola e robusta, con le mani ruvide e la camminata indolente di quelli con l’arco plantare ceduto sotto la mole del corpo. Eppure anche con i suoi piedi larghi Blanche Peduzzi non aveva lasciato traccia di sé, pensò divertito. Notò la targa italiana del camion che stava sorpassando. Rientrò nella corsia di destra e si accodò a una Renault che andava alla sua stessa velocità. Non gli piaceva guidare.
…
Svoltò l’angolo e scorse Camille che camminava davanti a lui. Indossava un soprabito di velluto nero con una borsa sportiva a tracolla. Era appena uscita dal portone e stava avanzando veloce lungo il marciapiede, le ginocchia appuntite scoperte. Daniel senza saperne la ragione si mise a pedinarla. Le scivolò alle spalle proprio come era solito fare per lavoro. Gli occhi fissi sulla nuca di lei. Poi ebbe paura che potesse sentire il suo sguardo e attraversò la strada rimanendo staccato una decina di metri.
Dove sta andando? E tornò a chiedersi quanto poco la conoscesse. Fu in quel momento che prese la decisione. Avrebbe indagato sulla vita di Camille come se si trattasse di un pedinamento di routine. Avrebbe spiato ogni suo movimento. E attraverso i suoi gesti quotidiani sarebbe riuscito a penetrare nel suo animo.
…
La trovò accoccolata nella solita posizione con un libro in mano e i capelli umidi. Alzò gli occhi e domandò meravigliata.
«Qu’est-ce que tu fais déjà là?»
«J’ai finit en avance.»
«Tu as faim?»
«Da morire.»
«Cous cous?»
«Spaghetti.»
«Aujourd’hui Julie est passée par ici.»
«Julie?»
«Sì lei. E si è ricordata di te. Ha detto: quello carino ma imbranato.» Lo fissò. «Ti saluta.»
«Dov’è adesso?» Si sentì domandare. In realtà in quel momento non gli interessava per niente sapere dove fosse andata Julie. Ricordò solo una sensazione di calore bruciante e ne fu infastidito. Camille continuava a fissarlo con i suoi occhi allungati e privi di trucco inconsapevole del loro fascino.
«Elle s’est présentée avec deux nouveaux amis, elle a chargé tous ses affaires sur un fourgon et s’en est allée sans laisser une adresse.» Si alzò per andare in cucina.
Daniel le tenne compagnia durante i preparativi raccontandole la storia di Blanche Peduzzi. Non le svelò di averla seguita e non parlarono più di Julie.
SETTE – Andrea cerca Daniel
Settembre 1989, Malè
Andrea non aveva ancora rinunciato a cercare Daniel.
Aveva impiegato qualche mese per rintracciare il numero di telefono della madre e quando l’aveva ottenuto era stato combattuto fra il desiderio di chiamarla e la ragione che gli diceva di lasciar perdere. Alla fine aveva alzato la cornetta e dall’altra parte aveva risposto una voce gentile. Sottomessa aveva pensato. Si era mostrata sorpresa alla sua richiesta di un incontro ma aveva accettato. Gli aveva dato appuntamento per il giorno dopo al Bar Centrale di Malè. Per evitare di creare emozioni al marito, aveva detto. Secondo i medici «l’incidente» lo aveva reso emotivamente instabile e lei non voleva che conoscere un amico del figlio facesse riaffiorare sentimenti appena sopiti. Andrea non aveva chiesto di quale incidente si trattasse e neppure a quali sentimenti facesse riferimento. Daniel non gli aveva mai parlato del padre, tanto che aveva creduto che fosse morto. Daniel non aveva mai parlato di nessuno.
…
Una donna si affacciò a una finestra richiamata dal rumore del motore. La vide che si sporgeva nello specchietto retrovisore, finché le case non scomparvero dietro la curva e si immise nuovamente sulla provinciale. Perché lo faccio? Si chiese. Sono io a essere già morto o è lui che è morto per me, pensò impaurito. Perché ho voluto vedere il luogo da cui è fuggito? È inutile cercarlo qui. Il verde dei prati gli sembrò troppo verde. Infilò la cassetta dei Pink Floyd e cercò di bloccare i pensieri.
Si concentrò sulla percezione che aveva della strada in salita. Era come se il corpo si stesse abituando lentamente ma soprattutto gli parve che fosse l’anima a elevarsi. Come gli era successo durante il suo viaggio in Tibet, aveva vent’anni, quando si era drogato di aria rarefatta. Come aveva potuto dimenticarsene, si chiese. I grattacieli degli alberghi a New York lo avevano sempre terrorizzato anche se il paesaggio di sotto sembrava un plastico in scala con cui giocare. In montagna si arriva lentamente sulla cima, su un grattacielo sali in pochi secondi, con lo stomaco sottosopra e la testa non ancora staccata da terra. Un clacson lo fece trasalire. Rallentò per permettere alla macchina che lo tallonava di superarlo. Ma cosa sto pensando, si chiese fissando l’asfalto.
…
Fu lei a riconoscerlo. Si alzò in piedi e gli andò incontro. Temette che volesse abbracciarlo e si ritrasse. Non assomigliava al figlio. Solo nel ricordo del colore dei capelli che ora erano ingrigiti. Era una donna alta di statura e incurvata. L’aveva immaginata più giovane, e invece doveva avere l’età di sua madre o comunque essere vicina ai sessanta. E aveva il volto solcato come un campo dopo la siccità.
«Venga a sedersi» lo invitò. Nella sua voce si sentiva la sconfitta, pensò. Ma non era lì per giudicarla.
«Non gliene ho parlato per telefono. L’altra settimana ho ricevuto una cartolina di Daniel. Da Parigi.» Estrasse il cartoncino dalla borsa e lo allungò sul tavolo.
Andrea lo prese e girò la torre Eiffel per leggere. Sto bene, lavoro. Daniel. C’era scritto.
«Non è mai stato di molte parole, mio figlio. Ma lei lo sa» disse riprendendo la cartolina con un gesto geloso, e la rimise nella borsa.
…
Lei ferma al cancello, salutandolo con la mano, gli suggerì di passare dal Tonale per tornare a Milano e rimase a osservarlo finché non sparì dietro la curva.
OTTO –
Camille poi Daniel poi Julie
Dicembre 1989, Parigi
Camille
Camille strizzò il puntino nero fra le dita.
Un vermetto esplose libero. Aveva studiato il programma della giornata: un giro al cimitero. Si guardò i denti. Erano ancora bianchi. Sua madre li aveva gialli, ricordò con ribrezzo. Grossi e gialli. Ricordava solo quello di lei. Per fortuna né io né Julie le assomigliamo, mormorò. Già ma a chi assomiglia Julie? Se io sono il ritratto di papà, lei non è il ritratto di nessuno. È veramente mia sorella? Si chiese divertita. Come nelle migliori soap un giorno avrebbe scoperto che Julie era figlia di un padre diverso.
Si sciacquò la faccia con l’acqua fredda e provò un brivido. Aveva sentito dire che faceva bene alla pelle. Ma le importava davvero? Aprì l’acqua calda per scaldarsi. Mentre si asciugava notò una piccola ruga d’espressione vicino alla bocca. Chissà come sarebbe stata vecchia. Le sarebbe piaciuto essere già vecchia, avere le risposte alle sue domande e essere tranquilla.
…
Doveva decidere il percorso.
Non ci aveva riflettuto molto. Sapeva solo che voleva passare dalla tomba di Victor Noir e dare una passata sulla protuberanza fra le gambe. A Camille piaceva il cappello abbandonato sul sarcofago al fianco della grande statua supina. Riusciva a rappresentare alla perfezione il legame esile che unisce la vita alla morte. C’era sempre un’anima romantica che vi infilava lo stelo di un fiore lasciandolo adagiato sulle pieghe dei pantaloni. Forse la leggenda che toccare quel pezzo della statua rendeva fertili le donne era nota anche a Daniel e così avrebbe immaginato che voleva un figlio. Ma era questo che voleva veramente, un figlio da lui? Si chiese appoggiando la mano sulla pancia. Attraverso il giaccone non riuscì a sentirla e cercò di spingerla in fuori. Forse, ma non ne era del tutto certa.
…
Avanzò nel viottolo senza guardare il Cristo sulla croce. Come si può inchiodare un uomo? Si voltò con cautela per cercare di vedere cosa stesse facendo Daniel. Si è nascosto tra le braccia della donna nuda, sognò. E tornò a pensare al bambino. E con l’allattamento? Non voleva sentirsi una mucca. Aveva fatto fatica a accettare il seno. Da ragazzina avrebbe voluto essere un uomo o meglio un essere asessuato. Si mise a ridere. Le grida delle cornacchie la riportarono alla realtà, si era scordata di Daniel. Doveva smetterla di lasciar vagare i suoi pensieri. Salutò la donna appoggiata alla pietra, libera in mezzo ai mausolei di famiglia e alle lapidi sporche che sbucavano dal terreno. E si diresse verso la figura mesta seduta in alto sul sepolcro di marmo.
«Ciao Enterpo» bisbigliò appoggiandosi alla balaustra in modo di poter osservare il suo volto chino. Non amava le tombe difese da ringhiere ma quella di Chopin era un’eccezione. Qualcuno aveva appoggiato ai piedi della musa una pianta di ciclamini colorati forse nel tentativo di rallegrarla. Ma la sua posa sconsolata lasciava presagire che non avrebbe mai più pizzicato la lira che teneva in grembo. Il gorgheggio improvviso di un uccello la fece sussultare. Non era una coincidenza se aveva scelto proprio quel luogo per costruire il nido. «Tu vois, la musique n’est pas morte avec ton pianiste» bisbigliò alla statua. L’uccello riprese a gorgheggiare e allora riconobbe il suono. Era quello del richiamo che le aveva regalato Julie. Pour regagner ton pinson. La voce esplose dentro di lei e per non sentirla più cominciò a correre. Prese per le scale e passò accanto alla bambina dagli occhi bucati. Respirava affannosamente ma riuscì a sentire il fruscio dei passi che la inseguivano. In lontananza si poteva udire il ticchettio monotono prodotto dal becco di un picchio contro un tronco. Arrivò alla figura senza volto che si aggrappava alla grata e si fermò di colpo.
Basta. È arrivato il momento di guardarlo in faccia, pensò voltandosi.
Daniel non fece in tempo o forse non volle nascondersi. Avanzò ansimando con il suo sorriso da bravo ragazzo un po’ depravato.
«Eccoci qua» disse accogliendola fra le braccia.
Scoppiarono in una risata.
Daniel
Quando Camille si voltò Daniel non cercò di nascondersi.
Sapeva da tanto di essere stato scoperto e adesso aveva capito che era giunto il momento di interrompere il gioco. C’era in quella passeggiata un presagio tragico che voleva cancellare. Si avvicinò fissando i suoi occhi liquidi e lei piegò le ginocchia appuntite cadendogli fra le braccia. Poi scoppiarono a ridere e il lutto si dissolse. Invece di cominciare a parlare la prese per mano e la guidò lungo il viottolo pretendendo che le parole non dette riuscissero a risalire attraverso i corpi fino al cuore. Ti amo. Le diceva. Vorrei che tu fossi un mosaico per poter custodire le tue tessere in una tasca.
…
Per un istante percepì la fragilità del confine che separa la vita dalla morte. Le strinse le mani e la guardò ansimare. Aveva le palpebre socchiuse, due conchiglie allungate che custodivano il mare. Si abbandonò al buio e lasciò che il corpo deflagrasse. Quando spalancò gli occhi provò una sensazione insolita, quasi che la miriade di frammenti nati dalla sua implosione fossero stati inglobati in un’unica nuova intuizione. Sono io, pensò.
…
«Non voglio più né essere né sentirmi un detective.
Spalancò la finestra per cambiare aria e attirato dal rumore guardò di sotto. Il boulevard gli parve un oceano in cui i passanti galleggiavano. Nella vita, pensò, io sto a galla perché è l’unica cosa che posso fare. Si ritirò e chiuse i vetri per tenere fuori il rumore. Non aveva freddo, del suo passato rimpiangeva solo l’aria pungente dell’inverno. Prese l’album e cominciò a disegnare. Tracciava freneticamente i suoi segni sui fogli che poi gettava sul pavimento, formando un tappeto crepitante. Quello era l’unico modo che possedeva per esprimere ciò che provava. Si chiese come uno scrittore potesse riempire pagine bianche di parole con un senso. E invidiando i poeti continuò per ore a abbozzare le sue emozioni.
*
La notte calò all’improvviso.
Fra poco è Natale pensò accendendo la luce centrale. La tela si illuminò e Camille lasciando le sue nere tracce cominciò a correre fra le statue del cimitero. Daniel ebbe il presentimento che quello sarebbe stato l’ultimo quadro della sua vita.
Julie
L’aria nella vettura era divenuta irrespirabile.
Julie pensò che avrebbe dovuto spendere gli ultimi spiccioli per prendere un taxi invece di salire sul Metrò la mattina della vigilia di Natale. Posò gli occhi sulla bambina che seduta in braccio alla madre dormiva a bocca aperta. Questa notte Babbo Natale andrà a farle visita, si disse ricordando di aver smesso di credere all’esistenza del vecchio vestito di rosso quando aveva sei anni. E per dispetto aveva mostrato i regali nascosti in fondo all’armadio della madre anche a Camille. Era carina, ricordò, quando piangeva.
…
Sarebbe stata lei la sua prossima modella, ne era certa. Lo sfilò dal davanti. Come era certa di dover provare tutto quello che era possibile provare. Non sopportava l’idea di poter un giorno rimpiangere qualcosa. Non avrebbe mai guardato il volto di un uomo immaginando cosa avrebbe provato facendo l’amore con qualcuno dal volto simile. Cominciò a slacciare i bottoncini sul davanti, avanzando in punta di piedi. Gli prese una mano e se la portò al seno. Calda e avvolgente. L’alito ansante sul collo.
Non è un imbranato, pensò assaporando il suo tocco sulla pelle. I capezzoli ritti. E precipitò nella cavità celata del suo piacere.
NOVE – Daniel undici anni dopo
Agosto 2000, Parigi
Daniel era arrivato a Parigi da due giorni, facendo scalo da Tahiti.
E per caso seduto nella hall dell’albergo aveva letto l’annuncio mortuario su Le Monde. In quell’attimo nella sua testa era avvenuto il black-out. Sul taxi aveva balbettato l’indirizzo all’autista. Si era risvegliato proprio davanti al loro ingresso. Nulla era mutato, il bosco nel cortile sembrava più folto. Aveva affrontato i gradini delle scale a due a due e aveva varcato la soglia entrando nel corridoio luminoso.
Era arrivato in tempo. In tempo per contemplarla un’ultima volta pensò aggirandosi fra una folla di sconosciuti. La trovò – eterna bambina – che galleggiava nel raso rosso al centro della bara senza riempirla, piccola e ossuta, il volto finalmente statuario come quello delle sue amiche del Père Lachaise. Le palpebre chiuse, ancora come due conchiglie allungate, ma leggermente grigie e sporgenti.
Doveva aver sofferto, pensò, e abbandonato la vita con dolore. Non con rabbia. Lasciò vagare lo sguardo sul vestito immacolato. Le avevano fasciato i polsi con delicatezza. L’avevano trovata nella vasca – dove avevano fatto l’amore la prima volta -. All’improvviso il raso nella bara si trasformò in acqua rossa e fu come se Camille affondasse nel suo sangue. Indietreggiò urtando una donna vestita di nero. Le gambe aride spuntavano dalla gonna corta. Alzò la testa spinto da un nesso. Una Julie invecchiata gli afferrò la mano.
…
Dall’angolo spiò la gente che entrava e usciva dal portone aspettando che la portassero via. Julie uscì in lacrime sorretta da un uomo calvo che non aveva notato nella stanza. Teneva per mano un bambino biondo – sul braccio la fascia nera del lutto -. Mentre quattro uomini con il berretto a visiera depositavano la bara come un bagaglio nel carro funebre, li vide montare su una Micra e quando partirono in testa al corteo capì che non avrebbe aperto la busta.
La estrasse dalla tasca e l’appoggiò sul tavolino. Conteneva la risposta di Camille? Che importanza poteva avere, adesso. Non aveva più bisogno di spiegazioni. Alla fine si era dato da solo una spiegazione: era caduto incolpevole sul campo di battaglia di due sorelle e questo gli era bastato. Ormai era accaduto tanto tempo prima, quando ancora sapeva amare una donna. Era fuggito di nuovo e di nuovo aveva abbandonato i suoi quadri, sapendo che non avrebbe mai più tenuto in mano un pennello.
Non aveva più rivisto né l’una né l’altra.
«Undici anni» mormorò per potersi ascoltare.
DIECI – Daniel il figliol prodigo
Ottobre 2000, M*
Daniel era nato nell’appartamento sopra il negozio. Era stato uno degli ultimi abitanti della valle a nascere in casa con l’assistenza del medico condotto e di una vecchia levatrice.
La casa, un cubo dipinto di giallo con il tetto di coppi rossi e le fioriture estive ai balconi di legno, l’aveva portata in dote la madre, Rina. Apparteneva a una famiglia benestante di Rovereto con nobili ascendenti. Una donna bella, allegra e generosa. Daniel – figlio unico atteso per anni – la ricordava anche troppo invadente. Ma aveva sposato Quinto, un uomo gretto e duro che Daniel odiava. Da bambino era ossessionato all’idea che crescendo avrebbe potuto assomigliargli.
Il pianterreno era destinato alla rivendita di giornali, sali e tabacchi, di cui si occupava la madre. Direttamente collegato con un’apertura a arco nel muro, c’era il bar che aveva voluto il padre. Nei ricordi di Daniel era rimasto un antro buio sempre pieno di ubriaconi e sfaccendati.
Per salire al loro appartamento, ogni volta doveva attraversare una nuvola grigia che impregnava abiti e capelli, fino ai i pori della pelle, di una mistura stomachevole di odori. I più forti, alcol e tabacco, ma non mancava il tanfo di letame.
…
Pensò al maso che gli aveva lasciato in eredità la madre. Il suo Maso Non aveva più tempo. Mancava poco alla prima neve. Passando di fianco alla legnaia la sua attenzione venne richiamata dalle voci di due bambini che giocavano scalzi con un minuscolo gatto rosso. Girato l’angolo inciampò in un paio di zoccoli abbandonati. «Non si preoccupi» lo rassicurò la donna. «I bambini lasciano tutto dovunque.» Si meravigliò nel vedere una coltivazione di mais sul retro, accanto all’orto. La seguì attraverso un antro buio fino al seminterrato.
«Ecco, li ho sistemati qui dopo la morte di sua madre» disse sollevando il lenzuolo e scoprendo nove quadri. I miei quadri, pensò Daniel riconoscendoli. Rimase immobile come se tutte le funzioni vitali si fossero bloccate e provò quello che avrebbe provato una statua di ghiaccio.
«Me li ha consegnati un signore di Milano. Prima di andarsene ha voluto vedere casa sua. Sua madre veniva a guardarli quando aveva un po’ di tempo. Suo padre era molto esigente» disse in un soffio. Daniel poteva avvertire il suo desiderio di non essere offensiva. «Si sedeva e stava lì a ammirarli in silenzio, come se stesse ascoltando una musica. Li tenevo sopra nello studio di mio marito. È un pittore anche lui.»
Daniel non lo ricordava. Cancellò l’immagine della madre dalla mente. «È tornato?» chiese, sentendo la voce tremare.
«No, non l’ho più visto e neppure sua madre. Mi ha raccontato di aver ricevuto una lettera dal Nepal» disse. L’occhio destro fisso su di lui, il sinistro che guardava il vuoto.
Nepal ripeté la voce del suo pensiero.
«Posso lasciarglieli finché non trovo dove sistemarli?» chiese.
La donna annuì. Allora Daniel si rese conto che aveva i capelli neri – corvini. La carnagione bianca, le gote rosse. Come Biancaneve, pensò e la seguì all’aperto. Sono in una favola, si disse stringendole la mano. E allontanandosi la udì chiamare i figli: «A tavola!»
…
Non avrebbe letto nessuna di quelle lettere, non aveva intenzione di scoprire niente del passato della madre, il tempo concesso a loro era già irrimediabilmente trascorso. Sparse i fogli, notò la Tour Eiffel e la rigirò fra le dita. Trovò anche la letterina per la festa della mamma che gli avevano fatto scrivere in prima elementare. Un cuore rosso spezzato in due parti con una scritta infantile al centro: ti voglio tanto bene, Daniel. Sospirò. Ecco che la zia leggendola avrebbe potuto dire che il cuore gliel’aveva infranto per davvero. E mentre accartocciava quella stupida reliquia sul retro di una busta gialla riconobbe i minuscoli geroglifici di Andrea. Erano trascorsi undici anni dall’ultima volta che aveva visto quei segni neri ma le sensazioni che riaffiorarono alla superficie facendogli raggrinzire la pelle erano esattamente quelle di allora. E gli parve che nell’aria aleggiasse il profumo di biscotto amaro che aveva sentito la prima volta montando sulla sua familiare. La vita scorre lasciando pochi ricordi indelebili, pensò mentre il vecchio tirava su con il naso, ipnotizzato dai suoni cacofonici e dalle forme luminescenti che disegnavano l’aria. Avrebbe voluto poter dare uno sguardo nella testa del padre e vedere cosa fosse restato di tutta la sua vita. Ma forse era meglio non sapere. Prese la lettera e la infilò in tasca per leggerla più tardi con calma. Fra poco la zia sarebbe tornata a prendere l’infermo e lo avrebbe trascinato via soffiando, rossa in volto come quando trasportava su dalla cantina i sacchi di patate. Era ridicolo come fosse ridotto a un sacco di patate l’uomo tutto di un pezzo che aveva riversato nella vita degli altri tanto inutile furore. Infilò tutto alla rinfusa nella scatola e raccolse da terra una cartolina che inavvertitamente gli doveva essere scivolata. L’ultima cartolina per sua madre, quella che le aveva spedito da Tahiti solo per farle sapere di aver visto l’oceano. E cominciò a sparecchiare.
UNDICI – Daniel e Andrea
Ottobre 2000, M*
Daniel non aveva notato il forestiero. Un uomo non particolarmente alto, dai capelli brizzolati, più bianchi sulle tempie e un ricciolo ribelle sulla fronte. Era scivolato nel bar alle spalle del Quinto di V*. e con una maschera neutra sul volto si era diretto al banco, confondendosi agli avventori che a quell’ora del mattino erano ancora numerosi. Nel giro di qualche minuto nel locale sarebbero rimasti i soliti vecchi che raccolti intorno ai tavolini avrebbero continuato a bere e litigare giocando a carte.
L’uomo che indossava una giacca di pelle con le frange aveva l’aspetto inconfondibile di chi è nato in città. Anche Daniel aveva quell’aspetto, pensò il barista, eppure era nato lì in mezzo a loro. E immobile alla macchina del caffè ignorò lo straniero aspettando che si decidesse a ordinare. Provò un’avversione immediata per lui, a cominciare dalle mani affusolate con le quali sembrava aggrapparsi al bancone.
…
Daniel trascinò Andrea sul retro. Non pensò nemmeno di chiedere a qualcuno di sostituirlo, accese la debole luce delle scale e cominciò a salire senza che un pensiero riuscisse a prendere forma. Pura fisicità. Sentiva il sangue nel reticolo delle vene, la fronte pulsare e il respiro affannoso. Spalancò la porta chiudendola alle sue spalle con un’ansia che non ricordava più e rimase in silenzio cercando di arginare l’eccitazione che rischiava di soffocarlo. Sto sognando, riuscì a pensare.
«Ho in macchina La violoncellista nuda» disse Andrea.
Il suono della sua voce riempì la stanza cancellando lo spazio rosa dalle pareti. Una voce sincera, persuasiva, pensò Daniel assaporandola e sorrise alla cadenza milanese. Avrebbe potuto dire mille cose, ma aveva detto proprio quella. Vacillò e gli sembrò di levitare in un tempo rovesciato
…
Daniel guardò Andrea che si spogliava. Gli anni su di lui erano stati clementi. Aveva conservato il profilo piatto dei pettorali, la pelle tesa sullo sterno. Più in basso scoprì che si era formata una piccola rotondità, ma la trovò tranquillizzante. Si appoggiò delicatamente alla sua schiena, lo circondò con le braccia. Giorni, mesi, anni, sgretolati in una manciata di secondi. Non è il tempo a determinare la vita ma l’intensità di un’emozione, si disse stupito.
Andrea gli prese le mani liberandosi con dolcezza, si sfilò le calze e si introdusse nella vasca triangolare. Per riuscire a immergersi dovette rannicchiarsi. Per un attimo si sentì ridicolo. L’acqua calda sciolse le sue ultime resistenze e a poco a poco si rilassò. Il battere insistente delle gocce sul tetto lo avvertì che aveva cominciato a piovere. Chiuse gli occhi, appoggiò la testa e si lasciò cullare.
La voce di Daniel lo risvegliò. «Mia madre mi ha lasciato un maso in montagna. Avevo intenzione di andare a vivere là.»
«È un invito?»
…
«Era la stanza dell’ornitologo.» Disse sulle scale. Attraversò il vestibolo rotto a metà dalla passatoia rossa e aprì l’ultima porta, vicino al balcone. Azzurra. Varcando la soglia Andrea sentì le assi annerite, elastiche sotto i piedi e inspirò il profumo di legno, rassicurante. La camera era rivestita di legno, dalle pareti al soffitto a cassettoni, alcuni dipinti d’azzurro come la porta. Di fronte alle finestre un imponente letto a baldacchino intarsiato era abbellito nella parte superiore da un’orchestrina di angioletti barocchi dalle ali dorate.
«La stanza degli angeli» ripeté. Non sarebbe stato facile prendere sonno in quel letto, si disse. Sentì un fruscio alle spalle e voltandosi scorse la sedia a dondolo che ciondolava pigramente come se qualcuno si fosse alzato da poco.
Daniel percepì la stessa suggestione.
DODICI
Daniel per sempre Andrea
24 dicembre 2000, M*
Daniel affiora dall’oceano dei sogni in un gorgo di luce e inghiottendo l’aria si solleva a sedere sul letto. Non abbiamo chiuso le imposte, pensa accecato dallo scintillio dei raggi attraverso i vetri. Ma nessuno dei due riesce a prendere sonno nella completa oscurità. Vogliono guardare la volta celeste, come sotto il lucernario dello studio.
La stanza lentamente prende forma e il piumino sfiorito al suo fianco gli svela che è solo. Subito una nota palpita nell’aria e avverte sopra di sé la presenza degli angeli. Andrea la prima notte ha spento la luce e stringendogli la mano lo ha aiutato a sentire la musica. Un gioco che si è trasformato in una vera ossessione. Da allora non è stato facile cedere al sonno con la sensazione di essere spiati. E fare sesso, pensa divertito. L’eccitazione lo fa vibrare risvegliando il corpo intorpidito.
…
Andrea trova piacevole accendere il fuoco della cucina economica. Gli piace il rito della diavolina e del giornale, preparare la capanna di legnetti e infilare i ciocchi corti una volta che la fiamma ha attecchito. Lo trova rilassante. Ogni gesto deve avere un tempo, pensa mettendo il bollitore al centro dei cerchi di ghisa. Si lascia cadere su una sedia sorridendo al cane che titubante lo osserva dal suo angolo.
«L’ho fatto» gli dice. Ho fatto la mia dichiarazione, si dice sentendosi finalmente placato. «Non bisogna temere l’amore ma la sua mancanza» spiega al cane che si è avvicinato agitando timidamente la coda. Gli accarezza il muso ma viene sopraffatto da una strana sensazione fisica. Si sente improvvisamente chiuso in una torre sguarnita. E lo assale la paura che il suo miraggio possa dissolversi in uno sprazzo di realtà. Per sempre, ha detto. Per sempre, si ripete cercando di controllare l’ansia. Il bollitore comincia a fischiare e in quel fischio incessante gli pare di sentire la domanda che non gli ha voluto fare: cos’era accaduto. Si alza per spostare il bollitore dal fuoco.
…
Alla fine tolto il coperchio estrae un biplano argenteo. Una miniatura perfetta. E solo prendendolo in mano si rende conto che si tratta di un sofisticato modellino telecomandato. Sul fondo del pacco trova un libro azzurro. Sorride scorgendo il titolo: «Veder cose» dice a voce alta. Sono poesie, poesie di Seamus Heaney. Non si è smentito, pensa cominciando a leggere. Poi vede il biglietto. Uno perché il pensiero possa fuggire, due perché vedendo possa restare per sempre. Quando alza gli occhi Andrea ha già aperto il suo pacco e sta inserendo Sailing to Philadephia, tenendo il CD con il nord dritto verso la fenditura dell’apparecchio. Il silenzio viene rotto dalla chitarra e la voce invecchiata di Mark Knopfler comincia a cantare come la sera del loro incontro. Daniel guardandolo comprende che anche lui ricorda. Ha infilato ai piedi l’altro suo regalo, un paio di antiquate racchette da neve, e sta ballando goffamente per la stanza. Poi sempre con quelle appendici ai piedi si lascia cadere sul tappeto e aspetta che Daniel gli racconti la sua storia.
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