CAMPANE A MORTO
…WAR CHILD…
Quando all’ultimo momento salì sulla corriera tutti fissarono i suoi capelli blu. Tenne la testa eretta e cominciò a sfilare spingendo in fuori il pancione. Sentì la salopette tendersi pericolosamente, mentre con gli occhi nascosti dalle lenti scure valutava i passeggeri.
Andava orgogliosa della sua pancia: una vera collina prominente e tonda.
- E’ ancora alta e va tutto bene, – l’aveva rassicurata la ginecologa del centro medico. – Parti pure, non lo sfornerai in viaggio.
Così era tornata nel suo appartamento e aveva telefonato ai cugini che sarebbe arrivata il giorno dopo, in tempo per i funerali.
Comunque, se non fosse stata per quella prominenza, nessuno avrebbe potuto sospettare che fosse incinta. Era rimasta lo stecco di sempre. Uno stecco con la pancia, pensò ridendo da sola.
Trovò l’uomo mimetizzato fra i sedili, sul fondo. Solo. Stava appoggiato allo schienale e guardava fuori dal finestrino.
Spera di non essere disturbato, pensò lei, che lo aveva già scelto. Aveva la certezza che fosse inodore. Così annusò l’aria, appoggiò lo zaino e si accoccolò soddisfatta sul sedile. Non sopportava gli odori.
Lui rispose al suo saluto con un mezzo sorriso. Ha i capelli puliti, pensò, e la corriera partì chiudendo la porta.
Alla prima curva fece in modo che la sua gamba si appoggiasse a quella di lui e la dimenticò lì. Dopo qualche minuto lui, con uno scatto, spostò la sua. Aprì la bocca, ma rimase afono.
- Fa caldo, vero? – esplose alla fine.
Lei fece solo un breve cenno con la testa, si risistemò sul sedile e accese il walkman.
“War Child” urlò Dolores O’Riordan.
Chiuse gli occhi. Era sempre stata dispettosa, ma ora che stava per diventare madre si trovava notevolmente peggiorata. Si mise a giocherellare con una ciocca di capelli, mentre l’uomo era stato riassorbito dallo schienale.
I rintocchi sordi della campana, negli auricolari, le accesero i ricordi.
Stava tornando fra le sue montagne. Aveva diciotto anni quando era volata via verso una città dove di notte le stelle potessero essere cancellate dai neon. E dove le campane non battessero a morto.
Il vicino la toccò e lei aprì gli occhi. Erano umidi.
- Non si sente bene? – era preoccupato.
Lei sollevò gli occhiali e si strofinò gli occhi come fanno i bambini.
- Sognavo…
- E quando sogna piange? – Aveva una voce leggermente roca, monocorde, come Gene Kelly in ‘Cantando sotto la pioggia’. Le piaceva tanto quel tipo di voce. Aveva addirittura comprato un giradischi usato per poter sentire un vecchio ‘78’ che aveva trovato su una bancarella.
- Spesso… – si divertì lei. – Io vado a Mezzana. Lei? – Questa volta tolse gli occhiali e sgranò gli occhi, spegnendo la musica. Lui parve riflettere e poi si mise a ridere.
- Ma guarda! Scendo la fermata dopo. Marilleva. Degli amici mi hanno ceduto il loro appartamento, avevo bisogno di staccare. – s’interruppe di colpo. Non vuole parlarne, pensò lei. E tornò alla carica.
- Anch’io avrei bisogno di staccare, ma non posso… Devo andare a un funerale. – Fece una pausa. – Perché non mi accompagna? – gli domandò.
- Volentieri. – rispose lui. – Chi è morto? – s’informò come chiedesse l’ora. – E’ meglio che sappia a chi devo fare le condoglianze…
Quel pizzico d’ironia nella voce di lui la fece ridere. Sapeva di avere una bella risata.
La signora seduta nella fila di sinistra, un posto più avanti, si voltò a guardarla. Aveva una dentatura cavallina che le sembrò di riconoscere. La fissava maleducatamente e nel suo sguardo lesse lo stesso dubbio.
- E’ morto lo zio. Sono sette anni che non torno a… – Non concluse la frase. I nomadi non hanno case in cui tornare.
La corriera aveva lasciato l’autostrada. Sull’asfalto ora era un rincorrersi disordinato di case e paesi.
Il vicino sembrava essersi addormentato. Non è uno di molte parole, pensò. Aveva l’accento del Centro Italia, un po’ strascicato, e le unghie pulite.
All’improvviso da dentro le arrivò l’impulso di svegliarlo. E quasi lei l’avesse pizzicato, lui spalancò gli occhi. Si stiracchiò, frugò nelle tasche e le offrì una galatina.
- Vuole? – Rideva con gli occhi, ma la bocca era priva d’espressione. Le piacevano le persone che sanno ridere solo con gli occhi.
- Grazie. – cominciò scartando la caramella. – Allora mi accompagna?
- Ho detto sì. – Era serio. Ma gli occhi continuavano a ridere.
- Però non dovrebbe semplicemente accompagnarmi.
- No?
- No. Dovrebbe farsi passare per mio marito. Le scoccia? – Teneva il collo dritto e stava tutta protesa in avanti.
- Non mi scoccia. – rispose lui, dopo averci riflettuto. – Anzi lo trovo divertente. Cominciamo a provare la parte. Dobbiamo darci del tu… non so neppure come ti chiami, cara…
Lei pensò che avrebbe fatto meglio a raccontare che il marito non era potuto venire.
- Beh’ io sono Ottavio Dandolo, ho trentadue anni e faccio… Lo vuoi sapere o preferisci che faccia qualcosa di particolare? – sembrava divertirsi veramente.
- No, quello che fai va bene. Mi chiamo Lucia, ho venticinque anni e suono il basso in un complesso, ma questo non credo lo racconterò a loro. A proposito, aspettiamo un bambino… – disse indicando la pancia.
- Maschio, femmina o siamo di quelli che preferiscono non sapere?
- Femmina. E tu, cosa fai?
- L’attore ti piace?
- Se piace a te… – Non riusciva a capire se la stesse prendendo in giro.
- Non molto, ma è quello che so fare. A parte scrivere, e non è redditizio. Ho provato a fare il mantenuto, ma non mi è riuscito, forse non sono cinico abbastanza. – Si bloccò. – Come marito ti vado ancora bene? – e la sua espressione era così comica che lei scoppiò nuovamente a ridere.
E la signora dalla dentatura cavallina si voltò a fissarla.
- Ma perché certa gente non si fa i fatti suoi… – mormorò Ottavio infastidito.
- Crede di conoscermi… E forse è vero. – gli sussurrò nell’orecchio. – Hai un bel nome. D’arte?
- Doc… Io lo trovo melodrammatico. Comunque Lucia e Ottavio Dandolo suona bene. Ci conosciamo da molto?
- Boh?! Nessuno ci chiederà nulla. Ai funerali si piange. Al massimo spettegoleranno alle nostre spalle e le donne domanderanno: chi è quel bell’uomo? Non sei mai stato a un funerale di paese?
- Neanche in città. Quando sono morti i miei nessuno mi ha portato al loro funerale. Ero troppo piccolo. Non è più morto nessuno…
Che combinazione, pensò, siamo entrambi orfani. Lei, però, al funerale dei genitori era andata.
Ricordava ancora l’enorme buco che aveva inghiottito le bare. L’odore della terra smossa e l’orrore della terra che ricadeva sopra di loro.
- Quando deve nascere? – Le mise una mano sulla pancia.
Non provò fastidio, anzi provò quasi tenerezza. La bambina, dentro, mosse un piede.
- Ehi, mi ha sentito… – balbettò emozionato.
- Fra qualche giorno. -
Ritrasse subito la mano.
- Ehi, non oggi e domani.. – la supplicò. Sembrava davvero impaurito. – Non reggo le emozioni. – Strabuzzò gli occhi e fece le boccacce. – Mi fai sentire quello che stavi ascoltando?
Lei gli allungò le cuffie e accese il walkman. I Cranberries esplosero dagli auricolari. Si affrettò ad abbassare il volume e lui ammiccò per ringraziarla.
Chissà perché quando non senti perdi l’uso della voce, pensò lei, e quando parli con uno straniero improvvisi una mimica da sordomuto. Lei aveva vissuto per tre anni con uno straniero. Per un attimo fu sfiorata dal folle pensiero che sua figlia potesse nascere sordomuta.
- Sono inglesi? – urlò lui.
- Irlandesi! – si arrabbiò. Quello continuò ad ascoltare senza dire più nulla. Batteva il piede a tempo.
Le venne un’improvvisa fame e si alzò per prendere la banana che aveva nello zaino. Provò una fitta alla schiena, repentina, lui glielo lesse negli occhi e l’aiutò a rimettersi a sedere.
- Tutto bene?
- Volevo prendermi la banana…
La scavalcò, prese lo zaino e glielo porse. Divisero la banana a metà. Poi lei si mise a sonnecchiare e lui riprese ad ascoltare la musica.
Arrivarono puntuali. Scesero per ultimi, tenendosi per mano, come per prendere confidenza. Gli zaini in spalla.
Ad aspettarli c’era il cognato di una cugina, un ragazzo con cui aveva giocato da bambina.
Lei lo riconobbe subito, aveva la stessa fronte corrucciata e la bocca all’ingiù di quando, giocando alle penitenze, finivano insieme nella porcilaia. Lui invece non la identificò, perplesso fissò i suoi capelli blu e la pancia prominente.
- Ottavio. – presentò il marito.
- Cipriano.
Si strinsero la mano diffidenti. Cipriano caricò i bagagli in una Clio verde e senza mai aprire bocca li accompagnò in cima alla valle, su al paese.
La strada lungo tutto l’ultimo tratto era disseminata di vetture. Posteggiò a fatica nello spiazzo sotto la chiesa. Quanta gente, pensò lei. E proseguirono a piedi, verso le case bianche, dov’era nata.
Prima dell’ultima curva sentirono il brusio.
Svoltarono e videro la massa di teste ondeggianti sotto la casa più alta. La vedova e i figli sulle scale, i nipotini seri nell’abito delle feste, i fiori. E la bara. Scura e imponente.
Era un uomo alto, pensò avvicinandosi. Spruzzò l’acqua santa e abbracciò la zia. Poi firmò il libro delle condoglianze e si mescolò alla folla, seguita da molti occhi.
Il prete cominciò a parlare, ma pochi sembravano ascoltare. Chiacchieravano e si guardavano attorno meravigliati, quasi per contarsi. Molti le risultarono sconosciuti.
- Non credevo avesse così tanti amici. – le sussurrò una vecchia di cui non ricordava il nome.
- Era un uomo importante… – commentò un anziano con il naso rosso – Saremo in cinquecento intorno alla bara… -
Un seconda fitta partì dalle reni e le attanagliò la pancia.
- Ciao Lucia… – Il suo primo amore la guardava dall’alto in basso, atletico, con quell’espressione vuota che spesso hanno i belli.
Lo ricordava con una massa incolta di capelli e balbuziente, ma era un Dio sulla neve. Si scambiarono quattro parole imbarazzate e scoprì che era diventato maestro di sci.
Il corteo funebre si avviò verso la chiesa. Non c’era una nuvola in cielo e il sole scaldava l’aria togliendole il respiro.
Lei avanzava a testa alta, sfidando con i suoi capelli blu tutti i commenti.
Cominciò a sentirsi strana. Languida e buona. Come se fosse stata invasa da un desiderio di rappacificazione.
La bara entrò in chiesa, seguita dai familiari più stretti. Qualcuno la spinse dentro, lei si aggrappò al marito trascinandoselo dietro e si trovò alle spalle della zia, soffocata dall’odore d’incenso.
Il conato si fermò in gola. Quand’era piccola, ricordò, vomitava a ogni messa, tanto che il parroco la lasciava fuori ad ascoltare. Il coro intonò la “Messa” di Palestrina. Per qualche minuto la musica le fece scordare tutto. Poi il prete iniziò la lettura.
Quando dovette lottare contro il secondo conato, decise di uscire. Il prete s’interruppe, la zia si voltò con gli occhi gonfi e arrossati. Ma finalmente fu all’aperto, portandosi dietro lo sguardo offeso dei presenti.
Scambiò qualche saluto con quelli che all’esterno stavano aspettando silenziosi. E presentò il marito, orgogliosa di averlo scelto così bello.
Lui raccontò di essere un commercialista e tutti pendevano dalle sue labbra. Lei si disse felice.
La bara uscì dalla chiesa e il corteo si riformò per accompagnare il morto al cimitero.
Lei varcò il cancello e una nuova fitta la trapassò da parte a parte. Là in piedi, mentre la bara veniva deposta nella fossa, sentì un gran caldo fra le gambe e la sensazione di bagnato. Si meravigliò, ma poi comprese di aver perso le acque. Non disse nulla al marito, convinta di avere ancora del tempo.
Quando la zia gettò la manciata di terra, mentre la figlia più grande sembrava trattenerla dal buttarsi nella buca, lei capì che stava per partorire.
Inaspettatamente.
Le fitte si presentavano continue, un dolore lancinante che non aveva tregua e un gran desiderio di buttare fuori il contenuto del suo meraviglioso pancione. Lo disse a lui che al momento la guardò senza capire.
- Un medico! – urlò quando finalmente gli fu chiaro cosa stesse succedendo e l’aiutò a togliersi la salopette.
Qualcuno gli allungò qualcosa da appoggiare sulla terra, lei si accucciò come aveva visto fare in qualche film.
Sentiva la testa della figlia fra le gambe e si meravigliò. Avrebbe voluto urlare, ma si trattenne. Dopotutto era un funerale.
Quando avvertì che doveva spingere lo fece con tutta la sua forza e provò un forte dolore agli occhi.
Arrivò un medico che non seppe cosa fare. La guardava inebetito, poi disse:
- Attenta che cadendo non si faccia male alla testa. – E a lei venne da ridere.
La bambina uscì come un siluro alla terza spinta.
- Fortunata… – commentò una donna.
- Io ho avuto un travaglio di due giorni… – disse un’altra.
- Incosciente. – brontolò una terza.
Il dottore tagliò il cordone ombelicale mentre lui le sorrideva inebetito, con la figlia fra le braccia. Gliela misero accanto e aspettarono che si liberasse della placenta. Lei stupita ammirò la figlia, sporca di sangue e rivestita di una strana crema viscida e bianca.
- Così c’eri tu, là dentro. – le sussurrò.
Era immensamente orgogliosa. Si sentiva protagonista della sua vita. Ma sentì anche gli sguardi critici delle vecchie che in disparte spettegolavano. Non c’era spazio però, in lei, per la vergogna.
Poi di colpo venne presa da una stanchezza mortale. Tutti si davano un gran da fare.
Quando la depositarono sul sedile posteriore della macchina del cugino cominciò per lei una corsa spericolata. Se ne stava muta, là sdraiata. Troppo spossata per protestare e con lo stomaco che a ogni curva pareva volerle scoppiare. E dal nuovo fagotto accanto a lei provenivano a tratti dei suoni gorgoglianti che le suscitavano un’ansia sconosciuta.
In fondo lei ora voleva solo chiudere gli occhi e dormire.
Finalmente si ritrovò all’ospedale della valle, in un letto bianco. E i medici, dopo averla torturata un’ultima volta, la lasciarono riposare.
Il sonno l’avvolse silenzioso come l’ala di una gigantesca aquila. Non ne aveva più viste da tento tempo. Pensò. E fu l’ultimo pensiero.
Al suo risveglio una ragazzona bionda e di poche parole le riportò la figlia pulita e vestita con un camicino rosa. Aveva gli occhi sgranati e un buon odore. Era soddisfatta.
Gliela attaccarono al seno e lei si divertì. Aveva avuto paura che potesse non piacerle.
L’ansia era svanita e provava la strana sensazione che sua figlia non fosse appena arrivata ma fosse lì con lei da sempre. Si mise a cantarle una sua canzone e quella sembrò apprezzarla. Poi fece il suo primo rutto, facendola ridere.
Era felice e quando l’infermiera, portando via la bambina, le disse che suo marito sarebbe tornato la mattina dopo, si stupì.
Se ne era scordata.
Lui riapparve puntuale, alle undici, con un mazzo di fiorellini in mano.
Era imbarazzato e s’informò della sua salute.
L’infermiera di poche parole li scoprì intenti a rimirare la neonata e si complimentò con loro.
- Visto che ci siete tutt’e due vi lascio il modulo di registrazione. Dovete scrivere i vostri dati. – li avvertì appoggiando un foglietto sul tavolino.
- Come vuoi chiamarla? – chiese lui, quando se ne fu andata.
- Viola. – rispose, guardando il colore dei fiorellini.
- Mi piace. – assentì posando un pacchetto sul letto. – Ora devo partire, ma fra tre giorni torno e vi porto a casa in macchina. – le comunicò.
Era troppo stanca per discutere. Appoggiò la testa al cuscino e gli permise di frugare nel suo zaino.
Lui controllò i suoi documenti, compilò il foglietto, lo prese e, dopo averle dato un bacio sulla fronte se ne uscì.
Quando fu di nuovo sola aprì il pacchetto e trovò una meravigliosa camicia da notte, con l’allacciatura sul davanti, proprio per allattare.
Allora decise di lasciare che per una volta gli avvenimenti seguissero il loro corso.
E quando lui venne a riprenderle, lo seguì senza fare domande.
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- Published:
- Luglio 29, 2009 / 2:04 pm
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- racconti
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